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 R

R - RH
RABDOMIOLISI

Rara condizione in cui un grave danno muscolare causa il rilascio nel sangue di un pigmento nefrotossico, la mioglobina, che, accumulandosi, può essere causa di insufficienza renale. Se il danno renale non viene individuato e non si interviene con gli opportuni trattamenti, si può arrivare fino alla morte. I dolori muscolari, che sono tra i primi sintomi di r., possono esseri dovuti a cause diverse.Può essere legata al consumo di particolari farmaci o a traumi con schiacciamento muscolare.

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RACHICENTESI

vedi LOMBARE, PUNTURA

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RACHIDE

vedi COLONNA VERTEBRALE

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RADICOTOMIA

(O rizotomia), intervento chirurgico che consiste nella sezione di una o più radici dei nervi spinali  con la r. vengono interrotte fibre nervose sensitive, sopprimendo così la percezione delle sensazioni tattili, termiche e dolorifiche del territorio che fa capo alla radice nervosa sezionata  essa viene attuata in caso di sindromi dolorose intense e non trattabili con mezzi farmacologici (per es. nella nevralgia del trigemino o in caso di infiltrazioni neoplastiche di nervi) e più recentemente trova applicazione nel trattamento della spasticità degli arti.Si effettua tramite la sezione chirurgica delle radici dei nervi spinali eseguita nel punto in cui emergono dai forami vertebrali.Si distingue una rizotomia anteriore, se sono interessate le radici dei nervi spinali motori, e una rizotomia posteriore se sono interessate le radici dei nervi spinali sensoriali.

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RADICOTOMIA PERCUTANEA MEDIANTE RADIOFREQUENZA

Chiamata a volte Coagulazione di Sweet, può essere utilizzata nella nevralgia del trigemino, nei casi resistenti alla terapia farmacologia. La tecnica consiste nell’inserire, attraverso la puntura percutanea del forame ovale, un elettrodo a radiofrequenza nel cavo di Mekel e provocando una rizotomia selettiva. Come effetti collaterali sono segnalati un lieve intorpidimento al viso (frequente), fastidiose disestesie (fino al 9%) e l’anestesia dolorosa (0.2-4%), cheratite neuroparalitica (4%).La tecnica alternativa che utilizza il Glicerolo, ha minor percentuale di perdita di sensibilità e di anestesia dolorosa. Queste metodiche hanno un successo iniziale nel 90% dei casi, ma il tasso di recidiva è alto, poiché tra i 5 ed i 10 anni post-intervento la sintomatologia dolorosa si ripresenta nel 20-80% dei casi, ma sono ripetibili. A causa di queste caratteristiche, tali metodiche vengono ritenute indicate nei soggetti anziani.

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RADICOTOMIA SELETTIVA POSTERIORE

Metodica neurochirurgica utilizzata per ridurre la spasticità. Si realizza con la sezione di una porzione di radici nervose sensitive, di solito nel tratto L1-S2. Per esporre le radici si effettua la laminotomia.Tale procedura è selettiva in quanto seleziona le fibre danneggiate, da sezionare, grazie ad un monitoraggio elettromiografico. I risultati sono apprezzabili in termini di riduzione dell’ipertono muscolare, miglioramento della funzione globale, della postura miglioramento della motricità, riduzione della sintomatologia dolorosa. Nei 6 mesi successivi all’intervento è necessaria una riabilitazione intensiva per favorire un allenamento al cammino e un buon rinforzo muscolare.

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RADIO

Osso lungo, pari e simmetrico, misurante 20-25 cm, che, con l’ulna che gli sta medialmente, costituisce lo scheletro dell’avambraccio. L’articolazione con l’ulna avviene al gomito e al polso ed è perfezionata da una membrana interossea tesa fra i corpi delle due ossa. L’estremità superiore o testa o capitello del r. si articola con il condilo dell’omero integrandosi nell’articolazione del gomito. L’estremità inferiore è foggiata a fossa articolare per le ossa del carpo terminando all’esterno in una sporgenza rivolta in basso, il processo stiloideo del r., mentre nel suo versante interno presenta una fossetta articolare per la testa dell’ulna.

