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IL CULTO DI SÉ, TRA AUTOSTIMA E FRAGILITÀ DELL'ESSERE

A cura della 
Dott.ssa Giulia Miglietta 

Psicologa - Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico socio-costruttivista 

Taviano (Lecce) 

 

La rincorsa al successo è la nuova forma di religione che ha, ormai negli ultimi decenni, monopolizzato la nostra società, una società “liquida”, per usare la nota definizione di Baumann, in cui ogni argine di riferimento è stato travalicato. Tra pochi e deboli punti di riferimento, inseguiamo l’illusione di una libertà senza alcun limite, di “un desiderio” - come direbbero gli psicoanalisti - “senza conflittualità”, in cui tutto è possibile di fronte all’onnipotenza dell’Io.
Eppure oggi viviamo un profondo paradosso: la celebrazione del Sé sembrerebbe rispecchiare di contro una debolezza del mondo interno; diventano infatti sempre più numerose le richieste di interventi (consulenze psicologiche, psicoterapie, prescrizioni di psicofarmaci) per ansia e depressione.
Questo accade perché molti disagi di natura ansioso-depressiva rivelano una profonda difficoltà nel raggiungere e sviluppare una solida identità personale; in particolare, ciò si riscontra nei momenti di passaggio evolutivi, quali l’adolescenza, la mezza età e l’ingresso all’età senile, che oggi risultano essere più dilati e meno netti. Il proprio Sé, chiamato ad una ripetuta e continua ricerca di valore autoconservativo, non può che cercare di eludere i propri limiti, nonché le inevitabili rovine che l’esistenza umana fisiologicamente incontra. Difficoltà e sofferenze della vita sono allontanate, evitate o rimosse, e questo comporta, a lungo andare, l’impossibilità di farvi fronte, non considerando che il mancato attraversamento di esse è imprescindibile per una loro risoluzione e per il raggiungimento di un equilibrio personale.
In questo scenario basta poco affinché un semplice evento o una determinata situazione abbiano un impatto emotivo destabilizzante sulla persona, spogliandola e mettendone a nudo la fragilità e la carente consistenza che si nasconde sotto la superficie egoica. Allora, come per contrappasso, queste fragilità vengono rovesciate in un superamento grandioso, in cui “chiunque diventa Dio”: un progetto infantile, megalomanico, la cui impossibile realizzazione non può che provocare la vergogna di essere quello che non si è, come il bambino che si illude di essere grande, cioè uguale ai suoi genitori.
Il risultato è quello di un’identità debole, liquida appunto, disorientata, bisognosa di rivalutazione e di apprezzamenti, alla ricerca di feedback esterni alle proprie performance che aumentino l’autostima e che alimentino il “culto di Sé”.
Questa consapevolezza su sé stessi si esprime nei vissuti di vergogna, ne sono un esempio situazioni in cui ci si sente profondamente giudicati o umiliati tanto che l’immagine di sé appare non all’altezza, in difetto o svalutata, o ancora, danneggiata, qualcosa da cui è necessario difendersi. Tali sentimenti, avvertiti come molto intensi e profondi, la maggior parte delle volte non trovano una forma di espressione perché inaccessibili alla coscienza. Si fugge da questi e, allo stesso tempo, da sé stessi e da ciò che si prova alla ricerca di un “rifugio”, in relazioni interpersonali che mettono al riparo l’integrità e l’equilibrio di personalità irrisolte, nelle quali le dinamiche e i confini del Sé e degli altri sono poco definiti, fino a perdersi e a confondersi con l’oggetto.
Quando queste “relazioni cuscinetto” si indeboliscono o si rompono, ci si trova impreparati ed esposti a una realtà che ci vede allo scoperto, in cui ci si sente paranoicamente osservati e giudicati. Ed è allora che si fa ricorso all’ammirazione degli altri, nel tentativo di recuperare l’autostima, il tanto celebrato “orgoglio personale”. Al contrario, invece, può accadere che l’esperienza di disagio viene ribaltata, esibendo una superiorità sugli altri, trattandoli così come ci si sente trattati. Questa modalità difensiva può essere un temporaneo aiuto, tuttavia si tratta solo di un’illusoria autosufficienza narcisistica che rivela l’inadeguatezza rispetto alle aspettative altrui o che noi stessi abbiamo, frutto di attese e aspettative perlopiù parentali, che hanno caratterizzato il nostro processo evolutivo di costruzione dell’identità, ovvero la nostra storia.

