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UN SALUTO SOSPESO. LUTTO, PERDITA E CORDOGLIO

 

A cura della 
Dott.ssa Gilda De Giorgi 

Psicoterapeuta e psicologa clinica, specializzata in salute 
relazioni familiari e interventi di comunità 

Maglie  

 

Penso che la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio.
Dal film Vita di Pi

Da un film, ormai cult, anche se di recente divulgazione, una frase fortemente esplicativa e intensa che racconta come in un fotogramma il rapporto dell’uomo tra la vita e la morte, il passato e il futuro. È bene allora operare un distinguo tra il lutto, la perdita e il cordoglio. Tre parole chiave che svelano un processo tanto naturale quanto faticoso. Perché di un processo si tratta, un percorso che va da A a B, dove entrambi gli estremi sono di difficile definizione, appartenendo al soggettivo di ogni individuo.

Il costrutto teorico del lutto ha radici antiche e profonde negli studi psicologici e antropologici, non solo perché esso rappresenta un fatto assolutamente naturale nella vita dell’individuo, se inteso come morte fisica, ma perché caratterizza la vita psichica di ognuno di noi a partire dalla più tenera età, se inquadrato come processo psichico. Posto in questi termini, il lutto, processo di separazione dall’oggetto d’amore, inizia nei primi anni di vita, attraverso il distacco graduale e centellinato del bambino dal caregiver, solitamente la madre. Nei primi istanti e mesi di vita, il neonato percepisce se stesso e la madre, o chi per lei, come un'unica cosa, un unico Saluto sospeso. Lutto, perdita e cordoglioessere, in una relazione totalmente fusionale e osmotica, a tal punto che le funzioni fisiologiche primarie di entrambi procedono all’unisono. Il ritmo respiratorio della madre segue quello del bambino e viceversa, come i cicli sonno veglia, l’alimentazione, il battito. Il sentimento di onnipotenza è totale nel bambino, tutto è parte di sé e può essere amato, goduto, distrutto. Nel corso nel tempo, in uno sviluppo sano, soprattutto sotto il profilo psicologico, il bambino inizia a creare l’oggetto, l’oggetto materno, che assume la forma e il valore di “Non me”, di qualcosa di separato, esterno, che vive di vita propria. Attraverso un tempo dilatato e simbolicamente carico, il bambino affronta un cammino doloroso, angosciante, di perdita, di separazione, di sforzo generativo e costruttivo, socialmente costruito con la madre, attraverso il suo sottrarsi, prima con il capezzolo, poi con lo sguardo, poi con le braccia e infine con l’intero corpo. Ma il bambino non può ancora farcela da solo, per questo ricerca e genera “coperte di linus”, oggetti transizionali, surrogati di quel legame osmotico, che vengono succhiati, manipolati, distrutti e amorevolmente coccolati. Oggetti nei quali il bambino proietta parti di sé, come fa con la madre, per prepararsi a farsene carico o a distruggere o perdere per sempre (Winnicott, 1989). La costruzione della personalità è un continuo processo di separazione, acquisizione, individuazione, di oggetti soggettivi che diventano percepiti e esterni…“il bambino ha prima un pugno in bocca, poi un pollice; poi si ha un’alternanza tra l’uso del pollice o delle dita e l’uso di qualche oggetto che viene scelto per essere manipolato; gradualmente si passa a un uso degli oggetti che non sono né parte del bambino né parte della madre.” (Winnicott, 1959). Con quest’immagine Winnicott, pediatra psicoanalista, racconta la naturalezza della separazione, come processo di crescita e sviluppo psicofisico, ma anche l’intrinseca importanza del processo, del tempo, del rito.

La perdita di qualcosa, di un oggetto è tale in quanto perdita di un investimento affettivo. Nel gergo comune si parla di “perdita di un affetto”, probabilmente per indicare la separazione non solo fisica da qualcuno o qualcosa, ma la separazione fantasmatica da una parte di noi, che abbiamo proiettato nell’altro, investito di carica affettiva. Tale separazione, come nel bambino, ha bisogno di un suo tempo, non residuo, ma goduto, un tempo interno, non misurabile, ma di grande valore. Il tempo di un rito, un funerale, un saluto. Un tempo soggettivo in cui è vivo ancora il legame con l’oggetto perduto e con le parti di noi in esso condensate, dove non avviene un’interruzione totale, ma l’accoglienza di una eredità e la cura del ricordo.

Trascinati dal cordoglio, inteso come risposta emozionale universale alla perdita, tutte le culture sacre subalterne popolari hanno co-costruito il Culto dei Morti, presente in molti aspetti folkloristici e tradizionali ancora attuali. La storia e la cultura raccontano di canti, di cerimonie, di abiti consoni, opportuni e necessari per celebrare l’evento del lutto, come strategie messe in scena per accompagnare il rito stesso, assolutamente personalizzate a seconda dell’individuo, della società di appartenenza, della religione, della cultura condivisa, dell’inconscio collettivo. Le differenziazioni tra una cerimonia e l’altra, le caratterizzazioni di alcuni rituali sono la dimostrazione che non esiste una maniera giusta in assoluto di salutare e dedicarsi al proprio dolore, perché essa è strettamente personale e personalizzata, come svariate sono le reazioni alla perdita, dalle più disperate, alle più dimesse, logiche, contenute, talvolta anche serene. “Mal comune mezzo gaudio”, o come direbbe Darwin (1872), la capacità di provare cordoglio è tramandata biologicamente, quindi è universale. Ma la mancanza di un rituale appropriato, che può inverarsi in periodi “particolari”, di emergenza, non trova ristoro nella condivisione, perché è essa stessa a venir meno. La stretta di mano, la carezza su un viso troppo freddo, la scelta di una foto che rimanda ad un per sempre, il rumore delle lacrime, le promessa di una fede che ferma il tempo. Piccoli gesti, atti, movimenti psichici, che mantengono la condivisione, la vitalità dei legami in uno scenario di perdita del legame. Paradossalmente celebriamo la perdita dell’oggetto, di una relazione, reificando e vivificando l’oggetto medesimo, attraverso altre relazioni. Forse come coperta di linus, o come modo per sentire nello scarto la perdita, in senso psichico, nello scorrere di un giusto tempo interno.  Come ci ha lasciato Freud: “Il lutto ha un preciso compito psichico da svolgere: la sua funzione è di separare i ricordi e le speranze di colui che è sopravvissuto dalla persona deceduta.” Infine, un saluto sospeso, un rito frammentato e insolito, o bruscamente sottratto, rimandano, complessificano, impediscono, pervertono la naturalezza di un equo scambio tra la vita e la morte.

C. Darwin, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, Londra, John Murray, 1872;
S. Freud, “Totem e tabù”, traduzione di Giacometti, Collana Oscar, Milano, Mondadori, 1989;
D. W. Winnicott, “Esplorazioni psicoanalitiche”, Lodi, Raffaello Cortina Editore, 1989

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