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LA SEDUZIONE DEL GIOCO D’AZZARDO: TRA ILLUSIONE E DIPENDENZA

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 

Che l’uomo sia “sedotto” dalla pratica del gioco d’azzardo non è certo un fatto collocabile nella società moderna, anzi. Aristossene, figlio di Spintaro, afferma che il saggio Socrate “speculava col denaro, giocava a soldi, vinceva, spendeva subito quello che vinceva e ricominciava a giocare”. Si legge che fosse un’attività cara a Greci e Romani, che ha occupato un posto importante in tutte le culture e in tutte le società.
Tuttavia, oggi quest’attività è diventata, per diverse ordini di ragioni, una fonte di intrattenimento a cui si dedicano più di due adulti su tre, oltre che un numero considerevole di adolescenti. Un dato relativo all’anno 2016, emerso dall’Osservatorio “Young Millennials Monitor - Giovani e Gioco d’Azzardo” di Nomisma-Unipol in collaborazione con Università di Bologna, parla di un milione e duecentoquarantamila studenti che tentano la fortuna con il gioco d’azzardo!

Il riconoscimento, da parte della comunità scientifica, del gioco d’azzardo come Dipendenza è molto giovane. Solo nel recente 2013, con la pubblicazione della nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), viene riconosciuto e inserito nella sezione dei Disturbi da Addiction (ovvero Dipendenze Patologiche); fino alla precedente classificazione, infatti, era considerato un Disturbo del controllo degli impulsi. Così, questa “nuova dipendenza” , detta anche “dipendenza senza sostanza”, ha colto impreparati Servizi e professionisti del settore, costringendo ad attenzionare urgentemente questo imponente fenomeno e a formulare piani di intervento efficaci.

Ma cosa significa avere una Dipendenza da Gioco d’Azzardo? Similmente ad una qualsiasi altra dipendenza, il giocatore d’azzardo sviluppa un bisogno crescente di giocare per ottenere l’eccitazione desiderata, sviluppa quindi “tolleranza"; diventa irrequieto e irritabile se non gioca, sperimentando il cosiddetto craving; tenta, senza successo, di ridurre o smettere di giocare; il pensiero e le preoccupazioni circa il gioco diventano persistenti, configurandosi come ossessioni; tende a nascondere la situazione che vive alle persone a lui vicine, minimizzando e mentendo. La vita relazionale del giocatore patologico subisce delle sostanziali trasformazioni, compromettendo relazioni significative, rischiando di perdere il lavoro o la progettualità nello studio. Su quali siano le motivazioni che spingono un soggetto ad avvicinarsi al gioco d’azzardo ci sono diverse ipotesi. Parlare di cattive abitudini, di forme di svago, gestione della noia e tentativi di far fortuna facile, lascia il tempo che trova; sono sicuramente spiegazioni vere in sé, che dicono tutto e nulla. Una vera comprensione del caso passa attraverso la contestualizzazione all’interno della sua storia, del suo contesto e dunque del suo sistema di significati. Mai nessuna generalizzazione potrà cogliere l’idiosincrasia del fenomeno nella vita del singolo. Potrebbe risultare invece utile, come vedremo, avanzare riflessioni di carattere più generale, e non generalizzanti, sulla questione.

Molte persone, ovviamente, giocano senza sviluppare un problema di dipendenza rispetto a quest’attività, ma, quando ciò accade, non è facile riconoscerlo e ancora più difficile è compiere il passaggio successivo della richiesta di aiuto, in quanto, una serie di resistenze possono portare il soggetto a restare in silenzio: la vergogna, il senso di colpa o la speranza (illusoria) di riuscire a farcela da soli. Al contempo, tale problema può sollecitare lo sviluppo di altri disturbi, quali ansia, depressione, problemi del sonno o disfunzioni relative a condizioni mediche generali. Spesso il Gioco d’Azzardo appare correlato ad un uso/abuso di alcol o droghe che ne complicano inevitabilmente il quadro.

Ma quando il gioco non è più solo un gioco? Il passaggio è subdolo e graduale, poiché il giocatore interpreta i suoi fallimenti come un segnale che la prossima puntata sarà quella giusta o, almeno, più favorevole della precedente (“D’altronde, non si può sempre perdere!”). La perdita è il luogo della giocata, della prossima giocata! Ed è a partire da questo momento che il giocatore non gioca più per piacere, né per vincere, ma per recuperare ciò che ha perso; questo è il primo passo verso il pericoloso circolo della dipendenza, in cui l’ossessione per il gioco inizia a diventare totalizzante per il soggetto, l’ organizzatore della sua vita.

In letteratura, il processo di sviluppo di tale dipendenza viene descritto e suddiviso in tre stadi: il primo stadio - “stadio delle vincite” - è l’esperienza iniziale, un momento di eccitazione ed euforia, caratterizzato in genere da una o più vincite importanti, parte delle quali viene reinvestita nel gioco; il secondo stadio - “stadio delle perdite” - è caratterizzato invece da una serie di perdite, attribuite a fattori estemporanei, che si possono sicuramente (ed illusoriamente) recuperare tornando a giocare regolarmente, nel frattempo, però, si iniziano a collezionare importanti problemi finanziari; durante il terzo stadio - “stadio della disperazione”- il giocatore fa un ultimo tentativo per rifarsi, per recuperare il denaro perso, per saldare eventuali debiti, ed è in questo momento, solo dopo aver perso tutto e avendo sviluppato al contempo altre problematiche legate alla salute psicofisica, decide di abbandonare il gioco e di chiedere, eventualmente, aiuto.

