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LA DEPRESSIONE: UN “MALE” NON PIÙ “OSCURO”

A cura del Dott. Salvatore Sisinni
Specialista in Malattie Nervose e Mentali 
Primario ospedaliero di Psichiatria 

La depressione è una malattia mentale, forse la più frequente, che colpisce il 10/15 per cento delle persone nel corso della vita. È stata denominata in diversi modi: il male dell’anima, il male di vivere, per citarne solo due.

Lo scrittore Giuseppe Berto, in un suo libro, pubblicato nei 1964, la definì: il male oscuro. A distanza di più di cinquant’anni io la definirei: un male non più oscuro. Infatti, è più facilmente riconoscibile da chi ne sia affetto o dai suoi familiari, e si conoscono alcuni fattori che ne sono alla base, e le terapie con le quali affrontarla.

La depressione, come sintomo, è conosciuta sin dalla notte dei tempi.
Omero, nel VI libro dell’Iliade, scrive:

venne in odio agli Dei Bellerofonte
solo e consunto da tristezza errava
per campo Aleio l’infelice, e l’orme
de’ viventi fuggia.

L’eroe Bellerofonte è colpito da tristezza, avendo perduto il favore degli Dei. Pertanto, la sua tristezza è una punizione, un castigo divino.
E sembra che Dante abbia conosciuto la depressione, dal momento che apre la sua Commedia con queste rime note a tutti:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Tanto che Giovanni Battista Cassano, uno dei più autorevoli studiosi di questa malattia, si chiede in forma retorica: la selva oscura è forse la depressione?
Il termine depressione viene coniato intorno al 1920 da uno psichiatra americano, Adolph Meyer. Non si tratta, pertanto, di una semplice condizione dello spirito né di una colpa da espiare bensì di una vera e propria malattia da riconoscere e diagnosticare quanto prima possibile, per poi curare adeguatamente. Perché è una malattia curabile e, in molti casi, anche guaribile.
Da un’indagine condotta dal sociologo Renato Mannaheimer, che comprendeva 5000 soggetti dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, qualche tempo fa, è risultato che un intervistato su dieci sia stato affetto dalla cosiddetta depressione maggiore - la forma più grave -, che l’età più colpita sia quella compresa tra i 30 e i 50 anni e, ancora, che i più esposti siano i lavoratori autonomi, soprattutto quelli del Nord-Est d’Italia.
Nei libri vengono citate alcune famiglie di personaggi celebri, nelle quali la malattia depressiva o alcune sue manifestazioni inquietanti e drammatiche, quali il suicidio, il cosiddetto gesto estremo, ricorrano con una frequenza non certo casuale, tanto da rendere abbastanza credibile l’ipotesi di un fattore genetico.

Nella famiglia Hemingway, il famoso scrittore americano morto suicida, vi furono altri tre suicidi: quello del padre, della sorella, del fratello nonché, nel 1996, quello della nipote Margaux. Che, pochi mesi prima di compiere il gesto estremo, aveva confessato: “l’alcolismo e il suicidio sembrano l’unica vera eredità della nostra famiglia”.
Nella famiglia di Schumann, il famoso musicista che morì in manicomio, dopo aver tentato il suicidio gettandosi nelle acque del fiume Reno, il padre aveva un carattere instabile e ansioso, la madre soffriva di crisi depressive ricorrenti, la sorella morì suicida, come pure un cugino medico del ramo paterno.

Un’altra famiglia celebre, quella della scrittrice Virginia Woolf, il nonno, la madre, la sorella, il fratello e una nipote erano soggetti a crisi depressive ricorrenti; il padre e un altro fratello erano ciclotimici, cioè passavano facilmente dall’umore depresso all’euforia conclamata, mentre il cugino James, ricoverato per mania e depressione, morì di un attacco di mania acuta. La stessa srittrice Virginia fu più volte ricoverata in cliniche psichiatriche per mania o depressione, per poi morire suicida per annegamento nell’anno 1941, dopo aver lasciato un biglietto al marito, dove aveva scritto, tra l’altro, queste parole molto significative: “Essere sempre compresi, sempre accompagnati, sempre compatiti sarebbe intollerabile”.

Abrahan Lincoln, il 16° Presidente degli Stati Uniti d’America, durante una delle sue crisi depressive, scrisse: “Se cioè che sento fosse distribuito in modo equo tra tutta l’umanità, non esisterebbe un volto allegro sulla terra”.
Ed ora, come si cura la depressione. Lo psichiatra Leo Nahon ha consigliato di “non incitare mai chi soffra di depressione a reagire, a darsi da fare. Lo si esporrebbe a fallimenti che rischiano di farlo ripiombare ancora più in basso. Bisogna, invece, ascoltarlo e incoraggiarlo alla cura”.
Questa è farmacologica, psicologica e, in alcuni, pochissimi casi, ben selezionati, elettroconvulsivante.