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RADIOATTIVE, acque

Acque minerali che contengono in tracce sostanze radioattive (uranio, radio, radon, torio, attinio). Quasi tutte le acque minerali posseggono una radioattività, tuttavia perché questa abbia un’efficacia terapeutica è necessario che raggiunga 50 unità Mache per litro.

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RADIOBIOLOGIA

Scienza che studia gli effetti sui tessuti e sulle cellule delle radiazioni ionizzanti (raggi X, raggi g, particelle emesse dalle sostanze radioattive: protoni, neutroni ecc.). Gli intimi meccanismi fisico-chimici secondo i quali le radiazioni interagiscono con la materia vivente sono noti solo in parte essi dipendono comunque dalla capacità propria delle radiazioni ionizzanti di modificare l’equilibrio elettrico degli atomi che ne vengono colpiti, ponendoli in uno stato di eccitazione o trasformandoli in ioni. Queste modificazioni a livello atomico comportano modificazioni a livello molecolare, con la possibile comparsa di alterazioni nei legami chimici all’interno di molecole di grandi dimensioni (quali per es. gli acidi nucleici, enzimi, macromolecole legate alla superficie delle membrane cellulari), oppure con la formazione di radicali liberi, fortemente reattivi, che tendono a legarsi tra loro o con altre molecole disturbando in vario modo il biochimismo cellulare, fino alla eventuale morte della cellula.Gli effetti biologici delle radiazioni dipendono da molti fattori. Innanzitutto dalla quantità di energia radiante e dal periodo di tempo in cui questa viene a contatto con i tessuti. La quantità dell’irradiazione viene misurata con diverse unità: raggi "X" e raggi "g" vengono misurati in Röntgen (r) gli elementi radioattivi vengono valutati in curie la quantità di radiazione effettivamente assorbita dai tessuti viene invece valutata in rad.È importante anche l’intervallo di tempo durante il quale una determinata dose di radiazioni viene assorbita: infatti pur essendo l’effetto ionizzante delle radiazioni istantaneo, le conseguenze sull’attività cellulare possono rendersi manifeste soltanto dopo un certo tempo, a volte molto lungo (esso è di solito tanto più breve quanto più intensa è l’irradiazione e maggiore la dose di radiazioni somministrate).A dosi di irradiazione basse le cellule possono, nell’intervallo tra una irradiazione e l’altra, riparare il danno subito se invece al momento della seconda dose il ricupero cellulare non è completo, si avrà un effetto cumulativo delle radiazioni assorbite, anche se soltanto parziale, perché la cellula recupera comunque almeno in parte.Anche il tipo di radiazione svolge un ruolo importante nel determinare l’entità del danno cellulare e tessutale: la loro possibilità di penetrare i tessuti dipende sia dall’energia della radiazione, sia dalla sua natura così le radiazioni costituite da particelle hanno un potere penetrante notevolmente inferiore rispetto a quello dei raggi X e. Infine anche il tipo di tessuto ha importanza, perché non tutti hanno la stessa capacità di lasciarsi attraversare dalle radiazioni.Da questi diversi dati viene definito il cosiddetto LET (Linear Energy Transfer), cioè la quantità di energia che viene ceduta dalla radiazione al tessuto per ogni unità di lunghezza di tragitto percorso dalla radiazione nel tessuto così le particelle dotate di elevata massa e di carica elettrica, hanno un potere penetrante basso, e quindi un LET molto più alto che non le radiazioni g che, essendo molto penetranti, cedono la loro energia lungo un percorso maggiore. Per quanto più specificamente si riferisce ai fattori dipendenti dal tessuto che viene attraversato dalla radiazione, è noto da tempo come non tutti i tessuti abbiano la stessa radiosensibilità, cioè la stessa capacità di venir danneggiati dall’azione dei raggi.Le manifestazioni morfologiche del danno da raggi nelle singole cellule possono interessare sia il citoplasma sia il nucleo.Spesso la cellula assume una forma irregolare, con nucleo voluminoso o con più nuclei anche i cromosomi mostrano alterazioni di vario tipo: frammentazioni, traslocazioni, delezioni, ecc.Le lesioni a livello del nucleo sono particolarmente importanti in quanto da esse dipende l’eventualità di una alterazione