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DOBBIAMO COINVOLGERE LA SCUOLA E ANCHE IL BULLO!

 

A cura della 
Dott.ssa Gilda De Giorgi 

Psicoterapeuta e psicologa clinica, specializzata in salute 
relazioni familiari e interventi di comunità 

Maglie  

 

Durante l’anno accademico appena trascorso io e la Dott.ssa Jessica Franco, entrambe psicologhe, abbiamo realizzato il progetto “The Bully’s Rap”, dedicato alle classi prime dell’Istituto Comprensivo di Maglie, lavorando sinergicamente con la Dirigente, Prof.ssa Anna Rita Cardigliano.
Il nostro intervento è stato rivolto alla prevenzione del Bullismo, siain quantofenomeno sociale in forte aumento, sia come tema d’elezione dell’opinione pubblica.

Il titolo dell’articolo è l’affermazione di una alunna di prima media, estrapolata in seno all’attività di problem solving, utilizzata per sollecitare l’implicazione dei ragazzi e per conoscere la loro formazione e le loro opinioni rispetto al fenomeno. Fa riflettere che, su un totale di circa 170 alunni, solo uno abbia pensato di coinvolgere il “bullo”, per risolvere la situazione creatasi in seguito ad un atto di bullismo. La maggiorparte degli alunni ingaggiati nell’attività, ha trovato un’altra soluzione, diametralmente opposta: il bullo deve essere tacciato, dalla dirigente, dai genitori e deve essere punito per il danno arrecato alla vittima, ma non solo: il bullo deve pentirsi!

Non occorre essere uno psicologo per capire che l’opinione diffusa riguardo al bullo non sia delle migliori, come anche, sia emersa la necessità, da parte dei ragazzi, di operare uno sforzo comunitario per eliminare del tutto la “pecora nera”, partendo da una piena consapevolezza di chi sta dalla “giusta parte”.

170 alunni non rappresentano un campione significativo della popolazione mondiale per poter speculare rispetto alle loro risposte, però, operando una contestualizzazione del fenomeno e una focalizzazione sulla comunità scolastica locale, è plausibile ipotizzare che l’etichettamento di un fenomeno e degli attori coinvolti si sia imposto come unico parametro per risolvere il problema. Ed è in questo modo che il “bullismo” diventa una mera macrocategoria, all’interno della quale, dopo numerose azioni di generalizzazione indebita e assimilazione franca, è difficile poi scindere un vero atto di bullismo da un gesto di goliardia. E la stessa sorte spetta agli attori coinvolti all’interno di questa stessa macrocategoria. Bullo e vittima diventano portatori di un marchio, che, in quanto chiave
di lettura, riduce la loro personalità ad una condizione standard, riproducibile da una somma algebrica a solo due fattori: la forza e la cattiveria, sommate, definiscono il bullo, la debolezza e la bontà, sommate, definiscono la vittima. L’iconografia moderna non si sottrae a questa logica semplificativa.
In ogni immagine che rimanda o che rappresenta il fenomeno del bullismo, i due protagonisti appaiono fisicamente sbilanciati, come se lo squilibrio della forza fosse la dinamica base della relazione bullo - vittima.

In seguito a questa riflessione sorgono spontanee due domande:

  • La semplificazione della complessità di un fenomeno aiuta a prevenirlo e/o contrastarlo?
  • La definizione di chi si ha di fronte, basata solo sul suo agito, aiuta ai fini di una relazione?

In apparenza sì! Ma solo in apparenza!

Vi è un lungo divario tra l’azione di cogliere una complessità e quella di accoglierla. Nel secondo passaggio, ogni individuo fa più fatica, per questo opta per una facilitazione di ciò con cui è entrato in relazione. Processo che implica la sottrazione di una moltitudine di fattori da un elemento, ad esempio un soggetto, per renderne pregnante e significativo uno solo. Quest’unico fattore scelto, definirà la relazione e tutto ciò che del soggetto stesso si pensa. Nel bullismo, questo passa attraverso la sua definizione ufficiale, che recita parimenti:

Il bullismo è un’oppressione, psicologica o fisica, ripetuta o continuata nel tempo, perpetuata da una persona – o da un gruppo di persone – più potente nei confronti di un’altra persona percepita come più debole.
Farrington (1993)

Riducendo la mia considerazione ad un esempio, un ragazzo, che potrebbe essere definito in mille modi, ad esempio, alunno, figlio, nipote, bello, brutto, poiché resosi autore di un atto considerato bullismo, sarà etichettato e quindi vissuto, solo in quanto bullo. Tutte le altre informazioni e caratterizzazioni dello stesso ragazzo, passeranno in secondo piano, e tenderemo a relazionarci con lui, in quanto bullo. Questa azione definitoria, implica la possibilità di dimenticare tutte le altre dimensioni che il ragazzo è o può rappresentare.

Definire qualcosa o qualcuno, un fenomeno o una persona, dar loro un nome, un’etichetta, attiva un processo di familiarizzazione, in seguito al quale, l’individuo, superata l’angoscia dell’inatteso e sconosciuto, riesce a instaurare una relazione e a gestirla con l’elemento da lui stesso definito. Per tale ragione, senza negare i meriti e l’utilità del lavoro dei professionisti e ricercatori sopracitati, occorre tenere a mente che, gli atti di bullismo sono sempre esistiti, ma, non erano conosciuti come tali. Ed ora che lo sono, tutto ciò che ruota attorno ad essi, assume una caratterizzazione differente, che in maniera automatica veicola e definisce pensiero e azione di tutti i soggetti coinvolti o semplicemente interessati al fenomeno, adolescenti compresi.