Dopo la cura, non meno importante, è la prevenzione di questo male non più, come ho detto all’inizio, oscuro, del male di vivere. Trattasi di semplici consigli, che oserei definire, forse con un po’ di presunzione, di igiene mentale, intesi a realizzare uno stile “igienico” di vita, dal punto di vista mentale. È una sorta di vademecum, quasi un decalogo, trattandosi di nove consigli:

  1. Per migliorare la propria condizione psicologica è necessario coltivare la speranza. Senza speranza niente è possibile, ogni strada appare chiusa. Sperare in qualcosa significa che esiste almeno una possibilità che questo qualcosa si verifichi.
  2. Quando si è in una condizione di spirito alquanto precaria, evitare di leggere i giornali o di ascoltare i telegiornali. È stato dimostrato che le brutte notizie - ed i mass media lavorano con e sulle brutte notizie per una questione di vendita e di ascolto – le brutte notizie rendono ancora più ansioso e depresso chi lo sia già. L’attuale insistenza a voler continuamente raccontare tutte le brutte notizie del mondo costituisce uno dei principali fattori di stress della nostra vita. E poi, è vero che c’è il diritto-dovere di cronaca e che le notizie bisogna darle; ma se una notizia non è utile a nulla, anzi può far male a certi animi sensibili o a certe menti gracili, perché darla? Così facendo, i lettori o gli ascoltatori si caricano, oltre che dei problemi personali o di casa propria, anche di quelli di persone che vivono in parti tanto lontane del mondo. Che lo stare lontano un po’ da giornali e telegiornali faccia bene lo abbiamo provato tutti, quando, in vacanza in certe particolari zone geografiche, ci siamo allontanati per forza di cose dalle nostre abitudini quotidiane.
  3. Fare del movimento: lunghe passeggiate durante la giornate; praticare uno sport non agonistico o semplicemente un po’ di ginnastica. È stato dimostrato che l’attività fisica eserciti un effetto benefico su tutto l’organismo.
  4. Trovare qualcuno che ci ascolti, se è libero da impegni lavorativi. Comunicare i propri pensieri, senza esprimere giudizi, significa non isolarsi ma rimanere agganciati alla realtà circostante.
  5. Sorridere, guardare film e seguire programmi televisivi che facciano ridere. Il riso fa buon sangue. Il buon umore sembra attivare le reti del cervello che sono coinvolte nel benessere psicofisico.
  6. Razionalizzare e non drammatizzare alcuni accadimenti o, meglio, eventi della vita: una bocciatura ad un esame per un giovane studente, un insuccesso ad un concorso per un professionista in carriera, ecc. Per quanto riguarda gli aspetti negativi della vita quotidiana, che non si possono eliminare, ad es. un impiego noioso, un capoufficio burbero, ecc. cercare di trasformarli in positivi, prendendoli come una sfida. Usare la forza dell’immaginazione per affrontare gli aspetti più noiosi della vita di tutti i giorni.
  7. Non lasciare galoppare la mente con domande di questo tipo: “che cosa accadrebbe se” o pensando al passato, “se avessi fatto così…” e, invece, godere del presente, anche delle piccole cose. Del resto, il famoso detto del poeta latino Orazio Carpe diem! non era destituito di fondamento. E traduce tutta la saggezza orientale quest’altro: Non rimpiangere ieri, non contare sul domani, vivi il tuo oggi.
  8. Porsi degli obiettivi, vedere degli scopi nella propria vita. Scrisse il grande pensatore Nietzsche: Chi ha un perché per vivere ne sopporta qualsiasi come. Spesse volte ho consigliato ai miei pazienti, che erano predisposti alla depressione, di tenere presente questa espressione del celebre filosofo ed a qualcuno di farsene, addirittura, un quadretto da tenere appeso alla parete di una stanza della propria abitazione. Potrebbe essere d’aiuto in alcuni momenti di crisi.
  9. Svegliandosi la mattina, prima di scendere dal letto, non esclamare: Ah, deve cominciare un nuovo giorno…, come se fosse quasi una condanna, ma piuttosto: ecco, per me comincia un nuovo giorno!..., pensando alle tante cose che ci può fare conoscere, sperimentare, realizzare.
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