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IL DISEGNO NELLA PSICOTERAPIA INFANTILE

 

A cura della 
Dott.ssa Gilda De Giorgi 

Psicoterapeuta e psicologa clinica, specializzata in salute 
relazioni familiari e interventi di comunità 

Maglie  

 

OLTRE IL GESTO, VERSO IL SIMBOLO

Quante volte ci siamo domandati cosa vuole raccontarci il bambino con il suo giocare? Che significato ha quello scarabocchio o un piccolo peluche che diventa supereroe, cuscino, coperta, tata?

La Psicologia dell’Infanzia, che studia il processo di crescita e organizzazione fisici e psichici dell’individuo dalla nascita ai 18 anni, attraverso numerosi studi e ricerche, ha scoperto che il gioco è una forma di linguaggio simbolico. Per cui, oltre a godere della condivisione e dell’osservazione dell’attività ludica, un tecnico può trarne importanti informazioni circa la mente del bambino e i suoi precipitati emotivi e psichici. La capacità ludica è presente fin dalle prime fasi della vita. Il gioco si evolve assieme al bambino, assolvendo a diverse funzioni. Ad esempio, attraverso il gioco il bambino sperimenta e gode del proprio corpo e delle sue capacità in relazione a se stesso e al mondo che lo circonda; si diverte, esperendo sensazioni quasi catartiche, affermava Freud in illo tempore; esprime i propri impulsi, le proprie aggressività.

Il gioco assume spesso la forma del disegno libero o senza modello che è un vero e proprio atto creativo. La naturalezza con la quale il bambino disegna e crea è rintracciabile anche nel modo in cui il disegno viene scoperto, ossia come manipolazione e sfregamento di oggetti comuni che prima o poi lasciano una traccia. Traccia che tende via via a complessificarsi, diventando scarabocchio, poi sperimentazione pittorica, seguendo la progressiva maturazione del sistema nervoso e delle abilità visuo-motorie e percettive. Attraverso l’analisi di questo sviluppo sono emerse le prime teorie stadiali, le quali definiscono i passaggi evolutivi del grafismo infantile in base all’età. E a proposito di sviluppo, il primo studio del disegno in psicologia viene finalizzato alla creazione di un test che misuri il livello intellettivo dei più piccoli.

Nel 1920 una ricercatrice della Standford University, F. Goodenough teorizzava che tanto più ricco ed elaborato è un disegno, tanto più ricca e reale è la rappresentazione mentale alla base dell’oggetto raffigurato. Nasce così il Test del Disegno della Figura Umana, maschile e femminile, basato sulla predisposizione naturale dei bambini a disegnare l’omino, rappresentazione del proprio schema corporeo e dell’individuo, non per come è visto, ma per come è concepito. Il bambino non disegna infatti la realtà visiva, bensì la realtà interiore. Ne consegue che il disegno non è solo questo, non è solo capacità formale, quindi intellettiva. Il disegno è forma ma anche contenuto, nel quale si manifestano vari aspetti della personalità. Fu K. Machover, psicologa americana, che nel 1949 né colse la complessità e la specificità, definendo il test nella sua valenza interpretativa. Interpretazione intesa da Freud come “svelamento di sensi e comprensione dei simboli”. Si assume da quel momento che il disegno è una proiezione dell’intera personalità del bambino, e in particolare dei suoi elementi subconsci e inconsci. Il Test del Disegno della Figura Umana, come strumento d’analisi, viene revisionato e ampliato nei suoi obiettivi terapeutici e affiancato da altri test del disegno, strutturati e studiati negli anni successivi, volti ad arricchire l’analisi del bambino e della sua mente. Tra questi ricordiamo: il Disegno della Famiglia; il Disegno dell’Albero; il Disegno della Persona nella Pioggia; il Disegno della Casa.

Il disegno, in quanto atto creativo, in quanto linguaggio specie specifico dell’infanzia, diventa strumento principe di analisi, sia in ambito terapeutico che giuridico peritale. Il disegno è una tipologia di Test Grafico, facente parte di una categoria più ampia che prende il nome di Tecniche Proiettive. Attualmente l’81% degli psicologi infantili utilizza tale strumento allo scopo di ottenere informazioni utili per una valutazione globale della personalità, integrandolo in una batteria che prevede: osservazione; colloquio clinico; strumenti psicometrici.

L’insieme delle Tecniche Proiettive, utilizzate anche con gli adulti, presentano il duplice vantaggio di superare le difese consce del soggetto e di accedere in modo privilegiato a importanti informazioni psicologiche di cui il soggetto medesimo non è consapevole e non altrimenti rilevabili con altri strumenti.

Oltre ad avere una valenza analitica, i Test Proiettivi, quindi il disegno, libero o strutturato che sia, diventa un ottimo strumento terapeutico, da affiancare ad altri nel contesto clinico di un percorso, pensato e condiviso con il bambino e la sua famiglia. Vien da sé che, ancor prima degli studi fatti, il disegno, come il gioco, assumono il ruolo del lessico terapeutico da utilizzare nell’infanzia, unico e solo per poter dialogare e condividere con il bambino il suo mondo interno. A tal punto che si suole paragonare la tecnica di Interpretazione dei Sogni, utilizzata con gli adulti, alla tecnica di Interpretazione del Disegno e del Gioco. Il disegno non è un sogno, ma alla pari del sogno fornisce materiale oniroide, in quanto scevro dell’essere finalizzato all’analisi, come potrebbe essere per un adulto in terapia e ricco di libere associazioni. Per concludere, il linguaggio ludico è l’unico possibile nella terapia dell’infanzia, a tal punto da richiedere al tecnico una piccola regressione per poter accedere alla chiave di lettura del piccolo paziente, tenendo conto che ogni gesto ludico e ogni tratto del disegno o scarabocchio che sia, assume una polisemia di significati che possono sfuggire alle categorie adulte o ad esse essere ridotti.

Corman L., “Il Disegno della Famiglia. Test per bambini”, Parigi, Bollati Boringheri, 1970;
Crocetti G., “I disegni dei bambini. Metafore e simboli del benessere bambino”, Roma, Armando Editore, 2008;
Roberti L., “Il Disegno della Figura Umana in ambito clinico e giuridico peritale”, Mllano, FrancoAngeli, 2017;

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