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L’ALTRA FACCIA DELLA TOSSICODIPENDENZA, LETTURA DELLA DIPENDENZA DA COCAINA

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 

La nota cocaina è un alcaloide che si ottiene dalle foglie della Eryhroxtylon Coca, pianta psicoattiva originaria delle zone tropicali dell’America del Sud. La parte psicoattiva della pianta è data dalle foglie che vengono raccolte tre volte all’anno, pronte all’uso dopo essere state essiccate al sole. Il principio attivo della Coca è appunto la cocaina, contenuta nelle foglie in una proporzione fra 0,35 % e 0,90 %, il cui effetto è stimolante. L’utilizzo della coca ha cominciato a diffondersi in Europa solo alla fine del XVIII secolo e il primo ad interessarsi dei suoi effetti fu Sigmund Freud. Freud, infatti, iniziò sperimentando gli effetti dapprima su se stesso e poi sugli altri a lui vicino, facendosi ampiamente promotore della sostanza da lui definita “magica”, suggerendola per il trattamento della depressione, dei disturbi gastrici, della cachessia, della tossicomania morfinica e dell’alcolismo, indicata anche come afrodisiaco e anestetico locale. Tuttavia nel prescriverla ad un morfinomane, il paziente si libera dalla dipendenza da morfina ma diventa pesantemente dipendente dalla cocaina, fino a sviluppare una sindrome psicotossica. Questa ed altre osservazioni portarono così Freud a “ritrattare” l’iniziale entusiasmo espresso per tale sostanza.

Nel corso degli studi psicanalitici sulla tossicomania si è formulata l’ipotesi, sempre più sostenuta fino ai giorni nostri, che la tossicomania abbia una funzione difensiva e di pseudo-regolazione rispetto ad una struttura psichica patologica sottostante. Il tossicomane avrebbe sofferto nel corso del suo sviluppo di delusioni precoci, continue e ripetute nelle sue relazioni primitive fondamentali. I disturbi da uso di sostanze sarebbero dunque secondari ad un quadro psico-patologico preesistente di incapacità di regolazione degli affetti e di mancata interiorizzazione della capacità di prendersi cura di sé (self-care), evidentemente fallimentare nelle relazioni primarie con i caregiver.

In particolare, secondo la Self-Medication Hypothesis (E. Khantzian, 1935), i tossicodipendenti usano la sostanza nel tentativo di curare uno stato di malessere psichico intollerabile; il fenomeno tossicodipendenza non sarebbe così un sintomo ma una ricerca di “soluzione”. La specificità poi dell’effetto terapico della sostanza è in rapporto con la struttura di personalità del paziente, per questo motivo soggetti diversi preferiranno sostanze diverse: nel cocainomane in particolare, che non ha sviluppato un sano narcisismo, l’esperienza stupefacente è l’unico modo per contemplare un’immagine di sé migliore, un sé prestante e capace, che coincide con le aspirazioni, probabilmente irrealizzabili, del soggetto. La meta del tossicodipendente è quella di crearsi un’omeostasi narcisistica, uno stato di controllo di cui egli si fantastica patrone in un’illusoria indipendenza dall’Altro.

In uno studio pubblicato su una rivista internazionale (Substance use, childhood traumatic experience, and posttraumatic stress disorder in an urban civilian population. Depression and anxiety 27 : 1077–1086, 2010) sono stati riscontrati alti tassi di dipendenza cronica da varie sostanze (39% di alcol, 34,1% di cocaina, 6,2% di eroina/oppiacei e 44,8% di marijuana) in una popolazione altamente traumatizzata, in particolare il consumo di cocaina è risultato essere fortemente correlato con esperienze di abuso fisico, sessuale ed emotivo accadute durante l'infanzia. I dati mostrano forti legami tra la traumatizzazione nell’infanzia, il Disturbo da Uso di Sostanze e le loro associazioni congiunte con l'esito di un Disturbo Post-traumatico da Stress, tanto che i sintomi di quest’ultimo possono spiegare l’uso di cocaina in soggetti che hanno subito traumi infantili

Esiste una “personalità tossicomanica”? No, è un mito. Tuttavia l’individuazione di uno specifico e ridondante pattern di tratti condiviso dai soggetti tossicodipendenti porterebbe a parlare di «addiction prone personality», costituita da i seguenti aspetti: debolezza dell’io, ovvero bassa autostima; incapacità di essere autonomi; compulsività, meglio definita come tendenza alla coazione a ripetere; manipolatività, dunque disconoscimento dei bisogni altrui e tendenza a strumentalizzare gli altri per soddisfare i propri; estrema mobilità psichica, quindi mutevolezza nel modo di essere, pensare, sentire; autosensorialità, ovvero la ricerca di sensazioni vitali ripiegandosi su se stessi; artificialità, cioè la predisposizione all’alterazione della realtà attraverso la ricerca dell’effetto doping.

Risulta così necessaria una lettura altra del fenomeno, una lettura che riesca a comprendere vissuti, relazioni, contesti e condizioni che si trovano dietro allo sviluppo di una dipendenza da sostanze, che parta da un’attenta analisi della storia della persona,  possibilmente scevra da pregiudizio, condizione necessaria per chi esercita una professione di aiuto come quella dello psicoterapeuta.

«Quando si tratta di eliminare una sensazione di sofferenza il più rozzo, ma anche il più efficace metodo per influire sull’organismo è quello chimico: l’intossicazione»
Il disagio della civiltà, S. Freud

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