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DIETRO LA VIOLENZA DI GENERE. LA “TRAPPOLA” DELLE RELAZIONI DISFUNZIONALI

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 


Nella violenza ci dimentichiamo chi siamo.

(Mary McCarthy)

Tale citazione fotografa bene ciò che la violenza di genere è in grado di produrre, ovvero la perdita della propria identità, assorbita e intrappolata all’interno di dinamiche relazionali disfunzionali che la coppia contribuisce a perpetrare in un incastro “perfetto” di rappresentazioni di Sé e dell’Altro.

Lenore Walker, nel 1979, descrive il “Ciclo della violenza”, come conclusione della sua riflessione nata dalle testimonianze delle donne maltrattate con le quali aveva lavorato. La Walker aveva notato che le donne non subivano aggressioni continue ma che esistevano delle fasi della violenza che hanno una durata variabile e diverse manifestazioni. Individuò, all’interno di questa variabilità, uno schema di relazione costante a tutte le situazioni di abuso e osservò che dati comportamenti si ripetevano in maniera ciclica. Nel suo lavoro vengono descritte tre fasi della violenza di genere, più specificamente domestica, che tendono a ripetersi senza soluzione di continuità, o meglio, fino a che, come accade molto spesso, la donna cessa di vivere per mano dell’uomo violento. La donna viene come "anestetizzata" da questa ripetitività e dalla mancanza di risposte esterne, che conferiscono una sorta di normalità alla violenza che subisce, inducendola a sottostimarne gravità e pericolo. L'intero ciclo della violenza può completarsi in poche ore o in un anno intero e può ripetersi moltissime volte all'interno di una relazione dove interromperlo senza un aiuto esperto è molto difficile. In molti casi questo processo evolve in una spirale in cui fasi di riconciliazione si alternano a fasi di violenza progressivamente più gravi. Le fasi sono così riassumibili:

  1. Fase dell’accumulo di tensione;
  2. Fase dell’aggressione;
  3. Fase della riappacificazione

La prima fase è quella in cui la tensione cresce, inizia attraverso una subdola violenza verbale, un litigio; l’uomo violento manifesta nervosismo crescente, è perennemente irritato e tende ad avere un atteggiamento opaco, ambiguo che provoca confusione nella donna. Mentre lui mostra distacco, la donna inizia a temere un abbandono e così evita di contestare il proprio compagno od opporsi, assecondando ogni sua mossa, ogni suo volere. In questa fase si assiste a un graduale aumento della tensione caratterizzato da litigi frequenti e atteggiamenti violenti. Non ha una durata precisa, può durare settimane, mesi o persino anni. Durante questa fase possono verificarsi scenate di gelosia, urla e piccole discussioni. Gli insulti e la violenza verbale vengono visti dalla vittima come eventi sporadici e controllabili. L’aggressore, intanto, sperimenta repentini sbalzi Violenzad’umore, si arrabbia per cose di poco conto e appare sempre teso e irritato. In questa fase la vittima cerca di adottare comportamenti che non infastidiscano il partner, e cerca di calmarlo pensando che in tal modo i conflitti possano risolversi. Tende anche a incolparsi, giustificando il comportamento dell’aggressore. Ogni volta che si verifica un incidente che sfocia in una piccola aggressione, aumenta la tensione dell’aggressore, che stizzito dall’apparente indifferenza della vittima, non prova neanche a controllarsi.

La seconda fase, la fase dell’aggressione, è la fase più breve. Coincide col momento in cui si manifesta la violenza vera e propria. C’è una totale mancanza di controllo da parte dell’aggressore, si verificano aggressioni fisiche, psicologiche e/o sessuali. La vittima prova incredulità e ansia e tende a isolarsi sentendosi impotente di fronte a quello che le succede. Di solito trascorrono alcuni giorni prima che chieda aiuto.

