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IL FEMMINICIDIO, IERI E OGGI

A cura del Dott. Salvatore Sisinni
Specialista in Malattie Nervose e Mentali 
Primario ospedaliero di Psichiatria 

Il femminicidio è sempre esistito, perché è sempre esistita la gelosia, come è sempre esistito un certo orgoglio maschile che, purtroppo, è duro a morire. Prima, però, nella seconda metà del secolo passato, non si chiamava femminicidio, bensì omicidio volontario aggravato o meno da futili motivi. Tant’è che nel mio vocabolario italiano, forse non aggiornato, questo termine non esiste. È indubbio che si tratti di un fenomeno molto preoccupante e – quel che è peggio – in forte e continua crescita. I mezzi di informazione (televisione e giornali) ne parlano e scrivono quotidianamente.
A riprova di quanto ho appena detto, voglio citare i titoli abbastanza eloquenti di due articoli, che hanno riempito un’intera pagina del Nuovo Quotidiano di Puglia qualche tempo fa: “Il ‘gps’ per seguire la donna desiderata” e “persèguita l’amata e poi la violenta”. Leggendo il primo articolo ho appreso – perché ancora non lo sapevo, confesso la mia ignoranza – che il ‘gps’ è uno strumento che comunica con i satelliti e permette di conoscere, fin nei minimi dettagli, ogni spostamento di una persona. Tale strumento, sconosciuto in tempi passati, è figlio della sofisticata tecnologia di oggi. Quando la fantasia supera abbondantemente la realtà… E, magari, quando si arriverà al processo, l’avvocato difensore invocherà, per il protagonista di questa vicenda l’assoluzione per infermità di mente o una consistente riduzione della pena per la seminfermità. Da esperto in materia, non avrei mai immaginato che un infermo o seminfermo di mente fosse capace di ricorrere a uno strumento tanto sofisticato per raggiungere i suoi scopi.
Poi, c’è un’altra eventualità, meno frequente e più complessa: che il femminicida si trasformi in suicida. In questo caso la gelosia può sempre entrarci, ma sino ad un certo punto. C’è il concorso di altre cause. E, mentre scrivo, tengo ancora nelle orecchie la notizia di un telegiornale di qualche tempo fa: un carabiniere tenta di uccidere, con l’arma di ordinanza l’amante, mandandola in un reparto di rianimazione, e subito dopo si suicida. Trattavasi di un carabiniere sposato e con un figlio. Il telegiornale aggiungeva che ancora non si conoscevano le cause dell’insano gesto.
A questo punto la gente comune - ma anche l’esperto - si chiede come mai un carabiniere, abituato per mestiere ad intervenire per aiutare le persone in difficoltà e per evitare fatti di sangue, non sia riuscito a ragionare e a frenare il suo impulso omicida-suicida. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Questo ci dice che non è sempre facile valutare pienamente, anche da parte degli esperti, certe situazioni ed evitare che si concludano con una tragedia.

Tornando al femminicidio, sulle cause e sui rimedi per combatterlo, le opinioni non si contano, non sempre si incontrano, anzi spesso si scontrano.
A parlarne e a scriverne tanti si cimentano: l’uomo della strada e l’intellettuale, il sociologo e lo psicologo, il politico e il magistrato, e, non ultimo, anche il medico.
Ora io, da medico, specialista in una branca che ha a che fare con la mente, la parte più misteriosa e non sempre esplorabile del nostro organismo, vorrei esprimere - come si suol dire - in punta di piedi, la mia opinione.
Le cause del fenomeno femminicidio? Tante! Ma quella fondamentale, alla quale ho già accennato, è la gelosia. Questo sentimento, in sé, non è negativo o almeno non lo è fino a quando non produca comportamenti vistosamente anomali. Anzi, se contenuto e misurato, può avere dei meriti: tiene vicine o, meglio, unisce due persone, che un tempo sono state innamorate. Questa gelosia è normale, fisiologica, benefica, non produce danni, non ricorre a telefonate insistenti, inopportune e mai causa fatti di sangue. Di questa gelosia non si parla affatto in televisione né si scrive sui giornali.

Discorso diverso va fatto, invece, per l’altra gelosia, quella che logora un rapporto, allontana due persone fino a farle arrivare alla separazione. Che al danno aggiunge altro danno, specialmente quando vi siano figli e, specialmente, figli piccoli.
Ma con questa gelosia si entra nella patologia. Infatti, nei libri di psichiatria un capitolo è dedicato al delirio di gelosia. Questo, per definizione, consiste in una interpretazione errata della realtà che non cede né alla critica né all’esperienza. In altre parole, il delirio è un’idea errata che venga mantenuta in modo incorreggibile (Karl Jaspers). Questo delirio è caratteristico dell’alcolismo, si cura in un Servizio psichiatrico ospedaliero prima e poi in quello territoriale di salute mentale. Ma esiste il delirio di gelosia non di natura alcolica ed è quello che può portare, secondo me, al femminicidio. Questo delirio, apparentemente senza causa o cause comprensibili, arriva sulle cronache dei giornali e nei telegiornali per i danni, a volte irreparabili, che provoca. Questo delirio sollecità urgentemente l’intervento delle forze dell’ordine prima e quello del magistrato dopo, previa certificazione medica.
Contribuisce non poco, secondo me, a determinare certi danni la televisione: intere trasmissioni vengono dedicate alla descrizione dettagliata di certi fatti. Oltre la notizia che è doveroso dare, in base al principio del diritto-dovere d’informazione, che pienamente condivido, certi servizi di cronaca si soffermano a lungo sui dettagli - anche quelli macabri - del fatto di sangue. A che giova? Non bisogna dimenticare che esiste l’effetto “imitazione”. Conoscere certi particolari sui mezzi usati per sopprimere una persona, senza essere scoperti, e sulle modalità per farlo, può armare la mano di un individuo che si trova in difficoltà e indurlo, in un momento di blackout (oscuramento) della sua mente, a mettere in atto il più insano dei gesti, l’omicidio o il suicidio o contemporaneamente l’uno e l’altro.

Per concludere, qualche idea sui rimedi da adottare. Gli esperti più qualificati sono lo psicologo e lo psichiatra. Necessario, se non indispensabile, è che il soggetto accetti di sottoporsi al trattamento. Questo deve essere di tipo psicologico e, a volte, anche farmacologico; meglio se alla psicoterapia si associa la farmacoterapia. Dovrebbe svolgersi in regime volontario, ma, se il soggetto lo rifiuta, in quello coatto. Non è semplice quest’ultimo, anche perché l’attuale legge non aiuta per niente gli operatori. Indispensabile, comunque, è la denuncia, che poi permette certi interventi alquanto drastici. Questi, però, devono essere tempestivi e continui; e sono di competenza delle forze dell’ordine e del magistrato.
E, poi, bisogna essere umili e mettere in conto anche il fallimento. Credo, infatti, che ogni psicologo e ogni psichiatra annoveri, in questa materia, oltre ai successi anche - ahimé! - dei fallimenti nel corso della sua attività professionale.

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