L'esposizione allo sguardo dell'altro e la coscienza della propria nudità sono la conseguenza della perdita di un luogo sicuro, quella che i cognitivisti indicano come confort-zone. Ed il proprio corpo è l’oggetto per eccellenza della vergogna, perché è il modo con cui ci diamo e ci esponiamo allo sguardo dell’Altro e, allo stesso tempo, il terreno su cui si fonda il senso della propria identità. Quanto più questa dipendenza è difficile da tollerare, tanto più quel giudice interno (Super-io), che dovrebbe consigliarci e proteggerci osservando e valutando ciò che facciamo, si trasforma in un governatore dispotico e tirannico.  Esso è l’erede delle prime relazioni di accudimento, può essere giusto, attento, prendendosi cura di noi come hanno fatto un tempo i nostri familiari, così come eccessivamente severo e intransigente, fino a trasformarsi in un vero e proprio persecutore. È come se una voce dentro di noi dicesse: “Devi avere successo ... Devi essere il migliore di tutti”, richieste che possono tramutarsi in minacce o attacchi che rimandano un'immagine di sé difettosa, inadeguata, dunque inaccettabile.

Nella letteratura psicoanalitica, il maggiore contributo su questo tema è attribuibile a Kohut, il quale teorizza uno sviluppo della personalità narcisistico che muove da uno stato originario di grandiosità arcaica per giungere a un narcisismo più evoluto, sano e costruttivo, su cui si fonda l’autostima. Il narcisismo dunque è una dimensione primaria della vita psichica caratterizzata da grandiosità, invulnerabilità e onnipotenza, tutte caratteristiche della mente infantile. L’evoluzione narcisistica della personalità consiste proprio nel dominare, relativizzare e ridefinire queste caratteristiche di onnipotenza e grandiosità, mantenendo la possibilità di recuperarle quando è necessario (ad es. quando è richiesta una performance) attraverso una regressione però reversibile. Sono acquisizioni proprie del narcisismo maturo le capacità la creatività, la produttività non maniacale, la capacità empatica, l’umorismo/ironia e non di meno proprio la capacità di riflettere sulla propria caducità, ovvero la consapevolezza, nel presente, che siamo polvere e polvere ritorneremo. Quest’ultima è un’acquisizione del narcisismo maturo ed è, secondo l’autore, un pensiero che dà molta forza rispetto a quanta ne avremmo se ci considerassimo immortali.
Fare esperienza della vergogna è sicuramente un dolore intenso, difficile da tollerare, ma proprio per questo, tale ferita, si presta ad essere un’opportunità, come una finestra che dà la possibilità di entrare in contatto con la struttura più profonda della propria identità. Questo è possibile attraverso un percorso esplorativo di Sé, volto a comprendere e valorizzare la propria unicità che non può avere come parametro l’Altro, con il quale si è per definizione in un rapporto di incommensurabilità.


Vogliamo essere amati. In mancanza di ciò ammirati; in mancanza di ciò temuti; in mancanza di ciò odiati. Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione. L'anima trema davanti al vuoto ed ha bisogno di un contatto ad ogni costo”.
Hjalmar Soderberg


Riferimenti Bibliografici
Kohut H. (1977). Narcisismo e analisi del Sé. Bollati Boringhieri
Steiner J. (2011).  L’angoscia di essere visti: orgoglio narcisistico e umiliazione narcisistica.

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