permanente del patrimonio genetico cellulare, alterazione che, se la capacità riproduttiva della cellula non viene compromessa, può essere trasmessa alle cellule discendenti.Questo fenomeno può spiegare l’insorgenza, in un tessuto irradiato, di una popolazione di cellule anomale, neoplastiche.Il danno da radiazioni di lieve grado può anche non manifestarsi con lesioni morfologiche immediate, ma può rendersi evidente solo in particolari condizioni, per esempio quando la cellula prolifera. A livello dei vari tessuti, organi e apparati le manifestazioni del danno da raggi possono assumere caratteri molto diversi da sede a sede.Nella cute si hanno i quadri che vengono definiti radiodermite.Il danno dei tessuti emolinfopoietici (midollo osseo, milza, linfonodi ecc.), specie se grave e diffuso, determina una profonda deplezione sia delle cellule di questi tessuti sia di quelle circolanti nel sangue, con tendenza alle emorragie e alle infezioni è inoltre dimostrata la capacità delle radiazioni ionizzanti di causare l’insorgenza di leucemie.Nelle gonadi il danno alle cellule germinali può comportare la sterilità e, col tempo, l’atrofia e la fibrosi della gonade stessa.Le mucose del tratto gastroenterico, molto sensibili alle radiazioni dato l’elevato turnover cellulare dell’epitelio, vanno incontro a fenomeni di congestione, edema, ulcerazioni, emorragia, che si manifestano con sintomi quali perdita dell’appetito, nausea, vomito, diarrea come conseguenza tardiva si può avere fibrosi della sottomucosa con possibilità di stenosi e di occlusioni intestinali.Anche i polmoni sono molto suscettibili: il danno da raggi comporta lesioni di tipo infiammatorio simili a quelle provocate dalle infezioni (polmonite da raggi) e, in fase tardiva, una fibrosi polmonare diffusa che porta all’insufficienza respiratoria.
Nel polmone le radiazioni possono avere anche un effetto cancerogeno, come documenta l’elevata incidenza di tumori polmonari maligni in minatori esposti all’inalazione di particelle radioattive.Le ghiandole endocrine sono strutture relativamente resistenti alle radiazioni si segnala tuttavia una maggiore incidenza di carcinoma della tiroide nei soggetti che hanno subito irradiazioni alla regione del collo, o che sono stati trattati con iodio radioattivo.Anche i reni sono resistenti la loro irradiazione può portare tuttavia ad alterazioni diffuse del tessuto renale (nefrite da raggi) che determinano secondariamente nefrosclerosi e insufficienza renale.Lesioni da irradiazione a livello di altri organi e apparati (sistema nervoso, cardiocircolatorio ecc.) sono meno caratteristiche e di più rara osservazione.L’esposizione alle radiazioni di aree estese del corpo, o dell’intero organismo, può portare a quadri clinici molto gravi, o addirittura letali. L’assorbimento di basse dosi di radiazioni (10-50 rad) può non dare alcun disturbo apprezzabile, salvo modeste alterazioni nel numero degli elementi corpuscolati circolanti nel sangue (globuli bianchi, globuli rossi, piastrine). A dosi di 100-300 rad (quest’ultima rappresenta la dose letale più bassa) si ha, entro poche ore, la comparsa di nausea, vomito, malessere, seguiti poi da diarrea, febbre, manifestazioni emorragiche nella cute e dalle mucose. Per dosi più elevate (dosi di 1000 rad sono pressoché costantemente letali) il quadro clinico può essere caratterizzato da disturbi a carico della funzione emopoietica (rapida diminuzione delle cellule del sangue, emorragie, infezioni, con sopravvivenza media di 10-14 giorni), oppure con disturbi prevalenti gastrointestinali (nausea, vomito, grave diarrea, collasso e morte entro la prima settimana). Per le dosi più elevate, sopraletali (1500-2000 rad) i sintomi sono prevalentemente neurologici cerebrali, con convulsioni, coma, e morte nel volgere di poche ore.Anche quando l’irradiazione generalizzata non sia stata fatale possono, a distanza di tempo, manifestarsi gravi alterazioni irreversibili, quali anemia aplastica, cataratta, disturbi dell’accrescimento corporeo e ritardo mentale (se l’irradiazione ha colpito bambini), sviluppo di leucemie o di tumori maligni, a volte multipli il danno alle cellule germinali può rendersi evidente solo nella prole, per esempio con la comparsa di malformazioni o di malattie genetiche.

