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IL CIBO, IL NUTRIMENTO DELL’ANIMA

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 


IL RAPPORTO BILATERALE TRA ALIMENTAZIONE E REGOLAZIONE EMOTIVA

Quella che intercorre tra emozioni e cibo è una relazione bilaterale poiché il nostro modo di mangiare influisce sul nostro stato emotivo e il nostro stato emotivo influisce sul nostro modo di mangiare. La regolazione emotiva, ovvero la nostra capacità di gestire le emozioni, passa anche attraverso il nostro comportamento alimentare, non a caso la difficoltà a gestire i vissuti di frustrazione e sofferenza è uno dei fattori alla base dello sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare. Per questo, il rapporto tra emozioni e cibo è molto più significativo di quello che possiamo immaginare.

Ma perché il cibo assume così tanta importanza nella nostra vita psichica?

L’alimentazione è connessa con la nostra vita emotiva, sia nei termini dell’affettività profonda, sia nei termini della relazionalità, dunque non è affatto un bisogno unicamente fisiologico. Il rapporto con il cibo ci coinvolge fin dalla nascita, come veicolo di rapporto con la figura materna, è il determinante della relazione madre-figlio che passa attraverso l’allattamento, è perciò la prima forma di scambio affettivo.  All’ inizio il cibo, il latte, il seno, la madre sono vissuti come un unico oggetto dall’infante in una situazione di fusionale indifferenziazione (detta fase simbiotica). Dunque l’alimentazione è la base biologica su cui si declinano relazioni e affetti del bambino. L’assenza del cibo corrisponde all’ assenza della madre, dove le oscillazioni dell’alimentazione riflettono quelle relazionali con la madre. Il primitivo “no” verso la madre può essere espresso come rifiuto dell’alimentazione e l’azione del nutrimento riceve l’imprinting di esperienza primaria di relazione d’amore e di accudimento con l’Altro. La frustrazione della perdita della “fusione” con l’oggetto primario, la madre, rimarrà impressa nel vissuto psichico fantasmatico dell’alimentazione: il cibo dunque rifletterà l’ oggetto investito di amore/odio/piacere/rabbia con cui la relazione potrà oscillare tra i due estremi comunicativi: il NO, significante di rifiuto totale, restrizione alimentare (tendenza anoressica), il SI, significante di desiderio totale, spinta ad una incorporazione onnipotente del cibo nel tentativo di restaurare la fusione con l’ oggetto, bramosità infinita del cibo (tendenza bulimica). In sintesi il cibo rappresenta per l’uomo, nel suo profondo, l’oggetto madre fonte di amore, nutrimento e vita.  

È poi evidente coma la vita quotidiana sia scandita dai ritmi legati ai pasti e come gli eventi importanti della nostra vita siano sempre Cibo dell'animaaccompagnati da banchetti che diventano per questo occasione di socializzazione. Il cibo assume così significato di socialità, di condivisione, di scambio e, non per ultimo, di piacere. A tal proposito, è interessante evidenziare come la gratificazione procurata con l’alimentazione sia intrinsecamente legata alla sfera della sessualità, dove sesso e cibo rappresentano due necessità fisiologiche ed emotive che condividono diversi aspetti, in primis il livello anatomico: il sistema limbico, in particolare l’amigdala, è implicato, non per caso, insieme all’ipotalamo, nella regolazione sia del comportamento alimentare che del comportamento sessuale. Date basi anatomiche spiegano la stretta relazione che intercorre tra l’atto di alimentarsi e la sfera della sessualità. Hanno poi altri aspetti di comunanza simbolica, ovvero quello di essere veicolo di relazionalità, di condivisione con l’Altro e in più l’aspetto di desiderio e di piacere che hanno il potere di evocare.

La ricerca ha rilevato lo stretto rapporto tra cibo e vita emotiva e quanto questo rapporto serva a gestire le emozioni. Attraverso il rapporto con il cibo, infatti, si esprime un bisogno d’amore, dove spesso il cibo diventa un anestetico con cui si cerca di alleviare la sofferenza emotiva, la frustrazione, sentimenti quali la rabbia o la vergogna o ancora l’insoddisfazione; il cibo assume in questo modo la funzione di riempire un vuoto che per qualche ragione si è creato. Questa è la cosiddetta “fame emotiva”, quando il cibo viene utilizzato per calmare uno stato d’animo, in quel momento ci si sta “sfamando emotivamente”; il cibo diventa così un analgesico, uno strumento che aiuta a non sentire dolore, se non persino una vera e propria forma compensatoria di piacere. Questo ha anche una spiegazione neurofisiologica poiché molti alimenti contengono triptofano, un amminoacido che stimola la secrezione di serotonina, ovvero l’ormone cosiddetto ormone del buonumore. Esso, tra le diverse sue funzioni sostiene gli equilibri umorali del sistema nervoso centrale, infatti bassi livelli di serotonina sono associati ad angoscia, tristezza, irascibilità, dunque a depressione; per questo gli alimenti ricchi dell’amminoacido triptofano agiscono come antidepressivi naturali.

