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DALLA CRISI DELLA RAZIONALITÀ ALLA CRISI DELLA RELAZIONALITÀ

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 

UNA RIFLESSIONE DA CONDIVIDERE CON I PROFESSIONISTI DELLA SALUTE MENTALE. E NON SOLO

Come afferma il Dott. Marco Garzonio, Psicologo e analista-psicoterapeuta, in un suo recente articolo (“Il fronte degli psicologi”, 4 Aprile 2020) “il cuore trasformato è la sconfitta del Covid-19”.

Lo scenario che la società si è trovata a vivere in questi primi mesi del 2020 mette noi psicologi-psicoterapeuti, specialisti “nel dare senso a ciò che turba”, davanti ad interrogativi importanti e obiettivi nuovi, di ampia portata: come ricostruire la psiche nel mentre si risolleva l’economia?
Ci spetta un grande onóre e ònere, quello di ritessere le fila delle relazioni umane.

Siamo chiamati ad operare un riequilibrio psichico di singoli e collettività. L’isolamento ha slatentizzato conflittualità, individuali e relazionali, prima tamponate dalla routine quotidiana che tanto serviva a distoglierci da alcune difficili verità, a volte negate, altre spostate, sublimate nel fare lavorativo, scandito da ritmi veloci e dalle richieste di un mondo sempre più esigente. Oggi, la lentezza del tempo, l’angoscia diffusa e la frustrazione di vedersi privati della propria libertà, in nome della “tutela propria ed altrui”, ci ha prepotentemente messo in contatto con parti del Sé prima inascoltate, fin qui poco attenzionate forse.

Un nemico invisibile e ingestibile ci ha messo di fronte alla nostra fallibilità e precarietà, costringendoci a fermarci, ad accettare che qualcuno o qualcosa decidesse del nostro progetto. Procrastinazione e adattamento, sono queste le risorse personali che ci sono richieste, nel frattempo l’alfabeto delle nostre relazioni sta subendo una profonda trasformazione. E forse non tanto auspicabile. Polarizzati su sé stessi, alla ricerca di un nuovo equilibrio, nel mentre l’uomo, “l’animale sociale” per eccellenza, inizia a simbolizzare la propria socialità come pericolosa, persecutoria, portatrice di significato mortifero, danneggiante per sé e per l’Altro. Impazienti di “riabbracciarci”, al contempo si incarna in noi l’idea che “si sopravvive anche senza l’Altro”, anzi, si sopravvive proprio perché lontano dall’Altro! E questa idea inconscia può rivelarsi pericolosissima. Come pericoloso è abituarci, oltretutto già allenati su questo fronte, a sostituirci con un profilo social, una conversazione in chat, una videochiamata, rischiando di rimanere incastrati proprio in quel salvagente che ci ha salvato aiutandoci a restare in contatto, ma dal quale forse a fine di tutto questo sarà difficile sganciarsi (non solo perché con qualche chilo in più!).

Non dimentichiamo infatti i vantaggi secondari delle relazioni mediate: facile e veloce accessibilità, simultaneità, provvisorietà, minore responsabilità ergo minore investimento, in un’unica semplice parola: comodità! Ed è qui che la crisi della razionalità (ovvero di valutare e agire secondo logica, indebolita dall’emotività che ha trasformato l’ansia in panico, la preoccupazione in angoscia, con relativi agiti quali la “corsa alla sopravvivenza”) si trasforma in crisi della relazionalità. Le nostre relazioni saranno le stesse di prima? C’è chi presume saranno migliori, poiché maggiormente valorizzate e chi invece teme che tutto questo ci renderà ancora più “l’un contro l’altro armato”. Di certo c’è solo che le relazioni, quelle che rincontreremo e quelle che stanno nascendo a distanza, si ritroveranno ad essere ri-significate poiché soggette al dinamismo che governa la nostra psiche, la stessa che oggi è messa a dura prova.

Il covid-19 ci lascerà non solo lutti, non solo crisi economica ma anche un’importante crisi psicosociale alla quale noi come professionisti siamo chiamati a rispondere, senza dimenticare che nella complessità contestuale siamo inseriti anche noi e questo genera una sostanziale differenza. Siamo nel processo, ci siamo dentro con le nostre frustrazioni, con le nostre emozioni, legittime e “reali” quanto quelle dei nostri pazienti. Dato clinico da non sottovalutare che può essere interpretato, come direbbero i colleghi cognitivisti, come “fattore di rischio” o al contrario come “fattore di protezione”. Pro o contro nella relazione terapeutica? Da valutare, non ignoriamolo.

Riprendendo le parole di Nancy Mc Williams, arrivateci tramite una gradita lettera (https://www.oprs.it/psicoterapia-durante-una-pandemia-nancy-mcwilliams/),  “[…] tutto ciò che possiamo fare come terapeuti, è di essere onesti rispetto a quanto le cose siano emotivamente difficili in questo momento. La principale consolazione che possiamo offrire ai nostri pazienti, persino in tempo di quarantena, è un’intima connessione con qualcuno che rinunci alle distorsioni difensive di una terrificante, dolorosa realtà. Tale prestazione non si avvicina minimamente alle nostre fantasie sull’essere salvatori onnipotenti, ma è di certo una cosa preziosa”.

Non sarà forse una buona occasione per ripensare le nostre fantasie di onnipotenza cari colleghi?

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