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RADIODIAGNOSTICA

Branca della radiologia che utilizza, per l’indagine diagnostica di diverse malattie, la proprietà che hanno i raggi X di attraversare più o meno i tessuti dell’organismo e di lasciarne un’immagine su una pellicola fotografica o su uno schermo fluorescente.L’analisi dell’immagine, che riproduce su un piano le diverse strutture anatomiche con grado diverso di trasparenza, consente infatti di valutare i rapporti reciproci tra le diverse formazioni, e di apprezzare l’esistenza di eventuali anomalie malformative, o di processi patologici che comunque alterino la struttura dei tessuti o i rapporti tra le varie parti.Le due metodiche di studio fondamentali della r. sono la radioscopia e la radiografia. Nella prima, l’immagine formata dai raggi viene raccolta ed evidenziata da uno schermo fluorescente nella seconda essa viene invece fissata su una pellicola fotografica.La formazione dell’immagine dipende dal fatto che i vari tessuti presentano un grado diverso di assorbimento nei confronti delle radiazioni, con parti che risultano opache (per es. le ossa) e parti più o meno trasparenti (tessuti molli, cavità naturali dell’organismo ecc.). Per lo studio di alcune parti (per es. cavità naturali o patologiche, vasi sanguigni), onde aumentare il contrasto tra le diverse strutture si ricorre all’introduzione di mezzi artificiali trasparenti (per es. l’aria) oppure opachi ai raggi X (diversi composti chimici contenenti bario o iodio). A seconda delle strutture interessate le tecniche di indagine prendono denominazioni diverse: carotidografia, angiografia, colecistografia, urografia, broncografia ecc.La radioscopia viene utilizzata soprattutto per lo studio di immagini in movimento (il cuore, il tubo digerente, il diaframma) essa però non fornisce immagini pari a quelle che vengono ottenute con la radiografia. A questo si è ovviato in parte con apposite apparecchiature, dette amplificatori di brillanza, che permettono di ottenere immagini più luminose, erogando quantità di radiazioni minori, quindi con minor rischio per il paziente e per l’osservatore, e con la possibilità di prolungare l’osservazione.Con la radiografia l’immagine fotografica può essere ottenuta impressionando la pellicola con le radiazioni che attraversano la parte da esaminare (in genere attraverso schermi di rinforzo, cioè fogli di materiale plastico posti a contatto con la pellicola, ricoperti da una sostanza che diviene fluorescente) oppure fotografando l’immagine che si forma su uno schermo fluorescente (schermografia o fotofluorografia).Per lo studio di fenomeni che si svolgono nel tempo si ricorre all’esecuzione di radiografie in serie (seriografia), o di radiografie effettuate in momenti opportunamente scelti nel corso della indagine radioscopica (radiografia mirata), o anche alla ripresa su pellicola cinematografica (röntgencinematografia). Per lo studio di organi in movimento si ricorre anche alla chimografia, che registra sulla pellicola fotografica l’ampiezza dei movimenti del profilo di una struttura.Per ovviare al fatto che l’immagine radiografica proietta su un unico piano strutture che nella realtà sono disposte in piani diversi, si ricorre alla esecuzione di due radiografie della stessa parte, secondo due diverse direzioni di incidenza dei raggi, tra loro ortogonali: lo studio comparato dei due radiogrammi consente così di valutare i rapporti di profondità tra le diverse parti dell’immagine. Questo problema viene ovviato anche utilizzando una particolare tecnica, la tomografia o stratigrafia: con questa, imprimendo un determinato movimento alla sorgente dei raggi e alla pellicola fotografica, è possibile avere l’immagine delle strutture disposte in un certo piano, mentre le altre strutture risultano sfocate. La tomografia viene utilizzata soprattutto per lo studio del torace e del sistema scheletrico.Un ulteriore perfezionamento di questa tecnica si è avuto nella tomografia assiale computerizzata (TAC) che ha portato progressi veramente notevoli soprattutto nella diagnostica delle affezioni endocraniche.Per ottenere immagini radiografiche più definite si è ricorso anche ai sistemi utilizzati nelle macchine fotocopiatrici a secco (xeroradiografia) questa tecnica, che richiede dosi di radiazioni superiori a quelle della normale radiografia, e per questo poco utilizzata, trova impiego nello studio delle affezioni della laringe, della faringe, della mammella.Importanti perfezionamenti riguardano le tecniche di rilevazione delle radiazioni emesse da isotopi somministrati al paziente: si può così osservare un organo interno in condizioni normali e patologiche, e capire che cosa avvenga quando quest’organo funziona (radiocardiogrammi, radionefrogrammi ecc.) risultati simili si ottengono con la PET, o tomografia a emissione di positroni.Ai raggi X e a quelli degli isotopi si aggiungono poi altre fonti di energia capaci di darci immagini.
L’ultrasonografia permette di osservare direttamente la stessa parte anatomica sotto diverse angolazioni grazie all’effetto Doppler possiamo osservare entità e direzione e regolarità di un flusso di sangue in un’arteria o in una parte del cuore: utero gravido, cuore, vasi sanguigni, testa e collo sono il campo di indagine ideale per gli ultrasuoni. La RNM (Risonanza Magnetica Nucleare), infine ci dà immagini ineguagliabili delle strutture cerebrali.Nell’ambito della diagnostica radiologica oggi tendono a differenziarsi delle specialità distinte e autonome (neuroradiologia, radiologia pediatrica ecc.) in rapporto con l’ampio sviluppo assunto da tali tecniche di indagine, e con la vastità dei settori di patologia in cui esse possono trovare applicazione.

