Un cervello stilizzato formato da tessere del puzzle, in cui le tessere attive sono luminose perché intrise da energia, mentre quelle inattive sono grigie e spente

Alzheimer. Un nuovo studio sperimenta il ripristino della memoria

lunedì 01 settembre 2025 ore 08:45

Negli ultimi anni abbiamo letto di tutto sull’Alzheimer, come cure miracolose, farmaci sperimentali, diete “salvifiche”. Eppure, la verità è che ancora oggi non esiste una terapia definitiva. Ma qualcosa si sta muovendo davvero. Una ricerca internazionale, pubblicata su Nature Neuroscience, ha infatti riacceso i riflettori su un bersaglio finora un po’ trascurato: i mitocondri, cioè quelle piccole centrali energetiche che fanno funzionare le nostre cellule.

La scoperta? Stimolando i mitocondri nel cervello di topi con sintomi simili alla demenza, gli scienziati sono riusciti a invertire la perdita di memoria. Sì, hai letto bene, i roditori hanno recuperato capacità mnemoniche compromesse. Non è una guarigione, certo, ma è un passo avanti enorme.

Mitocondri e cervello. Il legame insospettabile

Il cervello è un organo “energivoro”, consuma circa il 20% di tutta l’energia prodotta dal corpo. Non stupisce quindi che i mitocondri, che fabbricano l’ATP (la moneta energetica delle cellule), siano fondamentali per i neuroni. Quando questi piccoli motori non girano più bene, il rischio è che le cellule nervose vadano incontro a degenerazione.

Finora, però, non era chiaro se il malfunzionamento mitocondriale fosse una causa delle malattie neurodegenerative o una semplice conseguenza. Questo studio ha messo un punto fermo, ovvero la disfunzione mitocondriale gioca un ruolo diretto nella perdita di memoria.

Lo strumento che ha cambiato le carte in tavola

Il team franco-canadese, insieme a ricercatori italiani e spagnoli, ha sviluppato un recettore artificiale chiamato mitoDREADD-Gs. In parole semplici, si tratta di una sorta di interruttore che, se stimolato con un farmaco (clozapina-N-ossido), “accende” i mitocondri.

Il risultato? Nei topi malati, l’attività mitocondriale è tornata a livelli normali e con essa anche la memoria. Non solo… i ricercatori hanno osservato miglioramenti anche in modelli di demenza frontotemporale (quella che ha colpito Bruce Willis) e in condizioni di deterioramento cognitivo indotto da cannabinoidi.

Secondo gli esperti, il fascino di questa scoperta sta nella sua semplicità. Invece di attaccare direttamente le placche di beta-amiloide (la famosa “sporcizia” cerebrale dell’Alzheimer), gli scienziati hanno lavorato sulla base energetica delle cellule.

Una ricerca ancora agli inizi

Attenzione però, non stiamo parlando di un farmaco pronto da prescrivere. È uno studio preclinico, fatto su topi e cellule umane in laboratorio. Tradotto: ci vorranno anni prima che si arrivi a sperimentazioni cliniche sicure sull’uomo.

Il professor Giovanni Marsicano, tra gli autori principali, lo dice chiaramente: “Abbiamo per la prima volta un legame causa-effetto. Ora dobbiamo capire se mantenendo attivi i mitocondri a lungo termine possiamo davvero ritardare o prevenire la perdita neuronale”.

La domanda che ti starai facendo è: “quante volte ci siamo illusi troppo presto?”. Non hai tutti i torti, però, questa volta il meccanismo sembra logico e concreto. Forse non è la “cura miracolosa”, ma un tassello fondamentale che mancava.

Mitocondri e Alzheimer ereditario
Un recente studio pubblicato su JAMA Neurology ha mostrato che i figli di madri affette da Alzheimer hanno un rischio maggiore di sviluppare la malattia. Perché? I mitocondri hanno un proprio DNA, che ereditiamo esclusivamente dalla mamma. Se questo DNA contiene mutazioni, i mitocondri possono funzionare male, predisponendo al declino cognitivo.


Alzheimer: più strade da percorrere

Un altro dato interessante è dato dal fatto che i farmaci oggi in sperimentazione, come il Donanemab, agiscono sulle placche amiloidi e hanno dimostrato di rallentare il declino cognitivo del 35%. Immagina se un giorno potessimo unire due approcci: eliminare le placche e, nello stesso tempo, ridare energia ai neuroni. Sarebbe una strategia combinata, molto più potente!

Certo, non va dimenticato che l’Alzheimer è una malattia multifattoriale. C’entrano i geni, ma anche lo stile di vita (alimentazione, esercizio fisico, qualità del sonno). Insomma, la scienza ci dice che la memoria non si salva con un’unica mossa. È un puzzle complicato.

Il cervello affamato di energia
Il cervello pesa solo il 2% del corpo, ma consuma un quinto di tutta l’energia prodotta. È come avere un motorino con il motore di una Ferrari. Se i mitocondri smettono di funzionare bene, i neuroni restano letteralmente senza “carburante”.


Riflessioni conclusive. Una speranza da coltivare (con cautela)

Insomma, gli scienziati sono riusciti a riaccendere la memoria nei topi giocando con i mitocondri. È un risultato sorprendente, che apre scenari nuovi e forse più concreti di tante altre piste seguite in passato.

Io resto cauto, ma ottimista. Perché ogni passo avanti, anche piccolo, è un passo verso un futuro in cui la parola “Alzheimer” farà meno paura.

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