Donna di mezza età cammina lungo una strada avvolta nella foschia, con espressione perplessa e preoccupata per l’inquinamento atmosferico che la circonda.

Alzheimer e sonno. La scoperta che cambia tutto

Se dormi male non è solo questione di alzarsi stanchi, ma può essere il segnale che il tuo cervello sta perdendo la bussola... letteralmente!

Questa è una di quelle notizie che ti fanno dire "davvero? Non ci credo" e poi ci ripensi per giorni. I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno scoperto che l'Alzheimer non frantuma solo i ricordi, ma rompe anche l'orologio biologico del cervello…. e forse, diciamo forse, sistemare questo orologio potrebbe rallentare la malattia. Vediamo bene di cosa si tratta.


Indice


Quando il cervello perde il ritmo

Tutti sappiamo che l'Alzheimer porta confusione. Ma chi lo immaginava che il problema potesse essere così... ritmico? Il cervello ha un suo orologio interno che decide quando dormire, quando svegliarsi, quando digerire. Questo orologio circadiano controlla tipo il 20% dei nostri geni. Niente male come percentuale.

Ora, i disturbi del sonno nell'Alzheimer non sono una novità. Il mondo scientifico, per anni, li hanno considerati un "effetto collaterale" della malattia. Tipo, hai l'Alzheimer quindi dormi male. Fine della storia.

Invece no.

I ricercatori hanno scoperto che nei topi con accumulo di amiloide (la proteina responsabile della formazione di aggregati insolubili in vari tessuti e organi che ne compromettono il corretto funzionamento) succede una cosa pazzesca. Centinaia di geni nelle cellule cerebrali smettono di seguire il loro ritmo normale. È come se l'orchestra perdesse il direttore e ogni musicista suonasse per conto suo.

La sindrome del tramonto
Hai mai sentito parlare della "sindrome del tramonto"? Nelle fasi avanzate dell'Alzheimer, molti pazienti diventano super agitati e confusi proprio al calare del sole. Non è casualità, è il ritmo circadiano che va in tilt. Il cervello non riesce più a distinguere il giorno dalla notte, e questo crea un caos emotivo incredibile sia per i pazienti che per chi li assiste. Un segnale chiaro di quanto l'orologio biologico sia compromesso.


I custodi del cervello in crisi

Erik Musiek, il neurologo che ha guidato lo studio (pubblicato su Nature Neuroscience nell'ottobre 2024), ha fatto una scoperta illuminante. Dei 82 geni associati al rischio Alzheimer, circa la metà sono controllati dal ritmo circadiano. Hai letto bene, metà!

Le cellule più colpite sono la microglia e gli astrociti. Spiegandolo in termini semplici, la microglia è tipo lo spazzino del cervello, pulisce via i rifiuti e le sostanze tossiche. Gli astrociti, invece, aiutano i neuroni a comunicare tra loro. In breve, sono cellule fondamentali.

Quando l'amiloide si accumula, questi geni non si spengono completamente. Invece, iniziano ad accendersi e spegnersi a caso, senza seguire più l'ordine naturale. Il risultato? Il sistema di pulizia del cervello va in totale confusione.

Pensaci un attimo. È come avere i netturbini che passano in maniera casuale. Alla fine la spazzatura si accumula ovunque.

Il sonnifero che fa parlare

Ora arriva la parte dove le cose si fanno davvero interessanti. Nel 2023 è uscito uno studio (sempre dalla Washington University di St. Louis) su un sonnifero comune chiamato suvorexant.

Brendan Lucey, specialista del sonno, ha testato questo farmaco su 38 persone sane, di mezza età. Due notti in una clinica del sonno, campioni di liquido cerebrospinale prelevati ogni due ore per 36 ore. Non proprio una passeggiata.

I risultati? Con la dose normale di suvorexant, i livelli di beta-amiloide sono calati del 10-20%. La dose più alta ha anche ridotto (temporaneamente) i livelli di tau iperfosforilata, la forma cattiva della proteina tau (essenziale per il corretto funzionamento dei neuroni, poiché aiuta a stabilizzarne la struttura interna) che forma i grovigli nel cervello.

Il dilemma dei sonniferi
I sonniferi non sono la soluzione magica che sembrano. Sì, ti fanno addormentare, ma spesso inducono un sonno più leggero invece che profondo. E qui casca l'asino, perché ricerche precedenti mostrano che il sonno a onde lente (quello profondo) è cruciale per ridurre tau e amiloide. Inoltre, diventi dipendente abbastanza facilmente. Lucey stesso ha detto che sarebbe prematuro iniziare a prendere suvorexant come prevenzione. Lo studio è durato solo due notti, con persone sane.