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RADIOESTESIA

(O radiestesia), termine coniato nei primi decenni del Novecento per dare una dignità scientifica all’arte dei rabdomanti, praticata fin dai tempi più antichi. I rabdomanti, ma anche la maggioranza delle persone seppure inconsapevolmente e in misura minore, possiederebbero la capacità di percepire le onde elettromagnetiche che vengono generate sottoterra (onde telluriche) dai corsi d’acqua o dalle fratture negli strati del sottosuolo.In ambito medico, il praticante la r., a volte chiamata anche medicina psionica, si ritiene in grado di captare le radiazioni emesse da organismi viventi e da sostanze inanimate e su queste basi capace di formulare una diagnosi.- La diagnosi delle malattie. È importante sottolineare che non vi è alcuna prova o evidenza scientifica in favore della radioestesia in ambito diagnostico o terapeutico. Le teorie dai radioestesisti secondo le quali un organismo malato o l’organo colpito dalla malattia produrrebbero radiazioni di una intensità tale da consentire la diagnosi, e la mente umana sarebbe in grado di captare le radiazioni emesse e di tradurle in impulsi nervosi e muscolari (che si manifestano con le oscillazioni del pendolo) non hanno riscontro scientifico.

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RADIOGRAFIA

Tecnica di indagine diagnostica che sfrutta la capacità dei raggi X di attraversare i diversi tessuti dell’organismo, e quella di impressionare una emulsione fotografica: l’immagine o radiogramma che risulta su quest’ultima dipende dal diverso grado in cui le formazioni anatomiche assorbono i raggi: le strutture più compatte, come le ossa, appaiono più chiare (perché la pellicola risulta meno esposta ai raggi), mentre le parti molli, più o meno trasparenti ai raggi stessi, appaiono con diverse sfumature di grigio.Se un fascio di raggi (raggi X) attraversa un oggetto esso sarà assorbito in misura proporzionale alla densità delle strutture incontrate. Nel caso specifico, l’osso assorbe molti fotoni, i muscoli e la pelle pochi, l’aria quasi nessuno. La pellicola su cui arrivano i raggi sarà “annerita” in maniera proporzionale alle radiazioni che la raggiungono: l’osso risulterà in bianco, i tessuti molli in grigio medio, l’aria in scuro o in nero. Più le strutture radiografate hanno un contrasto elevato (osso, metallo) più le immagini appaiono ben evidenziate e ben definite.È molto utile soprattutto per lo studio dei dettagli delle ombre e per controllare a distanza di tempo, confrontando due radiografie, eventuali modificazioni di forma e di volume sopraggiunte a carico delle strutture cardiovascolari.Offre il vantaggio di uno studio più dettagliato, ma presenta anche l’inconveniente di offrire un’immagine statica. Nella sua forma standard la r. deve essere eseguita in determinati modi, che devono rimanere sempre costanti: tra questi il più importante è la distanza tra la sorgente raggi X e la pellicola radiografica (posta a contatto con la cute del soggetto) che deve essere sempre uguale a 150 cm. Questa distanza è necessaria affinché i raggi possano essere considerati paralleli e non diano quindi deformazioni dell’immagine.

