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IL TRAINING AUTOGENO, NON SOLO UN MOTTO!

 

A cura della 
Dott.ssa Gilda De Giorgi 

Psicoterapeuta e psicologa clinica, specializzata in salute 
relazioni familiari e interventi di comunità 

Maglie  

 

Culturalmente e professionalmente, oggi possiamo affermare che la suddivisione cartesiana tra mente e corpo è largamente superata. Ci si è resi conto, dopo studi ed esperienze che tale tesi fosse del tutto artificiale, come il tempo, e sostenuta per la “mania” del genere umano di creare ordine, categorie entro cui racchiudere il mondo. La tendenza odierna che, con fame quasi vendicativa, sta prendendo piede nel pensiero comune è che possiamo, attraverso la mente, controllare appieno il nostro corpo, ma anche la mente stessa. Frasi come “volere è potere” sono ormai il motto di coach e chiunque voglia “cavare un ragno dal buco”, spronare un individuo a fare qualcosa che prima riteneva impensabile, senza specificare che tale motto, può essere sì efficace, ma come placebo. La realtà è ben diversa, e sarebbe riduttivo ridurre l’uomo a tutto ciò che l’uomo stesso può conoscere di sé e di altro da sé. Se così fosse la scoperta, come movimento desiderante, come anche la psicologia stessa non avrebbero ragion d’essere. Piuttosto, sarebbe utile condividere ciò che possiamo e ciò che non possiamo, possibilità e limiti, per partire semmai da una base più consapevole e meno illusoria, aspirando al superuomo, sapendo di non poterlo raggiungere realmente. Come lo sarebbe altrettanto, a mio modesto parere, condividere l’esistenza di metodi che aiutano ad acquisire un maggiore controllo, o meglio, una maggiore consapevolezza del proprio sé corporeo e psichico.

Training Autogeno

“Reduce” dalla conduzione di un percorso di Training Autogeno gruppale, ritengo utile condividere in questo breve spazio alcune nozioni e riflessioni sul metodo, sulla sua utilità, in risposta alla tendenza sopracitata.

Tale metodo nasce nel 1932, anno di pubblicazione del manuale “Das Autogene Training”, ad opera del neurologo berlinese J. H. Schultz, inizialmente psicoanalitico freudiano. Il suo interesse e i suoi studi sull’ipnosi, all’epoca tecnica studiata dal punto di vista neurofisiologico, lo conducono, grazie anche alla lunga collaborazione con O. Vogt, all’ideazione del T.A.

Come recita il manuale:
“il T.A. è un metodo di autodistensione da concentrazione psichica passiva, che, attraverso l’apprendimento progressivo di esercizi specifici, consente di ottenere in tempi brevi e apprezzabili, modificazioni dell’unità psicosomatica e di intervenire su numerosi disturbi funzionali.”

Chiarisco dunque due passaggi fondamentali di tale definizione. Il primo, che si tratta di una serie di esercizi progressivi riguardanti diverse zone del corpo, fino a raggiungerne l’estensione globale. Il totale degli esercizi è suddivisibile tra inferiori, maggiormente legati al fisiologico, e superiori, di carattere maggiormente psichico. Rispetto ai primi, in particolare, trattasi di esercizi progressivi che riguardano diverse zone del corpo o attività fisiologiche di funzionamento, come il respiro, che giungono infine a riguardare il corpo nella sua globalità fisica e psichica, intesa come rappresentazione corporea, quindi sensazioni e percezioni.

Il secondo passaggio è condensato già nel termine “autogeno”, traducibile in generare da sé. La vera risorsa pionieristica del metodo consta nel fatto che questo è attivato dalla persona stessa, al termine del percorso di acquisizione. Essenziale sottolineare che il training autogeno non viene insegnato, bensì condiviso, in quanto colui che trasmette tali esercizi, coglie, accoglie, rielabora e restituisce, attraverso un lavorio clinico, sensazioni, percezioni, emozioni e immagini, che spontaneamente possono emergere durante l’esercitazione. Da qui ne consegue che solo una psicologo abilitato a tale tecnica può assumere il ruolo di mentore di tale metodo nei confronti di una utenza interessata, oltre il fatto che il metodo, avulso da una cornice di senso, che è il percorso individuale o gruppale nel quale si situa, verrebbe ad essere depauperato del valore assoluto del metodo stesso, o macrobiettivo, ossia l’acquisizione di una consapevolezza, non controllo, maggiore di sé.

I numerosi studi accreditati da più di 80 anni, suggeriscono che gli obiettivi potenzialmente perseguibili sono: recupero energetico; maggiore contatto con se stessi; riduzione dello stress psicofisico; riduzione di tensioni muscolari e psichiche; riduzione di ansia e somatizzazioni organiche. A tali obiettivi, Schultz, attraverso una metafora ne suggerisce un altro, che è sito nel buon funzionamento del metodo stesso. Il training autogeno è come la lettura, una volta acquisita non si può far a meno di utilizzarla. Allo stesso modo, un training ben fatto e duraturo nel tempo può generare le pause profilattiche, ossia evitare che lo stato di eccitazione, come quello ansioso, possa raggiungere livelli dannosi per il nostro equilibrio psicofisico. Ad “autos” di autogeno si associa quindi anche il significato di automatico o automatismo.

Questo spiega il largo impiego del training anche in contesti non propriamente clinici, come la profilassi al parto e lo sport agonistico.

A conclusione, dopo l’esperienza di conduzione sopracitata, ritengo che, al giorno d’oggi, il training come qualsiasi altra tecnica, non necessariamente psicologica, trovi la sua maggior utilità nell’estrinsecazione del desiderio di avere uno spazio e un tempo solo per noi, mente e corpo!    

Scxhultz J. H., Training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica, Stoccarda, George Thieme Verlag, 1970

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