15 Febbraio 2026
Donna bionda davanti allo specchio guarda il suo riflesso sorridente, simbolo di rinascita e autostima dopo un percorso oncologico, in una camera da letto luminosa e accogliente

Ricostruire il seno, ricostruire sé stesse. La nuova frontiera del BRA Day

mercoledì 15 ottobre 2025 ore 13:50

C’è una frase che si sente dire spesso nei reparti di chirurgia oncologica: “Non si tratta solo di un’operazione. Si tratta di tornare a guardarsi allo specchio e riconoscersi”.
Io credo che proprio da qui nasce il senso più profondo del BRA Day (Breast Reconstruction Awareness), la Giornata internazionale per la consapevolezza della ricostruzione mammaria post-oncologica, che ogni anno unisce donne, medici e volontari in un abbraccio di forza e speranza.

Una donna su otto, in Italia, affronta il tumore al seno nel corso della vita. Ma solo una su due sceglie di ricostruirsi il seno dopo l’intervento. E non sempre per scelta, poiché molte donne non sanno che la ricostruzione è a carico del Servizio Sanitario Nazionale, completamente gratuita.
Insomma, la possibilità c’è, ma l’informazione... a volte si perde per strada.

La chirurgia che ascolta, non solo opera

All’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (uno dei centri più avanzati in Europa) si sta lavorando su un approccio tutto nuovo: personalizzare la ricostruzione in base ai desideri, alle emozioni e persino alla percezione del corpo di ogni donna.
Non più una chirurgia “standard”, ma un percorso su misura, che unisce tecnologia, empatia e arte medica.

Il professor Mario Rietjens, Direttore della Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’IEO, parla con passione di “ricostruzioni microchirurgiche” che utilizzano il tessuto stesso della paziente e di un nuovo robot “single port” capace di intervenire con estrema precisione.
La cosa più sorprendente? Stanno sperimentando la sutura di due nervi per ripristinare la sensibilità nella mammella ricostruita. Un passo avanti enorme, perché non si tratta solo di forma, ma di sentire di nuovo quella parte di sé come “viva”.

Che cos’è la ricostruzione autologa?
È una tecnica che utilizza il tessuto della stessa paziente (come pelle o grasso addominale) per ricostruire il seno. Offre risultati molto naturali e, rispetto alle protesi, consente una migliore integrazione nel tempo. Tuttavia richiede tempi chirurgici più lunghi e una grande esperienza da parte del chirurgo.


L’importanza del “subito dopo”

Il professor Maurizio Ressa, presidente della SICPRE (Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica), lo dice chiaramente: “la ricostruzione immediata, fatta nello stesso intervento della mastectomia, è fondamentale per aiutare la donna a riappropriarsi di sé stessa”.
Non è solo un fatto estetico. È psicologico, identitario.
Chi affronta un tumore lo sa che il corpo cambia, ma dentro non si smette di essere sé stesse. E poter vedersi “come prima” aiuta ad accettare meglio le terapie, a tornare alla vita quotidiana, al lavoro, agli affetti.

Eppure, secondo i dati del Registro nazionale degli impianti protesici mammari, solo il 37% delle protesi viene impiantato per finalità ricostruttive (il resto per motivi estetici).
Una cifra che racconta un bisogno ancora in parte disatteso.

BRA Day: quando la consapevolezza diventa arte e solidarietà
Ogni anno la SICPRE organizza il “BRA Day” in una città diversa. Quest’anno a Roma, presso il Policlinico Gemelli, l’evento ha un titolo ironico e potente: “Con il seno di poi”. Una giornata fatta di incontri, testimonianze, cucina e arte, con ospiti come la chef Cristina Bowerman e la curatrice Francesca Villanti. Un modo per dire che la bellezza (quella vera) può rinascere anche dopo la malattia.


Le Breast Unit: il luogo dove nasce la speranza

Un’altra parola chiave è “Breast Unit”, cioè i centri specializzati dove lavorano in squadra chirurghi oncologi, plastici, psicologi, fisioterapisti.
Secondo la dottoressa Liliana Barone Adesi del Policlinico Gemelli, rivolgersi a questi centri aumenta le possibilità di cura e di ricostruzione di qualità.
Lì ogni decisione è condivisa, ogni paziente è vista come un insieme di corpo, mente e sogni.
Non è un dettaglio da poco: significa cura integrata, empatia e continuità assistenziale.

E poi, diciamocelo, la ricostruzione è anche un gesto simbolico. È “ri-tessere” la speranza, come dice la Prof.ssa Alba di Leone di Komen Italia.
Significa non fermarsi al dolore, ma immaginare un dopo. Più forte, più consapevole, più nostro.

Riflessioni conclusive

Se c’è una cosa che colpisce di tutto questo è il senso di rinascita.
Molte donne, dopo l’intervento, hanno detto di sentirsi “più intere” di prima.
Forse perché affrontare una malattia così profonda cambia il modo in cui ci si percepisce. Ti insegna a darti valore, a guardare il tuo corpo con rispetto, non con paura.
E la medicina, quando è capace di ascoltare davvero, diventa la più umana delle arti.

Mi piace pensare che la chirurgia plastica, in questo caso, non serva a “cambiare” ma a restituire. Un pezzo di sé, un sorriso, una libertà.

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