Da quanto esposto si desume come la teoria, secondo cui amiloide e tau causano l'Alzheimer, è stata sostanzialmente messa in discussione negli ultimi anni.

Decenni di ricerca per ridurre l'amiloide non hanno prodotto farmaci davvero efficaci. Questo ha fatto pensare molti scienziati che forse, e dico forse, la storia dell'Alzheimer è un pochino più complicata di quanto si pensava.

Quindi sì, i sonniferi riducono amiloide e tau. Ma se queste proteine non sono la vera causa della malattia, allora tutto diventa più nebuloso, come dice Lucey stesso.

Cosa possiamo fare adesso

Lucey è stato onesto: "sono fiducioso che svilupperemo farmaci che sfruttano il legame sonno-Alzheimer". E poi ha ammesso: "Ma ancora non ci siamo ancora arrivati".

Nel frattempo, però, alcune buone abitudini si possono adottare:

Migliorare l'igiene del sonno è fondamentale. Orari regolari, camera buia, niente schermi prima di dormire. Le solite cose che tutti sappiamo ma che nessuno fa davvero.

Anche trattare i disturbi del sonno tipo l'apnea notturna a qualsiasi età, è importante per la salute del cervello!

Ricordiamo che i disturbi del sonno nell'Alzheimer compaiono anni prima della perdita di memoria. Anni! Potrebbero essere un campanello d'allarme prezioso.

Il ritmo circadiano, spiegato facile
Hai presente quando ti senti “sfasato” dopo un volo intercontinentale? Ecco, quello è il tuo ritmo circadiano che si è confuso. È l’orologio biologico che regola tutto: sonno, appetito, temperatura corporea, persino il rilascio di ormoni. Quando è in equilibrio, il corpo funziona bene. Quando si altera (per stress, luce artificiale, o insonnia cronica) si crea terreno fertile per infiammazioni, squilibri e, a lungo andare, anche malattie neurodegenerative.


Il punto cruciale

Musiek l'ha detto chiaramente. L'obiettivo è "manipolare in qualche modo l'orologio biologico, renderlo più forte, più debole o spegnerlo in determinati tipi di cellule".

Non è fantascienza. Con le tecnologie attuali potremmo sviluppare terapie che agiscono specificamente sulla microglia e sugli astrociti, reimpostando i loro ritmi circadiani.

Certo, ci sono ancora molte cose da capire. Lo studio sui topi va confermato negli umani. Gli esperimenti con i sonniferi vanno estesi, testati su persone anziane per mesi o anni, non solo due notti.

Ma diciamo la verità, è una prospettiva affascinante. L'idea che manipolando l’accensione e lo spegnimento dei geni si possa rallentare l'Alzheimer... è potente.

La verità incontrovertibile, però, è che a oggi l'Alzheimer resta una malattia per cui non esistono cure. I familiari delle persone che hanno l’ Alzheimer lo sanno bene. Vedere una persona cara perdere progressivamente memoria, autonomia, la capacità di riconoscere i volti amati... è, a dir poco, devastante.

I disturbi del sonno sono uno dei problemi più frequenti segnalati dai familiari. Notti insonni, agitazione, confusione. Questo crea stress che accelera la progressione della malattia. Un circolo vizioso tremendo.

Questa ricerca non dà soluzioni immediate, attenzione. Ma la speranza che ci stiamo avvicinando a capire i meccanismi profondi della malattia.

Il fatto che il ritmo circadiano controlli metà dei geni dell'Alzheimer è un'informazione basilare. Ci offre, come dice Musiek, "l'opportunità di trovare modi per identificare trattamenti terapeutici in grado di manipolarli".

Riflessioni conclusive

Insomma, dove siamo? Abbiamo scoperto che l'Alzheimer rompe l'orologio biologico del cervello. Abbiamo visto che un sonnifero può ridurre temporaneamente le proteine “problematiche”. Abbiamo capito che il sonno e la malattia sono collegati più profondamente di quanto pensassimo.

Ma non abbiamo una cura. Non ancora!

Quello che possiamo fare è prenderci cura del nostro sonno. Seriamente! Non per moda o benessere generico, ma perché ogni notte il cervello si pulisce, elimina i rifiuti metabolici, riorganizza le informazioni. È manutenzione essenziale.
Le prove che collegano i disturbi del sonno e l’Alzheimer sono sempre più solide. E questo, senza dubbio, è un messaggio che va ascoltato.

Chissà, tra qualche anno magari avremo terapie mirate sui ritmi circadiani. Farmaci che rinforzano l'orologio biologico delle cellule cerebrali. Trattamenti che prevengono davvero l'accumulo di proteine tossiche.

Per ora dormiamo bene. È il minimo che possiamo fare per la salute del nostro cervello.

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