10 Dicembre 2025
Un anziano e un bambino camminano su un viale fiorito. La parte del viale in cui cammina l'anziano è privo di colori, mentre la parte del ragazzo è pieno di colori

Neonati e Alzheimer: il mistero della proteina che unisce due mondi

mercoledì 16 luglio 2025 ore 15:33

Eh sì, hai letto bene. Una recente scoperta scientifica sta facendo discutere (e parecchio) la comunità medica internazionale. Una proteina da sempre considerata il simbolo biologico dell’Alzheimer (la temuta tau fosforilata 217) è stata trovata nel sangue dei neonati… in quantità altissime! Più alte, pensa un po’, di quelle rilevate nei pazienti anziani affetti proprio da Alzheimer.

Una follia? No, una scoperta rivoluzionaria.

La scoperta svedese che cambia le carte in tavola

Alcuni ricercatori guidati da Fernando Gonzalez-Ortiz e Kaj Blennow dell'Università di Göteborg, hanno recentemente pubblicato uno studio su Brain Communications che ha suscitato molto interesse. La ricerca si fonda sull’analisi del sangue di oltre 460 persone: neonati sani, bimbi prematuri, giovani adulti, anziani sani e pazienti con Alzheimer.

E cosa hanno trovato? Nei neonati (soprattutto in quelli nati prematuri) i livelli della famosa proteina p-tau217 erano esageratamente alti. In alcuni casi, fino a 20 volte più alti di quelli osservati nei malati di Alzheimer.

Ma la cosa davvero interessante è un'altra: questi livelli così elevati… non fanno alcun danno. Anzi.

Cos’è la proteina p-tau217?
La proteina tau, in condizioni normali, aiuta i neuroni a mantenere la loro struttura. Quando però diventa “fosforilata” in modo anomalo (cioè subisce troppe modifiche chimiche), può aggregarsi e formare dei “grovigli” che uccidono i neuroni. È uno dei due principali segni biologici dell’Alzheimer (insieme alle placche di beta-amiloide).


Un cervello in costruzione… o in declino?

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché i neonati hanno così tanta p-tau217 senza subire danni?

Secondo i ricercatori (tra cui Fernando Gonzalez-Ortiz, autore principale dello studio) l’alta concentrazione della proteina nei neonati avrebbe una funzione positiva, cioè stimolare la crescita del cervello. Insomma, mentre negli anziani la tau si aggrega e distrugge, nei piccolini... costruisce.

Una specie di “doppia faccia della stessa medaglia”. Da un lato l’inizio, dall’altro la fine. Suggestivo, vero?

E ancora più interessante: i livelli di questa proteina nei neonati prematuri erano direttamente proporzionali alla precocità della nascita. Più si nasce prima del termine, più la p-tau217 schizza alle stelle. Forse perché il cervello deve crescere in fretta, in condizioni non ideali.

Una protezione naturale perduta?
Gli autori ipotizzano che i neonati possano avere una sorta di meccanismo interno che controlla la proteina tau, impedendole di diventare tossica. Una specie di “scudo biologico” che però perdiamo con l’età. Capire come funziona questa protezione potrebbe portarci, un giorno, a bloccare l’Alzheimer prima che inizi.


E quindi, cosa ci insegna tutto questo?

  1. Non basta un biomarcatore per diagnosticare l’Alzheimer. Un alto livello di p-tau217 non significa necessariamente che si è malati. Lo dimostrano i neonati;
  2. serve un nuovo sguardo sulla tau. La consideravamo solo un nemico, ma potrebbe essere anche un alleato. Tutto dipende dal quando e dal come si manifesta;
  3. potrebbe esserci una nuova frontiera terapeutica. Se capiamo come il cervello neonatale gestisce la tau, potremmo imitarlo nei pazienti anziani.

Riflessioni conclusive. Una molecola, due destini opposti

È affascinante (e un po’ inquietante) pensare che una sola proteina possa essere sia il motore del cervello che si forma, sia la miccia di quello che si spegne. Ma forse è proprio in queste ambiguità che si nasconde il segreto di malattie complesse come l’Alzheimer.

E se un giorno scoprissimo che il vero errore non è la presenza della p-tau217, ma il fatto che non sappiamo più come gestirla… beh, cambierebbe tutto.

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