Nella terza fase della riconciliazione, detta anche “luna di miele”, di solito l’aggressore chiede scusa e promette che non ripeterà un comportamento del genere. Si serve di strategie di manipolazione emotiva affinché la relazione continui. Lasciarsi abbindolare da regali e promesse, però, promuove il comportamento violento. In questa fase la tensione accumulata nelle sue precedenti fasi sembra sparire. In questa fase è ancora più difficile che la donna trovi il coraggio di denunciare quanto le è successo: il diverso atteggiamento del partner la porta a pensare che si sia trattato di un episodio isolato che non si ripeterà. La vittima vuole convincersi del fatto che non subirà mai più un abuso e l’apparente calma e il comportamento affettuoso dell’aggressore fanno credere alla vittima che sia cambiato davvero. Questa fase finisce quando dalla calma si passa nuovamente alle discussioni e alle vessazioni (prima fase). Tale ciclo si configura per la donna come una vera e propria “trappola”. Lo smarrimento delle vittime aumenta proprio a causa dell’alternanza di momenti di violenza e momenti di ritorno all’affettività. Le donne spesso parlano di un amore ideale, di un principe azzurro fino al punto che la frase “in molti momenti stavamo bene insieme” indica in realtà i momenti in cui non c’era la violenza. Una storia di violenza comincia, da parte della donna, come una storia d’amore! L’intrappolamento in una relazione violenta è graduale e può essere descritto come un processo di progressivo adattamento attraverso il quale le donne modellano il proprio comportamento in una direzione di crescente accondiscendenza, remissività, sottomissione, non necessariamente perché sono persone per natura passive e dipendenti, bensì perché queste modalità sono funzionali a prevenire le esplosioni di rabbia pericolose. A breve termine funzionano, sono utili a scongiurare la violenza e quindi vengono apprese come strategia di sopravvivenza. Di fatto, lo stile passivo spesso è la risposta più adattiva al pericolo, anche se ovviamente diventa disfunzionale a lungo termine.  

La violenza di genere ha un elevato effetto traumatizzante per diverse ragioni. Innanzitutto nasce all’interno di quello che per la donna è un rapporto di amore e fiducia, lei sente di amare quell’uomo e si fida di lui, dunque è emotivamente doloroso tollerare la delusione/tradimento di un amore che si trasforma; la violenza si ripete ciclicamente, dunque torna, puntualmente a ferire; non ha un inizio preciso ma è un subdolo e graduale processo dei relazione nel quale ci si perde; la violenza, infine, non è facile riconoscerla poiché tende ad essere interpretata, difensivamente, come interesse o affetto.  Il trauma, ricordiamolo, è un’esperienza di particolare gravità che compromette il senso di stabilità e continuità fisica e/o psichica di una persona e/o di una comunità. Il trauma è qualche cosa che ferisce, colpisce, sorprende, impressiona; è improvviso inaspettato, incomprensibile, incontrollabile, terribile. E la violenza nelle relazioni d’intimità è un trauma! (E. Reale, 2011).  

La violenza nelle relazioni intime si esprime in più forme: violenza psicologica; violenza fisica; violenza economica; violenza sessuale; stalking. Impararle a riconoscere potrebbe essere il primo passo per farne fronte. La violenza psicologica comprende tutti quei comportamenti che ledono la dignità e l’identità della donna e ha un grande potere distruttivo soprattutto quando si manifesta in sottili meccanismi comunicativi all’intero dei rapporti di intimità. La violenza psicologica è la squalifica, la derisione, l’insulto, la molestia verbale, l’isolamento, l’allontanamento della donna dalle sue relazioni sociali di supporto in modo da limitare la sua indipendenza, l’estrema gelosia ed ossessività, il controllo eccessivo del suo comportamento, le accuse ripetute di infedeltà e il controllo delle sue frequentazioni, le minacce verbali di abuso, l’aggressione o tortura dirette alla donna stessa ed alla sua famiglia, le minacce ripetute di abbandono, di divorzio e di inizio di un’altra relazione se non vengono soddisfatte determinate richieste. La violenza psicologica passa dunque attraverso specifici canali che sono la svalutazione, l’oggettivizzazione (essere trattati come oggetto di possesso), la colpevolizzazione, la limitazione della propria libertà, la persecutorietà e la normalizzazione della relazione asimmetrica.

