Illustrazione che mostra una sezione dell'intestino con i due batteri che consumano la mucina del colon

Stitichezza cronica? Un nuovo studio scopre due batteri responsabili

Hai mai avuto l'impressione che i lassativi non funzionino davvero, nonostante tu segua le indicazioni mediche, le modifiche alla dieta e i litri d’acqua bevuti? Beh, uno studio appena pubblicato su Gut Microbes potrebbe finalmente darti una risposta. E no, non è colpa tua.

Ricercatori dell'Università di Nagoya, in Giappone, hanno identificato una coppia di batteri intestinali che, lavorando in sinergia, sarebbero responsabili di una forma specifica di stitichezza cronica. Li hanno chiamati, con una certa brutalità terminologica, i "mangia-muco" dell'intestino. Secondo me è una delle scoperte più interessanti degli ultimi anni nel campo della gastroenterologia. E vi spiego perché.


Indice


Cosa fa il muco intestinale (e perché è così importante)

Parliamo prima di una cosa che in pochi conoscono davvero: la mucina del colon. È una sostanza gelatinosa che riveste le pareti dell'intestino crasso. Insomma, è un po' come l'olio motore dell'intestino… senza di essa, tutto si inceppa.

La mucina serve a mantenere le feci umide. Aiuta a farle scorrere. Protegge la mucosa intestinale dai batteri. Quando questa barriera viene danneggiata, le feci si seccano, diventano dure, difficili da espellere. E i lassativi, che agiscono sulla motilità intestinale (velocità di transito), non risolvono assolutamente il problema alla radice.

Cos'è la stitichezza cronica idiopatica?
La stitichezza cronica idiopatica (CIC) è una condizione in cui la persona soffre di stitichezza persistente senza una causa organica identificabile. In Italia si stima che colpisca tra il 10% e il 20% della popolazione adulta. La parola "idiopatica" significa letteralmente "di causa sconosciuta". Il nuovo studio potrebbe ridefinire questa diagnosi, suggerendo che in molti casi la causa esiste eccome e si chiama microbiota.


I due batteri sotto accusa

I protagonisti di questa storia sono: Akkermansia muciniphila e Bacteroides thetaiotaomicron.

Due nomi complicati, lo so. Chiamiamoli A.m. e B.t. per comodità, altrimenti ci si intreccia la lingua. Vivono nell'intestino di quasi tutti noi. Di per sé non sono "cattivi"… ma quando si trovano insieme e in quantità eccessive, combinano guai.

Ecco come funziona il meccanismo, in parole semplici.

B.t. produce degli enzimi chiamati solfatasi. Questi enzimi rimuovono i gruppi solfato dalla mucina. I gruppi solfato sono, diciamo, lo scudo protettivo della mucina: finché ci sono, i batteri non possono aggredirla. Una volta rimossi, A.m. entra in azione e consuma la mucina esposta.

Il risultato? Il rivestimento protettivo del colon si assottiglia. Le feci perdono acqua. Diventano secche e compatte. E il lassativo, che spinge semplicemente l'intestino a muoversi più in fretta, non cambia nulla perché il problema è strutturalmente diverso.

Il team di Tomonari Hamaguchi, autore principale dello studio, ha confermato tutto questo con un esperimento. Topi privi di germi sono stati colonizzati con entrambi i batteri e hanno sviluppato stitichezza. Topi colonizzati con uno solo dei due batteri, invece, no. Nessuna stitichezza. Zero.

Due batteri responsabili della stitichezza batterica, raffigurati in 4 sezioni zummate

 

La conferma: bloccare l'enzima risolve il problema

Il vero coup de théâtre della ricerca è qui. I ricercatori hanno geneticamente modificato B.t. in modo da disattivare l'enzima solfatasi (tecnicamente, l'enzima anaerobic sulfatase-maturating enzyme, o anSME). Poi hanno colonizzato altri topi con questa versione "disarmata" del batterio, insieme ad A.m.

Risultato? Lo ha dichiarato Hamaguchi in persona: "i topi non hanno sviluppato stitichezza; la mucina è rimasta protetta e intatta".

Questo apre una prospettiva terapeutica concreta! Farmaci, che inibiscono l'attività della solfatasi batterica, potrebbero proteggere il muco intestinale e trattare quella che i ricercatori definiscono, per la prima volta, stitichezza batterica.

È bene precisare una cosa, però: siamo ancora nella fase dei modelli animali (topi germ-free, quindi in condizioni molto controllate). Il salto all'uomo richiederà ulteriori studi. Ma la direzione è chiarissima.