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RADIOISOTOPI

Isotopi radioattivi degli elementi. Nella ricerca biologica, i r. vengono utilizzati per studiare il destino metabolico di varie sostanze (metaboliti vari, o farmaci) in cui essi vengono incorporati sostituendo uno degli atomi della molecola con un suo isotopo radioattivo. La proprietà che hanno alcuni r. di venire concentrati selettivamente in alcuni organi (per es. lo iodio 131 nella tiroide, l’oro 198 nel fegato e nella milza, la metionina marcata con selenio nel pancreas) consente indagini diagnostiche sull’attività funzionale e le eventuali condizioni patologiche degli organi stessi, così come consente di portare in quella sede le radiazioni emesse dall’isotopo, da utilizzarsi eventualmente a scopo terapeutico (particolarmente nel trattamento di tumori maligni o di metastasi tumorali). Come fonte di radiazioni da impiegare nella terapia dei tumori, i r. vengono anche posti in appositi contenitori, sia a contatto della parte da trattare (isotopoterapia interstiziale o endocavitaria) sia a distanza dall’organismo (teleisotopoterapia).Sono inoltre impiegati per molte indagini diagnostiche immunologiche (ria).

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RAGGIO

vedi ABBRONZATURA, LASER e RADIOTERAPIA

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RANTOLO

Termine semeiologico che indica un rumore rilevabile all’ascoltazione del torace in tutte quelle condizioni in cui nelle vie aeree sia contenuto un secreto fluido, così che durante gli atti respiratori l’aria inspirata o espirata lo attraversa formando delle bolle. Vengono classificati nei rumori umidi insieme ai crepitii, differenziandoli dai rumori secchi, quali fischi, sibili e ronchi legati a patologie di tipo restrittivo (come per esempio l’asma). Il fenomeno può prodursi entro i bronchi (nelle bronchiti acute e croniche), in cavità bronchiectasiche, in caverne. I caratteri con cui esso viene percepito dipendono essenzialmente dalla grandezza delle bolle che si formano e dalle condizioni del tessuto polmonare circostante. Vengono pertanto definiti a piccole, medie e grandi bolle.

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RANULA

Cisti della ghiandola salivare sottolinguale, che appare come una tumefazione circoscritta al di sotto della lingua, ricoperta da mucosa tesa e liscia, di aspetto normale, così da ricordare l’aspetto dei sacchi membranosi che le rane presentano ai lati della mandibola.

Cause
Si determina in genere a seguito di processi infiammatori cronici della ghiandola o di incuneamento di un calcolo nel dotto escretore, e si accresce lentamente potendo portare, per semplice ingombro meccanico, a disturbi della deglutizione o della fonazione raramente può andare incontro a complicazioni, quali rottura, infezioni, suppurazione. La lingua appare spostata all’indietro e oltre la linea mediana.