Succede però, specie nel contesto socioculturale contemporaneo, che ad uno “sfamarsi emotivo” seguano senso di colpa, preoccupazione e vergogna legati al controllo del peso corporeo e che va ad innescare un circolo vizioso di frustrazioni a catena: (A) stato di frustrazione  (B) azione di compensazione emotiva alimentare   (C) senso di colpa/vergogna -> (D = A) stato frustrazione. Bisogna però sapere che, nella logica dell’inconscio, logica in cui vige simmetria ed omogeneità, a maggiore privazione corrisponde maggiore attrazione, dove, nel caso specifico, privarsi di mangiare causa, paradossalmente, maggiore attenzione, a volte ossessione, verso il cibo stesso. È per questo che è plausibile pensare a questo tipo di rapporto con il cibo, come ad un rapporto di dipendenza, dove l’oggetto di privazione/desiderio diventa l’organizzatore della vita del soggetto.

nutrimento dell'animaSecondo il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA, Eating and Feeding Disorders) sono disturbi psichiatrici severi e di lunga durata, ad eziopatogenesi multifattoriale, caratterizzati da psicopatologie qualitative e quantitative dell’alimentazione e della nutrizione, che possono comportare disturbi ponderali (dalla magrezza al sovrappeso/obesità, dal minimo al massimo Indice di Massa Corporea/BMI) ed altre alterazioni somatiche, anche rischiose per la salute e la vita. La psicopatologia associata include frequentemente disturbi del Sé, della percezione dell’immagine corporea, della gestione delle emozioni e delle relazioni interpersonali. Le categorie nosografiche ben definite, in ordine di frequenza ed incidenza epidemiologica, sono: Disturbo da Alimentazione Incontrollata, Bulimia Nervosa, Anoressia Nervosa, Disturbo Alimentare Evitante/Restrittivo. Ma sono le categorie non ben definite quelle che hanno la massima incidenza epidemiologica, cioè gli altri Disturbi della Nutrizione Alimentazione Specificati o Non Specificati. L’ Obesità, anche se non inclusa in tale classificazione, presenta con questa area una netta contiguità.

Alla strettissima relazione tra cibo ed emozioni, se ne aggiunge una ancora più ampia e intrisa nelle nostre vite, quella tra cibo e cultura. Come detto il cibo ha un forte significato sociale e simbolico, è legato ai momenti di convivialità e celebrazione personale e sociale, dunque l’introiezione di cibo stessa, così come la sua privazione, o il digiuno (si pensi al ramadan per i musulmani) hanno rilevanti richiami simbolici. Assumere cibo, privarsene, prepararlo, selezionarlo, ha un significato che può essere compreso solo leggendolo all’interno della cornice culturale in cui tali abitudini/rituali sono praticati. Così come l’investimento sull’immagine corporea definisce un determinato rapporto con il cibo che trova senso e valore solo alla luce delle premesse di senso proprie di un dato momento storico-culturale. In questo la cultura di una determinata società, contribuisce, attraverso la diffusione di modelli valoriali, a sviluppare un tipo di rapporto con l’alimentazione che a sua volta influisce su aspetti emotivi e sociali, se non a volte identitari. Qui il riferimento ad un comportamento alimentare problematico emergente è d’obbligo: l’Ortoressia. Contestualmente alla diffusione di una cultura di “vita salutistica”, di una maggiore attenzione da parte della società al “mangiare sano”, va diffondendosi, un atteggiamento ortoressico dal carattere ossessivo e maniacale, dove per ortoressico si intende, “orthos” ovvero “giusto/corretto” e “orexis” ovvero “appetito”, dunque un attenzione potenzialmente patologica sul consumo di cibo “sano”. Tale condizione diventa un disturbo quando la persona inizia a manifestare una vera e propria ossessione verso l’alimentazione corretta tanto da diventare fortemente selettiva nella scelta e nella preparazione di cosa e come mangiare, dove i cibi vengono scelti in base ad una valutazione del loro contenuto calorico e dei loro effetti benefici/dannosi. Il criterio di fame/sazietà passa in secondo piano, come quello del piacere e del gusto. In questa condizione si inizia a sperimentare senso di colpa per le trasgressioni e lo stile perfezionistico e la rigidità, accompagnati da stati ansiosi, fanno sì che il funzionamento della persona si alteri sia a livello intrapsichico che relazionale, iniziando a manifestarsi agiti di irritabilità e ostilità.

Alla luce di quanto fin qui esposto, risulta chiaro quanto molto spesso la consulenza di un esperto dell’alimentazione, quale può essere la figura del biologo nutrizionista, potrebbe non “bastare”, non essere dunque esaustiva per un risultato a lungo termine e globale. Le diete alimentari funzionano sì se si ha motivazione, costanza e determinazione, tuttavia molto spesso portano a raggiungere l’obiettivo della perdita di peso ma non del suo mantenimento nel tempo e del suo più generale significato di salute. Questo accade perché i fattori coinvolti nello stile alimentare soggettivo sono molteplici e complessi, hanno a che fare con aspetti emotivo-affettivi e dunque coinvolgono la dimensione psicologica che richiede di essere esplorata e conosciuta. È importante così un lavoro di riconoscimento del proprio mondo interno, individuare emozioni e bisogni per poterli meglio gestire anche sul piano corporeo, poiché il nostro corpo ci comunica continuamente qualcosa, in questo caso attraverso la fame. Da qui la necessità di un intervento integrato, multidisciplinare, che tenga conto di come corpo e mente, dunque processi fisiologici e psichici, siano intrinsecamente in relazione.

L'uomo è ciò che mangia.
L. Feuerbach

 

Riferimenti bibliografici

Cooper, P. J., & Taylor, M. J. (1988). Body image disturbance in bulimia nervosa. The British Journal of Psychiatry.

Di Luzio, G. (2019). Le relazioni psicopatologiche con il cibo. SpiWeb Società Psicoanalitica Italiana.


Simonelli C., Petruccelli I., Lorusso S. (2012). Rivista di Sessuologia Clinica, XIX/2, Fascicolo 1, Il "peso" del corpo nelle relazioni sessuali ed affettive. Edizioni Franco Angeli.

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