giovedì 09 ottobre 2025 ore 09:10
C’è un filo rosso che attraversa la storia della Sanità italiana… e oggi quel filo è sempre più sottile. Il nuovo Rapporto GIMBE (presentato alla Camera l’8 ottobre 2025) non usa mezzi termini, il Servizio Sanitario Nazionale è in agonia. Lo dice con la forza dei numeri, ma anche con l’amarezza di chi (come Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione) denuncia da anni lo smantellamento lento e silenzioso di un sistema che, un tempo, era tra i migliori d’Europa.
Sembra quasi incredibile, ma negli ultimi tre anni alla sanità sono mancati 13,1 miliardi di euro. Una cifra enorme, che ha scavato un solco profondo tra pubblico e privato, Nord e Sud, ricchi e poveri. E intanto, sempre più italiani si curano di tasca propria (41,3 miliardi nel 2024), mentre uno su dieci rinuncia del tutto alle cure.
Sai quando guardi un numero e pensi “wow, che aumento”? Poi scopri che l’inflazione se lo è mangiato. Ecco, è un po’ così. Il Fondo Sanitario Nazionale è cresciuto da 125,4 a 136,5 miliardi nel triennio 2023-2025. Ma, come spiega Cartabellotta, “sono solo illusioni contabili”. A conti fatti, la quota di spesa sanitaria rispetto al PIL è scesa dal 6,3% al 6,1%. Insomma… più miliardi sulla carta, ma meno salute reale.
E le previsioni? Non confortano. Secondo la Legge di Bilancio, la percentuale sul PIL continuerà a calare fino al 5,8% nel 2028. Se non si invertirà la rotta, già dal 2026 le Regioni dovranno scegliere se tagliare i servizi o alzare le tasse locali. E non serve essere economisti per capire che entrambe le opzioni peseranno sui cittadini.
Non è solo questione di soldi. È anche una questione di dove vivi.
Il Rapporto fotografa un’Italia spaccata in due, in cui solo 13 Regioni rispettano i LEA. Il Sud arranca (resistono solo Puglia, Campania e Sardegna) mentre la mobilità sanitaria parla chiaro: milioni di cittadini si spostano verso Nord per curarsi. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto raccolgono quasi tutto il saldo positivo dei pazienti “in fuga”.
E questo si riflette perfino sulla speranza di vita che raggiunge gli 84,7 anni a Trento, mentre si ferma a 81,7 in Campania. Tre anni di differenza, come se ci fossero due Paesi nello stesso Paese.
Il Rapporto GIMBE dice, senza giri di parole, che l’86,7% della spesa privata è pagata direttamente dai cittadini. Significa che milioni di famiglie, per fare una TAC o una visita specialistica, devono mettere mano al portafoglio. O, peggio, rinunciare.
Nel 2024, circa 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Il 17,7% in Sardegna, “solo” il 5,3% a Bolzano. Ma in un Paese civile, anche una sola rinuncia dovrebbe farci riflettere.
E non è finita. Cresce anche il “privato puro”. Infatti, tra il 2016 e il 2023 la spesa diretta delle famiglie verso cliniche private è salita del 137%. Un business fiorente, spinto dalla debolezza del pubblico.
Altro paradosso tutto italiano.
Abbiamo uno dei più alti numeri di medici in Europa (5,4 ogni 1.000 abitanti), ma mancano infermieri ovunque: solo 6,5 per 1.000 abitanti, contro i 9,5 della media OCSE. È come avere piloti senza copiloti.
E poi c’è la fuga dal pubblico a causa di retribuzioni basse, carichi di lavoro enormi, zero incentivi. Cartabellotta lo dice chiaramente: “rischiamo di formare professionisti per regalarli al privato o all’estero”.
Qui arriva la parte più amara.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza doveva essere il grande motore per rinnovare la Sanità territoriale, con Case e Ospedali di Comunità. Ma i dati parlano da soli: solo il 4,4% delle Case della Comunità è pienamente operativo. E il 2026, termine ultimo per completare la “Missione Salute”, è dietro l’angolo.
Il rischio? Ritrovarsi con strutture nuove ma vuote, senza medici né infermieri, e un debito pubblico ancora più alto.
Alla fine, il Rapporto non si limita a denunciare, ma propone un Piano di Rilancio del SSN.
Un “patto triplo”, lo chiama Cartabellotta:
E qui, permettimi un pensiero personale. Forse la vera sfida non è solo di numeri, ma di fiducia. Fiducia nel fatto che curarsi non debba mai dipendere dal reddito o dal CAP.
Insomma, come scrive la GIMBE: “la salute non è un costo, è un investimento”.
E se non lo capiamo ora, rischiamo davvero di svegliarci in un Paese dove la Sanità Pubblica sarà solo un ricordo.
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