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TRAUMA PSICOLOGICO E PSICOMICROTRAUMI. LA DIROMPENZA E LA PREPOTENZADELLE EMOZIONI

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 

Il trauma è un evento personale della storia e del vissuto del soggetto, rilevante per le emozioni, i sentimenti e gli affetti dolorosi che può innescare. Il significato etimologico di trauma rimanda a “ferita”, intesa come ferita dell’anima, che può procurare una marcata influenza sullo sviluppo e il funzionamento della personalità di chi ne è protagonista. Il termine “trauma” nasce con la psicoanalisi freudiana e la stessa psicoanalisi prende le mosse in gran parte da qui. Freud iniziò a contemplare l’idea dell’esistenza di traumi infantili che avessero lasciato un segno nei pazienti che si accomodavano sul suo lettino e che potessero essere stati all’origine dei sintomi. È consuetudine, infatti, caratterizzare gli inizi della psicoanalisi e gli inizi dell’indagine sulle nevrosi, tra il 1890 e il 1897, nel modo seguente: “Sul piano teorico, l’eziologia della nevrosi è attribuita a esperienze traumatiche passate e la data di tali esperienze vien fatta risalire sempre più lontano, man mano che si approfondiscono le indagini analitiche dall’età adulta all’infanzia …” (Laplanche J. e Pontalis J. B., 1967). Dunque dal punto di vista psicoanalitico il trauma è un evento della vita del soggetto che è caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica. In termini economici freudinani, il trauma è caratterizzato da un afflusso di eccitazioni che è eccessivo rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua capacità di dominare e di elaborare psichicamente queste eccitazioni. Quando un trauma scuote quelli che erano stati fino a quel momento i fondamenti dell’esistenza, l’individuo subisce una tale scossa emotiva da perdere ogni interesse per il presente e per il futuro, rimanendo assorbito psichicamente dal passato. Il trauma, dunque, determina cambiamenti nel senso di Sé e nella qualità delle relazioni interpersonali, sebbene la risposta al trauma varia a seconda dell’età, dello stato psicofisico, delle risorse e della personalità del soggetto.

Le osservazioni cliniche, ad orientamento psicodinamico, hanno rilevato l’importanza del significato individuale dell’esperienza traumantica, il fatto che i traumi psichici possono costituire da organizzatore mentale e che i significati attribuiti agli stessi ricordi traumatici possono cambiare nel corso del tempo. I traumi della prima infanzia interferiscono con i normali progressi maturativi delle esperienze affettive e della verbalizzazione dei sentimenti, sfociando in futuro in anedonia (incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appagamento od interesse, per le consuete attività piacevoli) , alessitimia (incapacità di riconoscere le proprie emozioni e di comunicarle verbalmente, dunque “analfabetismo emotivo”), intolleranza all’esperienza affettiva . Dunque, mentre i traumi infantili possono determinare un arresto dello sviluppo affettivo, i traumi subiti in età adulta possono indurre una regressione nell’esperienza e nella gestione degli affetti.

Non tutti gli eventi sono potenzialmente traumatici. Affinché un evento possa dirsi traumatico deve avere le seguenti caratteristiche:

  • essere un evento esterno, proveniente dall’ambiente circostante;
  • essere un evento improvviso, dunque fuori dal campo della prevedibilità e dell’anticipazione;
  • essere un evento pericoloso per l’incolumità fisica del soggetto o di una persona a lui vicina (morte o minaccia di morte, o comunque una perdita di “parti di sé” che determinano un lutto).

Inoltre, ogni esperienza che risvegli sentimenti dolorosi quali la paura, l’angoscia, la vergogna e la sofferenza fisica, può operare come un trauma. Tutto questo può essere chiarito dalle stesse parole di Freud che in Al di là del principio del piacere (1920) affermava: “Chiamiamo traumatici quegli eccitamenti che provengono dall’esterno e sono abbastanza forti da spezzare lo scudo protettivo. Penso che il concetto di trauma implichi quest’idea di una breccia inferta nella barriera protettiva che di norma respinge efficacemente gli stimoli dannosi”.

Secondo Janet, precursore della psicoanalisi, il trauma psicologico è un evento che, per le sue caratteristiche, risulta "non integrabile" nel sistema psichico pregresso della persona, minacciando di frammentare la coesione mentale. Talvolta l'esperienza traumatica rimane dissociata dal resto dell'esperienza psichica, causando una sintomatologia psicopatologica chiamata dissociazione, ovvero un meccanismo di difesa che implica la disconnessione tra alcuni processi psichici rispetto al restante sistema psicologico dell’individuo. Con la dissociazione si può creare un’assenza di connessione nel pensiero, nella memoria e nel senso di identità stesso della persona. Tuttavia, nel tempo, diversi sono stati gli studi sul trauma, fino ad arrivare alla formulazione del concetto di PsicoMicrotrauma che ha chiarito e completato la comprensione del fenomeno. Musatti nel Trattato di psicoanalisi (1949) affermò che “è assai raro che un singolo fatto traumatico stia alla base di un sintomo corrispondente. Accanto al fatto traumatico centrale può esservi tutta una serie di situazioni che, agendo nello stesso senso di quel primo fatto, ne rafforzano il valore patogeno; oppure non vi è per nulla un fatto centrale, ma il sintomo è il prodotto della concorrente azione di una molteplicità di situazioni traumatiche”. Si parla così di “traumi cumulativi” che si determinano nei bambini per l’accumularsi di stati di angoscia, di terrore e di confusione, aggravati dall’inadeguatezza dello scudo protettivo esterno dei genitori.

Dunque, se alcuni eventi critici sono di tipo psicotraumatico, è anche vero che molti altri eventi critici sono di tipo psicomicrotraumatico e ogni evento critico, anche apparentemente imprevedibile o invisibile, ha origine sempre all’interno di fenomeni multipli simultanei, molto spesso ravvicinati. Così, si giunge alla prima definizione di Evento PsicoMicroTraumatico, e di Sequenza di Eventi PsicoMicroTraumatici Accumulati: “L’Evento PsicoMicroTraumatico è un tipo di evento che causa nell’individuo un trauma psicologico di entità e di intensità di grado lieve o molto lieve, di durata breve ed estensione minima, con evidenza percettiva bassa. Ne consegue che gli Eventi PsicoMicroTraumatici determinano segni di sofferenza quasi impercettibili, che sommandosi potrebbero avviare i primi segni e comportamenti precursori di rischio per la salute psicologica. Una Sequenza di Eventi PsicoMicroTraumatici Accumulati con una concatenazione progressiva specifica, originale e propria del vissuto individuale, può produrre un aumento della frequenza e della intensità del fenomeno disturbante nel soggetto, fino alla sua emersione. Da una Sequenza di Eventi PsicoMicroTraumatici Accumulati infantili possono determinarsi dei comportamenti precursori a rischio di psicopatologia” (Frateschi M., 2007b). Risulta così necessaria la possibilità di una elaborazione del trauma, nonché delle emozioni di cui si è fatto esperienza, nel passato e nel presente, risignificare l’evento, esplorando i significati ad esso attribuiti, il senso che l’evento ha acquisito nel corso del tempo, dunque quale valore ha assunto nell’organizzazione psichica della persona e della sua vita.

Il trauma è una realtà della vita, ma non per questo dev’essere una condanna a vita.
Peter A. Levine

Riferimenti Bibliografici
Frateschi, M. (2015). Psicomicrotrauma e psicotraums, vita e morte. Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia (n.15).

Lingiardi, V., Del Corno, F. (2007). PDM. Manuale Diagnostico Psicodinamico. Milano: Raffaello Cortina.

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