La Dipendenza da Gioco d’Azzardo dunque è multiproblematica, non riguarda solo il soggetto giocatore, ma diventa inesorabilmente un problema di tutta la sua famiglia. Uno degli aspetti più evidenti è il grave danno economico che procura l’ingente sperpero di denaro; spesso, a seconda della tipologia di gioco prescelto, anni di risparmi vengono prosciugati in pochi mesi, a volte anche solo in pochi giorni o addirittura ore, se non istanti. Si maturano debiti dovuti a prestiti richiesti a persone vicine o, peggio, ad usurai, finendo in circuiti malavitosi. Si attiva così una serie a catena di problemi, un effetto domino, che, se non impattato, può danneggiare la vita di ogni componente della famiglia, in ogni sua dimensione.

Diversa è la fenomenologia del Gioco d’Azzardo: dalle lotterie al bingo, dai giochi on-line al black jack, dalla roulette alle corse dei cavalli, fino all’ apoteosi dei casinò, oggi riprodotti e disseminati sul territorio nella nota forma delle sale da gioco. Fattore comune nei diversi tipi di gioco è il ruolo del caso, unica variabile determinante e del tutto imprevedibile. Il giocatore molto spesso è vittima della percezione illusoria di conoscere le “leggi del caso” e alcuni giochi inducono più di altri a sviluppare l’ erronea convinzione di poter esercitare un’ influenza sul caso attraverso lo sviluppo di abilità e strategie. Il potenziale attrattivo del gioco varia a seconda delle sue specifiche caratteristiche, risultando più seduttivi quei giochi dove l’impressione che il giocatore abbia più potere di controllo, come il video poker ad esempio. Particolarmente pericolosi risultano, poi, quei giochi in cui il tempo tra puntata e risultato (vincita/perdita) è breve, a volte frazioni di secondo.

Non potendo prescindere dal fatto che, come dice J. Huizinga, l’uomo prima di essere homo faber, è prima homo ludens, in quanto in età evolutiva si impara “a fare” attraverso il gioco - da qui la potente funzione dell’attività ludica - il punto è che tale attività non va demonizzata, non va dunque proibita tout a court ma va bensì regolata, gestita nella sua espressione. In questo sarebbe necessario un intervento su diversi fronti e da parte di diverse professionalità; una direzione importante su cui investire è sicuramente quella della prevenzione psicologica. È fondamentale, infatti, prevenire i comportamenti di dipendenza da gioco d’azzardo, specie negli adolescenti, promuovendo uno stile di gioco “sano/sicuro”, sollecitando la riflessione sui pensieri, sulle emozioni e sui vissuti legati alla dimensione ludica, più comunemente chiamata “divertimento”, responsabilizzandoli anche sulla gestione del denaro che iniziano, ormai, ad amministrare molto presto.

Una riflessione a più ampio raggio è d’obbligo. Il fenomeno del Gioco d’ Azzardo e il suo proliferare è noto a tutti, tuttavia, spesso, si tende a sottovalutarlo nella sua forma patologica. Sottolinearne la sua pericolosità è compito dei professionisti che operano nel settore della salute mentale, ma, iniziare a riconoscerlo e cercare di comprenderlo è compito dell’ intera comunità. Misconoscerlo o scotomizzarlo non fa che legittimarne la sua pratica, precludendo la possibilità di pensarlo come un significativo fenomeno sociale, piuttosto che un problema del singolo. Potrebbe essere utile interrogarsi, sollecitando una riflessione, su cosa stia accadendo, sul perché sempre più persone scelgono questo tipo di attività, senza distinzioni di genere o età (giocano in egual misura uomini e donne, adulti e giovani), né di status socio-economico. A tal proposito, scomoderei lo psicanalista francese Lacan, prendendo in prestito l’mmagine del paterno nella “Legge de Padre” per eggere la dinamica tra singolo e Istituzione, dove la forte ambivalenza espressa nella regola, dapprima stabilita, crea le condizioni di un eventuale sviluppo di una sua trasgressione, che diventa poi patologica, in quanto disobbedienza. Lo Stato, portatore dell’ istanza regolatoria paterna, emanando la regola crea le condizioni di possibilità della sua trasgressione e quindi dello sviluppo di un comportamento socialmente sbagliato (disobbediente), quindi patologico; dove patologico è tutto ciò che devia dalla norma, dalla regola.
Siamo dunque “una società senza padre”? O abbiamo bisogno di demonizzare un padre (Stato) per rimandare altrove le spiegazioni del nostro bisogno di trasgredire/sbagliare? Non è forse nell’ambivalenza dell’altro che si esprime la condizione di esercizio della libertà del soggetto? Per interrogarsi e rispondersi a queste domande è necessario un cambio di prospettiva, che sospenda la tendenza giudicante e inquisitoria volta alla ricerca di un “colpevole”, di un capro espiatorio, contenitore delle nostre tendenze distruttive e autodistruttive.

BIBLIOGRAFIA
Ladouceur, R., Sylvain, C., Boutin, C., Doucet, C. (2003). Il gioco d’azzardo eccessivo. Vincere il gambling.
Torino: Centro scientifico editore.

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