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IL RUMORE DEL SILENZIO NELLA VIOLENZA ASSISTITA

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 


LE RIPERCUSSIONI DELLA VIOLENZA INTRAFAMILIARE SUI MINORI

La violenza intrafamiliare è una tipologia di maltrattamento che coinvolge tutti i membri della famiglia e può essere considerata l’altra faccia della medaglia della violenza sulle donne comportando ripercussioni non solo sulla coppia all'interno della quale si sviluppa la relazione violenta ma su tutto il nucleo familiare, dunque sui figli perlopiù minori.

Il CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia) nella definizione dei Requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri, ha definito tale tipologia di violenza come "l'esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica e atti persecutori su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni. Di tale violenza il/la bambino/a può fare esperienza direttamente (quando si verifica nel suo campo percettivo), indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) o percependone gli effetti".

Litigio genitoriCome tutte le esperienze traumatiche, le conseguenze sono strettamente connesse all’età dell’insorgenza, alla qualità e alla frequenza degli eventi in cui il figlio o la figlia sono emotivamente e fisicamente coinvolti e alla presenza/assenza di fattori di protezione. Più bassa sarà l’età dei figli e più gravi e frequenti gli episodi di violenza, maggiori saranno le ripercussioni sullo sviluppo psicofisico e sulla strutturazione della sua personalità. Molti studi scientifici evidenziano come la violenza assistita sia un'esperienza altamente dolorosa e disorganizzante per il bambino in fase di crescita poiché può incidere in maniera importante sul suo sviluppo, a vari livelli: cognitivo, emotivo e socio-relazionale. La compromissione delle aree evolutive nei minori che assistono a violenza intrafamiliare è stato oggetto di molti approfondimenti che hanno descritto i problemi riscontrati nei bambini che assistono a scene violente nel contesto familiare. Alcuni studiosi (Jaffe, Wilson, Wolfe, 1990) hanno evidenziato difficoltà emotive e sociali come depressione, ansia, inquietudine, aggressività, crudeltà verso gli animali, minori competenze sociali ecc.; altri (Moore, Pepler, 1998) hanno rilevato difficoltà interattive con altri bambini e scarse abilità verbali a causa di un ambiente familiare scadente o a causa di una depressione materna; altri autori (Humphreys & Campbell, 2004) hanno notato una più alta predisposizione a soffrire di disturbi somatici, come cefalee, allergie, disturbi del sonno ecc.  

Risulta così fondamentale attenzionare anche chi assiste come “semplice spettatore” ai maltrattamenti, oltre che chi li subisce direttamente.

In particolare, Di Blasio ha evidenziato come l'assistere alla violenza domestica possa compromettere lo sviluppo del bambino nelle seguenti aree: legame di attaccamento, adattamento sociale e competenze relazionali, stile comportamentale, abilità cognitive e apprendimento; quest’ultimo si esprime nel contesto scolastico sotto forma di demotivazione, scarso investimento e basso rendimento. Uno dei principali disturbi, dunque, che si può rilevare nei bambini che hanno assistito a violenze domestiche riguarda la dimensione dell’attaccamento. Tale costrutto deriva dagli studi di Bowlby con cui definisce il rapporto specifico che unisce stabilmente e prevalentemente il bambino alla madre, o al caregiver che se ne prende cura fin dalla nascita, e che in questi bambini verrebbe ad assumere forme disfunzionali fondate su ansia, insicurezza o evitamento. I minori coinvolti in questa tipologia di violenza domestica possono presentare a lungo termine sintomi di un forte disagio psichico, dove una peculiare caratteristica è quella dell’ “intorpidimento emotivo”, ovvero una emotività rigida, poco spontanea, contaminata da vissuti importanti di ansia che porta a percepire le relazioni come potenzialmente pericolose e l’Altro come un oggetto da cui difendersi. I bambini che vivono in uno stato di costante ansia e paura, miste a rabbia e umiliazione, sono infatti sempre “in guardia”, in attesa che il prossimo evento si possa verificare, vivendo così in una condizione di perenne instabilità e insicurezza emotiva.  Tuttavia, l’emozione della rabbia è rivolta non solo verso l’abusante ma anche verso l’abusato, molto spesso quindi la madre vittima della violenza, colpevole di non essere in grado di prevenire la violenza e dunque di preservarlo da tale esperienza. Un rischioso esito della violenza assistita è poi la sua possibile riproducibilità, poiché per chi cresce in un ambiente in cui si consumano quotidianamente abusi di vario genere, c'è una maggiore possibilità di sviluppare gli stessi atteggiamenti o a subirli senza opporsi; non sorprende infatti come molto spesso l'abusante è stato a sua volta vittima di abuso durante la sua infanzia. Le esperienze relazionali della prima infanzia sono infatti le fondamenta del modello di rappresentazione Io-mondo che la psiche sviluppa nei primi anni di vita.

Questi bambini possono sviluppare ancora comportamenti adultizzati, di accudimento e protezione verso la madre maltrattata e avviene così unviolenza assistita rovesciamento dei ruoli, in cui è il figlio a prendersi cura dell’adulto, mettendo in atto una serie di strategie che da un lato cercano di evitare la conflittualità e dall’altro cercano di mantenere il controllo sul genitore maltrattato, ad esempio rifiutando di separarsene, da qui la difficoltà ad allontanarsi da casa per lungo o tempo o per un lungo tratto.