Sulla base di questa riflessione, attraverso il progetto, abbiamo cercato innanzitutto di produrre un arricchimento della conoscenza dei ragazzi rispetto al fenomeno, attutendo l’impatto di false credenze, derivanti da affermazioni aprioristiche, che possono essere veicolate da social network e mass media. Per fare ciò, abbiamo operato in maniera ermeneutica rispetto il loro sapere, ponendo l’accento sulla difficoltà che subentra nel momento in cui si tratta un fenomeno sociale: la perdita della singolarità e della unicità del soggetto e della relazione. L’attivazione di quest’ottica è stata resa possibile dalla curiosità degli alunni rispetto al fenomeno e dalla loro implicazione, emblematicamente rappresentata dal numero di interventi, portati in sede di dibattito, e dal loro contenuto. Senza molte riserve e con poche sollecitazioni, i ragazzi hanno condiviso le loro esperienze dirette con noi e con i loro pari. Questo ci ha permesso di lavorare su casi singoli concreti e per loro molto familiari, utilizzati come esempi.

Nel passaggio successivo a quello appena citato, abbiamo realizzato un laboratorio creativo, la cui adesione è avvenuta su base volontaria, con lo scopo di creare uno spazio di espressione, artistica e non, su misura degli adolescenti. Dalle molteplici attività svolte all’interno di tale cornice, sono emersi due elaborati audiovisivi molto significativi ed in sintonia con la riflessione riportata in precedenza. Trattasi nello specifico di un video racconto dei punti di vista rispettivamente di bullo e vittima, e dei loro vissuti e di un videoclip musicale di genere rap, dal titolo “The Bully’s Rap”. A seconda della loro naturale propensione, i ragazzi si son cimentati nel ruolo di sceneggiatore, attore, cantante, truccatore, regista e filmaker.

I due elaborati sono stati creati con l’intento di seguire la riflessione posta in precedenza. Tosto che, il processo di etichettamento è imprescindibile dal nostro modo di pensare e quindi di agire, sarebbe più opportuno prestare attenzione e porre in risalto il processo agito dai veri protagonisti del fenomeno, ossia, gli adolescenti, per cercare di assumere il loro sguardo, quindi la loro conoscenza sul fenomeno stesso. Se si ritiene utile mettere in atto delle strategie che prevengano e riducano un determinato fenomeno, come il bullismo o sedicente tale, l’utilità di tale agire è rinforzata se si parte da un’indagine che supervaluti l’opinione di chi nel bullismo vive e agisce, piuttosto che creare pacchetti standard di intervento, che probabilmente non colgono la vera domanda dell’utenza, e quindi la necessità riportata. Attraverso un processo bottom - up di costruzione della conoscenza, che colga prima di agire la vera richiesta e il vero bisogno di una comunità scolastica e non, come il vero modo di vedere un fenomeno, si può, a mio modesto parere, produrre e mettere in atto un intervento più utile per coloro i quali ne usufruiscono.


I due elaborati precedentemente citati, sono la messa in scena virtuale di come il bullismo viene vissuto e raccontato, dai cosiddetti “bulli”, “vittime” e "spettatori”, ossia da tutti coloro che fanno parte del fenomeno, “per scelta” e non.

In riferimento alle domande suggerite prima, ritengo utile affermare che la semplificazione di un fenomeno, porta necessariamente ad un intervento limitato alla semplificazione in sé, per cui relativo solo ad una parte del tema in questione. Assumendo tale logica non come un limite, ma semplicemente come un modo “confortante” di agire, è bene che chiunque agisca in tal maniera ne sia quanto meno consapevole. Per cui, se si definisce un atto come bullismo, è bene tenere a mente che quello stesso atto è suscettibile di molte altre etichette ed interpretazioni, e nel nostro agire nei suoi riguardi, ne stiamo assumendo solo una di una moltitudine. La stessa osservazione, o suggerimento, resta parere di chi scrive utile quando ci si relaziona ad un singolo atto di bullismo o ad un singolo attore coinvolto.

L’intento di questo scritto, cerca di andare oltre ciò che normalmente ci si aspetterebbe da un articolo dedicato ad un fenomeno. Mettendo per un attimo da parte definizioni, cronaca e opinione pubblica rispetto al tema scelto, si è preferito condividere, con i lettori, delle riflessioni derivanti da un’esperienza diretta, non tanto del fenomeno in sé, quanto del legame tra il bullismo e gli attori coinvolti. Gli spunti di riflessione riportati in precedenza, nascono in seno ad un posizionamento di accoglienza e ascolto, operato da me e dalla mia collega, che abbiamo cercato di realizzare nel progetto, senza mettere in campo molte aspettative o conoscenze pregresse del fenomeno in questione, ma mettendo in gioco la nostra professionalità, al servizio di un agire dinamico e in continuo divenire. Le stesse riflessioni non derivano, per l’appunto, da una conoscenza antecedente del fenomeno, ma dall’accoglienza di ciò che si è verificato all’interno del progetto stesso, accolto e in seguito utilizzato per la realizzazione delle fasi successive. Fermo restando che, entrare all’interno di una comunità scolastica e non, con l’idea di affrontare una tematica piuttosto che un’altra, è già veicolo di un’azione di ridimensionamento ed etichettamento di tutto ciò che potrà realizzarsi.

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