Per violenza economica si intende una serie di atteggiamenti volti essenzialmente ad impedire che una persona sia o possa diventare economicamente indipendente, al fine di esercitare un controllo indiretto su di lei. Spesso è difficile da registrare come una forma di violenza poiché può sembrare normalmente scontato che la gestione delle finanze familiari spetti all'uomo. Tale forma di violenza si esplicita nel limitare o negare l'accesso alle finanze familiari, nell’ occultare l’informazione sulla situazione patrimoniale e le disponibilità finanziarie della famiglia, nel vietare, ostacolare o boicottare alla donna il lavoro fuori casa, nel non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla legge, nello sfruttare la donna come forza lavoro nell'azienda familiare senza dare in cambio nessun tipo di retribuzione, nell’appropriarsi dei risparmi o dei guadagni del lavoro della donna e usarli a proprio vantaggio, nell’attuare ogni forma di tutela giuridica ad esclusivo proprio vantaggio e a danno della donna (per esempio l'intestazione di immobili), nel costringerla a fare debiti, nel limitare l’accesso alle cure mediche, nel tenerla in una situazione di privazione economica continua.

La violenza fisica è ogni forma di intimidazione o azione che mette a rischio l’integrità fisica. Vi sono compresi comportamenti quali schiaffeggiare, spingere, dare calci, pugni, mordere, sputare, dare pizzicotti, minacciare, tirare i capelli, costringere nei movimenti, sovrastare fisicamente, colpire con oggetti o armi, mutilare i genitali femminili, bruciare con le sigarette, ustionare, privare di cure mediche, privare del sonno, tentare di strangolare, pugnalare, uccidere, ecc.

La violenza sessuale, invece, all'interno del rapporto di coppia, presuppone l’imposizione di relazioni o pratiche sessuali indesiderate o di rapporti che implichino il far male fisicamente e/o psicologicamente, sotto minacce di varia natura.

Venendo all’ultima forma di violenza - ultima solo per ordine di trattazione - lo stalking, che letteralmente significa “cacciare ed inseguire”, consiste una serie di comportamenti che includono telefonate, lettere, pedinamenti, appostamenti, minacce, aggressioni e intrusioni continue nella vita privata, lavorativa di una persona. Tutte queste azioni implicano il ripetuto e persistente tentativo di imporre ad un’altra persona comunicazioni non desiderate o contatti che suscitano paura. Tipici comportamenti da stalking sono atti vandalici in casa della vittima, appropriazione della posta, invio insistente di oggetti non graditi, pedinamento della vittima, furto di qualche oggetto, danni sull’auto della vittima, molestie telefoniche, per posta ordinaria o elettronica, ecc. Per essere definiti stalking, questi comportamenti devono avere carattere di ossessività (più volte al mese) e suscitare nella vittima paura, disagio e senso di minaccia alla propria sicurezza.

La disparità di genere, così fortemente presente nella nostra cultura, porta la donna vittima di violenza intrafamiliare a sentirne, paradossalmente, la responsabilità e a portarne dentro di sé il senso di colpa che è la cosa più difficile da elaborare e da cui derivano le continue “prove di resistenza. Subire violenza all’interno di una relazione di fiducia ha un forte potenziale distruttivo che mina e disorganizza l’assetto cognitivo ed emotivo. La violenza, in qualsiasi forma si presenti, ha lo scopo di annullare l’identità di chi la subisce e di vuole renderla completamente impotente. Bisogna sempre ricordare che la violenza fisica, arriva dopo una serie di violenze psicologiche che le donne non riconoscono come tali. Progressivamente queste donne, a causa della violenza che genera senso di inadeguatezza e inefficacia, perdono lo spirito critico e la capacità di valutazione, infatti la penetrazione nel territorio psichico e fisico della donna agisce come una invasione vera e propria, implica una violazione dei confini dell’identità ed è come se non ci fossero più “frontiere” tra chi agisce la violenza e chi la subisce (“io so cosa pensi, cosa desideri, che cosa ti fa bene e che cosa no…”), in un rapporto basato sulla dinamica controllo/impotenza che si alimenta vicendevolmente. Via via che la violenza aumenta la donna perde sempre più fiducia in sé stessa, è instabile, confusa, isolata e sempre meno in grado di prendere una decisione, progredendo gradualmente verso l’“annientamento del sé”.

