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LO PSICOLOGO DEL COVID, CERCASI DEFINIZIONE

 

A cura della 
Dott.ssa Gilda De Giorgi 

Psicoterapeuta e psicologa clinica, specializzata in salute 
relazioni familiari e interventi di comunità 

Maglie  

 

Echeggia da mesi, risuona tra i mass media, la parola Psicologo. Il lungo periodo, caratterizzato dall’emergenza da Sars Covid 2, una voce fuori campo sembra assimilare tale figura al “cacio sui maccheroni”. Ma non solo. Ricorrendo al linguaggio matematico, lo psicologo sta all’ospedale come le foglie sugli alberi in autunno, parafrasando Ungaretti in “Soldati”. Entrambe le citazioni esprimono la contraddizione dell’opinione pubblica rispetto al caso. Se da un lato lo psicologo, oggi, pare andarci a pennello in ambito ospedaliero e non solo, dall’altro vi è un senso di forte precarietà tipico dello stato di emergenza. Potrebbe sembrare un passo in avanti rispetto la professione, la cultura circolante attorno la professione, ma sarà veramente così? O alla fine di tutto ci dimenticheremo delle idolatrie e delle invocazioni di aiuto rincorsesi durante questo periodo?

La domanda sorge spontanea per una serie di considerazioni.

Innanzitutto, già nel 1986, con la Carta di Ottawa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha condiviso una nuova vision di persona, malattia, salute. L’individuo, nella sua globalità, come incastro e susseguirsi di dimensioni fisiche, psichiche, sociali. Tale per cui l’approccio alla persona DEVE essere multivariato e multidisciplinare. Un mare magnum per il quale un solo navigatore non basta, ma da solcare con un’intera flotta, equipe diversificata per formazione e competenze. Porre in essere un documento di tale innovazione, non implica tout court un cambiamento culturale mondiale in tempi brevi, e la dimostrazione ne è il numero esiguo di colleghi operanti in ambito ospedaliero, spesso inseriti da onlus e altre associazioni operanti nel settore sanitario.

In secondo luogo, lo psicologo si occupa ANCHE di emergenza, ma non solo. La psicologo opera in ambito e per ragioni preventive, non solo per arginare situazioni ad alto rischio. Oserei dire da cacio, a soldato, a salvagente in un mare in tempesta, cui intervento diviene agli occhi dei naviganti assolutamente necessario, ma nel breve termine, strettamente nel qui ed ora, riducendo largamente la possibilità di aprire uno spazio di pensiero, riflessione, per prevenire la tempesta, o imparare a nuotare, o ancora raccogliere i pezzi di ciò che rimane. Le potenzialità dell’intervento divengono residue e schiacciate dallo stato di fatto.

Terza considerazione. Lo psicologo è stato chiamato in appello come aiuto-sostegno alle equipe ospedaliere. Lo psicologo offre il fianco al bisogno, ad una realtà di cui continua a non farne parte, e diviene fonte di aiuto proprio perché esterno a quella realtà. Con questo pensiero l’approccio al malato resta inevitabilmente schiacciato sul versante medico, lo psicologo continua ad essere una figura ragionevole solo in emergenza, le equipe ospedaliere possono concedersi di esprimere lo stress lavorativo solo in tali periodi.

psicologo del covidSi fa fatica quindi a vedere la rivoluzione in questo scenario e il fondamento di un cambiamento a lungo termine.  A questo si aggiunge una quarta riflessione.

Raccogliamo oggi i frutti di una risposta professionale all’emergenza partita nel mese di marzo c.a.. Tale intervento è stato molto spesso collusivo con la richiesta e la cultura di cui sopra. Numerosi gli sportelli d’ascolto gratuiti nati durante il lockdown, che in linea di massima non hanno prodotto domanda, ma hanno funzionato da “sfogatoio” fine a se stesso. Benchè l’ascolto empatico sia una azione professionale caratterizzante la professione psicologica, è stata utilizzata solo come contenitore, serbatoio da saturare e non come spazio di elaborazione di vissuti e affini. Per cui, offerto in maniera arbitraria e poco strutturata a livello nazionale, senza una coordinazione, se non per i professionisti afferenti a istituzioni, ha accolto il bisogno, passaggio sicuramente utile, ma a questo si è fermato.  

Per tirare le fila, tale articolo si pone come riflessione critica circa quanto sta avvenendo dal mese di marzo 2020 sino ad oggi, prendendo in esame la vulgata, i mass media, le istituzioni, i professionisti del settore.  Vi è un certo equilibrio tra richiesta sorta in seno al periodo di emergenza e risposta data. Forse, in tali circostanze sarebbe più utile un intervento di rottura, che possa fare la differenza anche nel lungo termine, rispondendo al bisogno, come movimento, ma sorprendendolo nel contenuto.

Ungaretti, “Soldati”, in “Allegria di naufragi”, Vallecchi Editore Firenze, 1919.

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