Terapia
La terapia consiste nell’asportazione chirurgica della r. e della ghiandola salivare attigua.

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RANVIER, nodo di

Spazio (di circa 1 micron) che si interpone tra una cellula di Schwann e l’altra lungo il decorso dell’assone. Nelle fibre mieliniche la conduzione dell’impulso nervoso avviene in maniera “saltatoria” da un nodo di Ranvier all’altro, in quanto il processo di autoeccitazione e l’inversione di polarizzazione (che caratterizza il potenziale d’azione) si verifica solo a livello dei nodi (a causa della minor resistenza della fibra non mielinizzata), mentre l’internodo ha una funzione passiva. La conduzione saltatoria permette un notevole aumento della velocità dell’impulso nervoso lungo le fibre mieliniche rispetto a quelle amieliniche.

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RAPTUS

Impulso improvviso e irresistibile a compiere un’azione non programmata. Si può manifestare in stati di violenta emozione, nelle psicosi confusionali, nelle crisi allucinatorie, durante un attacco epilettico. L’azione sfugge al controllo della volontà, implicando un minor grado di responsabilità se in questo stato vengono compiute azioni delittuose il r. può essere suicida o omicida.

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RAUCEDINE

Particolare alterazione della voce, che perde la sua normale sonorità e appare modificata nel timbro. È solitamente dovuta a processi patologici che determinano una modificazione del margine libero delle corde vocali. Pertanto queste, durante la fonazione, non si accostano più l’una all’altra in modo regolare e simmetrico e di conseguenza l’emissione della voce risulta alterata.

Cause
È nella maggior parte dei casi dovuta a processi infiammatori anche lievi delle corde vocali può tuttavia essere determinata anche da neoformazioni quali noduli, polipi, diversi tumori benigni o maligni, e inoltre dovuta a disturbi della motilità vocale da paralisi nervose o muscolari, a disturbi endocrini.

Sintomi
La voce diviene roca (r.) e si abbassa se le corde vocali vengono colpite in modo particolare è possibile che si giunga alla perdita quasi completa della voce (afonia). Il paziente avverte poi nel profondo della gola un vivo senso di secchezza o di bruciore o la sensazione di avere qualcosa di estraneo: questo porta spesso a “raschiare” la gola. Infine, un’importante manifestazione è data dalla tosse, secca, fastidiosa, che solo dopo qualche tempo permette di espettorare un poco di catarro.

Terapia
Dipende dalla causa in gioco nelle forme infiammatorie sono in genere sufficienti il riposo vocale, la limitazione del fumo e delle bevande alcoliche, ed eventualmente cicli di inalazioni o aerosol con farmaci decongestionanti e antinfiammatori.

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RAYNAUD, fenomeno di

(Prende il nome da Maurice Raynaud, medico francese - Parigi, 1834-1881) disturbo della motilità vascolare (vasospasmo) a carico delle piccole arterie delle mani o dei piedi, con episodi intermittenti caratterizzati da impallidimento marcato della porzione distale delle dita, seguito prima da cianosi e poi da arrossamento da iperemia reattiva. Le mani sono più frequentemente colpite rispetto ai piedi tutte le falangi possono essere simmetricamente affette o solo alcune possono essere colpite in maniera asimmetrica. Gli episodi possono essere associati a intorpidimento e formicolio durante la fase ischemica e a dolore durante la fase di riperfusione.Gli attacchi sono per lo più scatenati dall’esposizione al freddo, ma possono anche verificarsi dopo pressione (anche traumi di lieve entità e ripetuti, come per es. nei pianisti, nelle dattilografe) o stress emotivi. Alcuni soggetti che presentano i sintomi di R. hanno una causa sottostante, come la sclerodermia o meno spesso il Lupus eritematoso sistemico o la malattia mista del tessuto connettivo o condizioni rare come la crioglobulinemia. Alcuni individui presentano solo anomalie di laboratorio, come gli anticorpi antinucleo o alterazioni capillari nel letto ungueale: è probabile che questi pazienti sviluppino in futuro la malattia reumatica. Il protrarsi del fenomeno può portare a disturbi anche gravi del trofismo dei tessuti, con ulcere alla punta delle dita delle mani, distrofia delle unghie e perdita della massa falangea distale (sclerodattilia). Quando il fenomeno di R. si presenta isolatamente, cioè non è secondario a particolari processi patologici oppure a fattori scatenanti precisi, si parla di malattia di R.: tale condizione si osserva soprattutto in donne giovani, in età compresa tra i 20 e i 40 anni, e ha un decorso favorevole. È rilevabile con una certa frequenza in pazienti già affetti da emicrania o angina vasospastica e tale associazione sembra indicare l’intervento di una fattore predisponente comune, quale una esagerata vasocostrizione simpatica riflessa. La terapia include quella per la malattia sottostante. È importante mantenere la temperatura corporea centrale e periferica rispetto al freddo ambientale tramite vestiti caldi e l’uso di guanti. Occasionalmente possono essere necessari farmaci vasodilatatori come la nifedipina o interventi chirurgici di asportazione di gangli nervosi simpatici cervicali.