Perché la violenza sia considerata come tale, essa deve apparire come intenzionale, mentre le donne, molto spesso invece, tendono a giustificare o sminuire dati comportamenti (“non voleva farmi male… è stato un incidente… era nervoso per il lavoro..”). Spesso le donne vittime di violenza prendono coscienza di essere tali solo quando la violenza provoca molto dolore ed appare chiaramente intenzionale, ma finché esiste un equilibrio tra controllo, denigrazione e gentilezza si sopporta, la vittima si dice che in realtà è lei ad esagerare e a leggere certi comportamenti in modo errato. Finisce per dubitare di ciò che prova ed alle volte bisogna che un’altra testimonianza venga a confermare ciò che lei non osa dirsi. La donna non si sottrae a tutto questo per diversi motivi legati in parte all’organizzazione sociale che non facilita la protezione e la tutela delle vittime (reti di protezione, condizioni che facilitano il reinserimento sociale attraverso l’accessibilità a lavoro, casa, servizi di supporto). Molto spesso la “devozione” al partner violento è la manifestazione della rappresentazione sociale del femminile come significativo solo all’interno di una relazione con l’altro, per cui le risorse e le energie sono rivolte non a sé ma fuori di sé, in una dimensione del sacrificio che dà senso e valore al suo vivere. Tale disapprovazione sociale spesso arriva da parte della stessa famiglia di origine che tende a vivere con senso di “vergogna” tali accadimenti, optando per un atteggiamento omertoso. Un altro motivo è legato al fatto che la violenza viene utilizzata allo scopo di annullare completamente chi la subisce, obiettivo che viene sempre raggiunto. Le vittime vivono così un grosso senso di impotenza e nutrono la convinzione di non poter in nessun modo far fronte alla situazione.  Ciò che più dal profondo scoraggia l’uscita da tale “trappola” della violenza è l’investimento sulla relazione, la speranza che l'autore del reato cambi e che l'abuso cessi, perché l’autore della violenza è nella maggior parte dei casi il proprio partner, è il padre dei propri figli, si è legate a lui da un rapporto affettivo che prevede un patto di lealtà, presume la tutela della famiglia da parte della donna e uscirne rappresenta quasi un tradimento a tale patto. Altro motivo che impedisce l’allontanamento è la paura, spesso realistica, di non essere in grado di sostenersi economicamente, il timore di danneggiare i bambini tenendoli lontano dal loro padre, il timore delle minacce del partner (di suicidarsi, di sequestrare/danneggiare i bambini, di ucciderla, il timore che le portino via i bambini). E ancora, la falsa credenza che se non ci sono prove della violenza non si può denunciare, scoraggia la donna a credere nella giustizia.

Come si combatte tale fenomeno? È un fenomeno che trova radici profonde nei significati culturali, che danno vita alle rappresentazioni che fanno da premessa alle relazioni sociali più generali, prima ancora che della specifica coppia. Dunque, è indispensabile lavorare nel campo dell’educazione, sui modelli culturali che esso veicola. È importante promuovere una cultura del rispetto, della non violenza, della parità, del riconoscimento e rispetto, nonché valorizzazione, delle differenze. Questo è compito delle agenzie educative che agendo in chiave di prevenzione primaria possono gradualmente sradicare stereotipi e pregiudizi alla base di modelli culturali che alimentano relazioni disfunzionali come queste, dove la coppia condivide alcune premesse sui ruoli del maschile e del femminile, premesse che sono radicate nella nostra cultura.



Riferimenti Bibliografici

Maltrattamento e violenza sulle donne – vol. 1 e vol. 2 – Elvira Reale, Franco Angeli 2011.

Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività. Felicity de Zulueta, Raffaello Cortina, 2009.

Il percorso psicologico delle donne vittime di violenza: fuoriuscita dal ciclo della violenza e autodeterminazione. C. Fiume, Tricase, 28 febbraio 2017.

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