Va detto che i bambini vittime di violenza assistita sono spesso invisibili agli occhi dei genitori, incapaci di comprendere la grande sofferenza che portano dentro nel vivere quotidiano in un clima di forte tensione ed incertezza e nell’essere presenti durante gli episodi violenti. Possono dunque sviluppare la percezione che il loro dolore non venga considerato, vivendo esperienze di svalutazione, di mancato riconoscimento e di perdita di fiducia proprio nei confronti di chi si dovrebbe prendere cura di loro. Finiscono così per sentirsi come bambini “cattivi”, colpevoli e impotenti, sperimentando un senso di responsabilità rispetto agli episodi di violenza, contro la quale sono impotenti. Si rappresentano inermi rispetto alla possibilità di poter modificare il contesto di vita ma al contempo si possono sentire immeritatamente privilegiati quando non sono direttamente vittimizzati.

Ma cosa succede a livello quanto più profondo della vita psichica di questi bambini?

Il meccanismo psichico inconscio più comunemente messo in atto nei casi di esposizione ad un evento traumatico è quello della rimozione dell’evento stesso. Non potendo elaborare lo stimolo, perché emotivamente troppo difficile da tollerare, la mente del bambino mette in atto la rimozione massiva della percezione, nelle sue componenti di rappresentazione mentale e affettiva, facendo passare nell’inconscio la percezione stessa degli eventi. Tuttavia nell’inconscio gli avvenimenti traumatici conservano la loro potenzialità dando luogo ad espressioni sostitutive, ovvero a sintomi isterici quali fobie, ossessioni, somatizzazioni, disturbi post-traumatici. Un altro meccanismo massicciamente impiegato è quello dell’identificazione con l’aggressore, ovvero il soggetto di fronte ad un pericolo esterno si identifica con l’aggressore, sia assumendo la sua stessa condotta aggressiva, sia imitando fisicamente e moralmente l’aggressore. A tal proposito, nota è la Sindrome di Stoccolma, quel particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica, in cui il soggetto, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando una vera e propria alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. L’identificazione con l’aggressore insieme alla coazione a ripetere, che si definisce come la tendenza inarrestabile e del tutto inconscia a porsi in situazioni dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze, porterà ad agire comportamenti violenti sia nel bambino che nel futuro adulto. Una delle conseguenze più gravi, che coinvolge soggetti costituzionalmente predisposti è quella dell’utilizzo di due meccanismi di difesa correlati, ovvero il diniego e la scissione. Il diniego indica un meccanismo di difesa arcaico per mezzo del quale il soggetto si rifiuta di riconoscere e prendere atto di una realtà traumatizzante. Spesso, ci si serve a questo scopo, di un meccanismo altamente distruttivo denominato scissione dell’Io, in cui la mente del bambino si sfalda, si scinde in due: una parte prende atto dell’avvenimento traumatico e un’altra parte lo nega e vi sostituisce una costruzione fantastica, spesso sottesa da sentimenti di autoaccusa e colpevolizzazione, in cui il bambino si accusa della violenza subita da uno dei genitori sull’altro o, nella migliore delle ipotesi, si accusa di non aver protetto il genitore abusato.

A livello più macro, la violenza assistita getta il seme di una cultura volta alla disparità di genere.

La violenza nei legami intimi tra un padre e una madre implica anche conseguenze sui significati attribuiti alla specificità di genere, tramite l’interiorizzazione di modelli di genere disfunzionali dati da processi di identificazione con la figura di riferimento dello stesso sesso. Bambini maschi che crescono in questi contesti sono esposti all’apprendimento del disprezzo verso le donne, di stereotipi di genere, di atteggiamenti svalutanti verso modelli maschili che non si adeguano all’ideale dell’uomo forte, virile e potente. La figura femminile viene percepita come inferiore e quindi oggetto di un potere di controllo e dominio “accettabile”, passibile di un uso della violenza finalizzato al mantenimento di questa relazione asimmetrica. Le bambine invece, nell’identificazione con la madre, sono portate ad avere una scarsa autostima, a percepirsi fragili, prive di valore e insicure, ricercando in futuro, proprio in ragione di quanto spiegato, relazioni non paritarie che prevedano una loro sottomissione. Sia i maschi che le femmine apprendono così modelli relazionali in cui l’espressione dell’affettività è strettamente connessa alla sopraffazione dell’uno sull’altro e dove l’uso dell’aggressività e della violenza è ammesso e giustificato. Così si porta avanti nelle generazioni l’idea pericolosa che la violenza sulle donne è un modo accettabile e “normale” di relazionarsi all’interno dei rapporti affettivi, giustificando una diseguaglianza di genere che è tutt’oggi radicata nella società.

Prendendo il prestino le parole dello psicanalista Quirino Zangrilli:
 “È certo che in una alta percentuale di casi l’esposizione del minore alla violenza familiare lascia sequele gravi per tutto il corso dell’esistenza”.

Riferimenti bibliografici

Bianchi, D., Moretti, E. (2006). Vite in bilico. Indagine retrospettiva su maltrattamenti e abusi in età infantile. Firenze.
Di Blasio, P. (2000). Psicologia del bambino maltrattato. Bologna, il Mulino.
Lieberman A.F., Van Horn, P. (2007). Bambini e violenza in famiglia. Bologna.
Zangrili, Q. (2016). Il Padre: ambasciatore di realtà, Psicoanalisi e Scienza.

 

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