Come funziona l'esperimento con i topi gnotobiotici?
I topi "germ-free" sono animali allevati in condizioni sterili, privi di qualsiasi microorganismo intestinale. Questo li rende modelli perfetti per testare l'effetto di batteri specifici, perché si parte da zero. Nell'esperimento di Nagoya, i ricercatori hanno colonizzato questi topi con A. muciniphila e B. thetaiotaomicron, singolarmente o in combinazione, monitorando parametri come il contenuto di mucina fecale, l'idratazione delle feci e la permeabilità intestinale. È una metodologia rigorosa e ampiamente riconosciuta nella ricerca sul microbiota.


Il legame con il Parkinson che nessuno si aspettava

È risaputo che la stitichezza è uno dei sintomi precoci del morbo di Parkinson. Precoci quanto? Anche 10-20 anni prima che compaiano i tremori. Per anni si è pensato che dipendesse dalla neurodegenegerazione del “sistema nervoso enterico”, cioè i nervi che controllano il movimento intestinale si deteriorano insieme al cervello.

Ma lo studio di Nagoya mostra qualcosa di diverso. I pazienti con Parkinson analizzati, ben 231 in totale, presentavano livelli significativamente più elevati di A.m. e B.t. rispetto ai controlli su pazienti sani. 

Questo non significa che i batteri causino il Parkinson. Attenzione. Significa, però, che potrebbero contribuire alla stitichezza che precede e accompagna la malattia attraverso un meccanismo del tutto indipendente dalla neurodegenegerazione. Due problemi separati che si sommano.

L'asse intestino-cervello nel Parkinson
Da anni la ricerca scientifica esplora il cosiddetto "asse intestino-cervello". Il celebre neuropatologo tedesco Heiko Braak ha proposto già nel 2003 che il Parkinson potrebbe iniziare nell'intestino, risalendo attraverso il nervo vago fino al cervello. Anche i batteri Desulfovibrio, tra l'altro, risultano aumentati nei pazienti con Parkinson… e indovina un po'? Anch'essi dipendono dal solfato liberato da B. thetaiotaomicron per prosperare. Il puzzle si fa sempre più interessante.


Perché i lassativi spesso non bastano

I lassativi osmotici, quelli che richiamano acqua nel colon, aiutano. I procinetici, che stimolano il movimento intestinale, aiutano. Ma aiutano solo se il problema è la motilità, cioè la velocità di transito intestinale.

Se, invece, il problema è che i batteri stanno consumando il muco e le feci si seccano prima ancora di muoversi, i lassativi tradizionali sono come mettere un cerotto su una frattura. Non inutili in assoluto, ma insufficienti.

Lo studio ha anche verificato che i livelli di A.m. e B.t. non diminuivano nei pazienti che rispondevano ai lassativi rispetto a quelli che non rispondevano. Conferma che la responsività ai lassativi e la presenza di questi batteri sono fenomeni indipendenti.

Cosa possiamo aspettarci in futuro

I ricercatori di Nagoya suggeriscono tre possibili strade terapeutiche:

  • la prima è sviluppare farmaci che inibiscano la solfatasi batterica. Bloccare B.t. prima che tolga lo scudo alla mucina;
  • la seconda è usare batteriofagi (virus che attaccano selettivamente i batteri) per ridurre la popolazione di A.m. nei pazienti con stitichezza batterica;
  • la terza è identificare l'abbondanza fecale di A.m. come biomarker, cioè come indicatore diagnostico Chi ha alti livelli di questo batterio potrebbe essere identificato precocemente e trattato in modo mirato.

C’è da sottolineare che A.m. da sola non causa stitichezza. Ha bisogno di B.t. (o di altri batteri del genere Bacteroides capaci di produrre solfatasi, come B. caccae e B. uniformis). Questo spiega perché la correlazione tra A.m. e stitichezza nei dati epidemiologici non è sempre netta. Infatti, dipende da chi c'è in compagnia.

Riflessioni conclusive. Un cambio di paradigma nella gastroenterologia

Per anni, la stitichezza cronica è stata trattata come un problema meccanico… l'intestino va lento? Bisogna farlo andare più veloce. Oppure come un problema psicosomatico. O come conseguenza di dieta povera di fibre. Tutte spiegazioni parziali, valide in certi casi, ma non in tutti.

L'idea che esista una stitichezza batterica, distinta da quella motoria, con un meccanismo specifico e potenzialmente trattabile con terapie mirate, è un cambio di prospettiva importante. Cambia come pensiamo alla diagnosi. Cambia come pensiamo al trattamento.

Lo studio ha reclutato campioni fecali da 231 pazienti con Parkinson, 54 con stitichezza cronica idiopatica e 147 controlli sani, confrontando dati su contenuto di mucina, idratazione fecale, frequenza di defecazione e abbondanza batterica. È uno studio solido, anche se condotto principalmente su pazienti giapponesi, e la generalizzabilità ad altre popolazioni andrà verificata.

La direzione è tracciata. E per milioni di persone, che ogni mattina si svegliano con quella sensazione di blocco, potrebbe essere l'inizio di qualcosa di concreto.

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