lunedì 29 settembre 2025 ore 11:35
Il nostro cervello è un capolavoro di ingegneria biologica. È grazie a lui se abbiamo costruito cattedrali, scritto libri che ancora oggi ci fanno discutere (penso alla "Divina Commedia", ma anche a romanzi come "I fratelli Karamazov"), inventato tecnologie che ormai usiamo senza nemmeno pensarci… Internet, per dire. Però, questa corsa evolutiva così rapida, sembra aver lasciato anche delle fragilità. Una nuova ricerca pubblicata su Molecular Biology and Evolution suggerisce, infatti, che proprio lo sviluppo eccezionale del nostro cervello potrebbe aver aumentato il rischio di disturbi come l’autismo e la schizofrenia.
Già i numeri ci dicono tanto. Negli Stati Uniti un bambino su 31 riceve una diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico (ASD). L’OMS stima un bambino su 100 a livello globale. Una percentuale significativa se ci pensi… e che non trova paragoni negli altri primati.
Il cuore della scoperta riguarda un particolare tipo di neuroni, i cosiddetti Layer 2/3 IT (intratelencefalici dello strato 2/3). Sono cellule che si trovano, in gran numero, nella corteccia cerebrale e fondamentali per la comunicazione tra diverse aree del cervello. Bene. Questi neuroni, negli esseri umani, hanno subito un’evoluzione molto più veloce rispetto alle altre scimmie antropomorfe.
Questa corsa evolutiva, spiegano gli autori Alexander L. Starr e Hunter B. Fraser della Stanford University, ha comportato una drastica riduzione dell’attività dei geni legati all’autismo. Un paradosso: la selezione naturale ha favorito cambiamenti genetici che, da un lato, ci hanno dato vantaggi cognitivi (linguaggio più complesso, sviluppo cerebrale più lento ma più sofisticato), dall’altro hanno aumentato la nostra sensibilità a disturbi neuropsichiatrici.
In poche parole, sono componenti fondamentali dell'architettura corticale che permettono la complessa elaborazione delle informazioni che sta alla base della percezione, del pensiero e della cognizione. Senza di loro la comunicazione tra le aree cerebrali sarebbe molto meno efficiente.
È un’ipotesi forte, ma che trova sempre più conferme, i geni che ci hanno resi umani potrebbero averci anche reso più neurodiversi. Secondo la ricerca, il rallentato sviluppo cerebrale postnatale tipico dell’Homo sapiens (rispetto a esempio agli scimpanzé) sarebbe stato favorito dall’evoluzione. Perché utile? Perché un cervello che “matura lentamente” ha più tempo per sviluppare competenze sofisticate, come il linguaggio e il pensiero astratto.
Il rovescio della medaglia? Alcune varianti genetiche, quando alterate, possono portare a difficoltà nello stesso campo: linguaggio, relazioni sociali, elaborazione delle emozioni.
Secondo me è un po’ come se l’evoluzione avesse giocato una partita d’azzardo. Ha puntato tutto sullo sviluppo di capacità cognitive straordinarie, accettando però un rischio maggiore di fragilità.
Ecco il punto più affascinante (e un po’ misterioso). Perché mai la selezione naturale avrebbe spinto in questa direzione? Gli studiosi ipotizzano due possibili scenari:
È bene precisare che quando nello studio si parla di “riduzione”, non si intende che quei geni sono scomparsi o che sono diminuiti di numero (i geni restano lì, nel DNA). Quello che cambia è la loro “espressione”, cioè quanto “vengono accesi o spenti” nelle cellule cerebrali.
La verità? Non la sappiamo ancora. Ma quello che emerge con forza è che l’autismo non è un “errore”, bensì una conseguenza intricata dell’evoluzione che ha fatto di noi quello che siamo.
Oggi la sfida è capire come trasformare questa consapevolezza in strumenti concreti: diagnosi più precoci, supporti personalizzati, maggiore inclusione. Perché, al di là dei numeri e dei grafici, dietro l’autismo ci sono persone, famiglie, storie.
E forse, se l’autismo è in parte “il prezzo dell’intelligenza”, il nostro compito come società è quello di valorizzare davvero tutte le forme di intelligenza, anche quelle che non seguono i binari più convenzionali.
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