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REATTIVO MENTALE

Prova psicologica che fornisce risultati da cui trarre interpretazioni e valutazioni sui processi psichici.

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REAZIONE DI RIGETTO

Complesso di fenomeni con i quali un organismo, in cui sia stato trapiantato un tessuto proveniente da un soggetto a struttura genetica diversa, reagisce determinandone col tempo la distruzione. Ha il significato di una reazione di difesa dell'organismo, volta allo scopo di preservare l'individualità dei propri tessuti nei confronti di tessuti estranei, e i meccanismi attraverso i quali si attua si basano su reazioni immunitarie. Le reazioni immunitarie sono di due tipi: cellulo-mediata (linfociti T) ed umorale (linfociti B). L'immunità cellulo-mediata è quella che svolge un ruolo di primo piano nel r. La reazione di r. può essere:- iperacuto, avviene entro pochi minuti dalla rivascolarizzazione dell'organo trapiantato, manifestandosi con la trombosi dei vasi dell'organo. È dovuto ad anticorpi preformati che legano gli antigeni dell'endotelio vascolare. Può essere evitato selezionando un donatore con gruppo sanguigno compatibile con il ricevente ed eseguendo un test che rivela la presenza nel siero del ricevente di anticorpi che distruggano i linfociti del donatore, detto cross-match. - acuto, entro pochi giorni dal trapianto. é di tipo vascolare (necrosi fibrinoide delle arteriole) o cellulare (infiltrato linfocitario e macrofagico e necrosi parenchimale) a seconda del quadro anatomo-patologico. - cronico, se linfociti sensibilizzati verso gli antigeni del tessuto raggiungono i vasi del trapianto, ne danneggiano l'endotelio e infine ne attraversano la parete per infiltrare gli interstizi del trapianto stesso. Si manifesta con la progressiva fibrosi dell'organo. La reazione comporta il venir meno della funzione propria della struttura trapiantata acutamente o progressivamente, fino alla sua totale abolizione. Per ridurre o sopprimere la reazione di r. si sono sperimentati vari metodi, che hanno lo scopo di ridurre l'entità delle risposte immunitarie: estese irradiazioni, impiego di farmaci cortisonici o immunosoppressivi, quali la ciclosporina, l'azatioprina, il tacrolimus, o di siero antilinfocitario (contenente anticorpi antilinfociti). L'immunosoppressione purtroppo ha effetti collaterali, come l'aumento di incidenza di neoplasie (tra il 5 ed il 16% nei trapiantati di rene) e la suscettibilità a gravi infezioni. é importante anche l'accurata scelta del donatore, attraverso lo studio degli antigeni dei leucociti, in modo che tra donatore e ricevente vi sia il massimo grado possibile di compatibilità la migliore conservazione dell'organo donato nel periodo che intercorre tra il momento in cui l'organo viene asportato al donatore e quello in cui termina la manovra di trapianto il controllo continuo dei primi segni di r. , anche con periodici esami istologici di microframmenti dell'organo trapiantato (vedi BIOPSIA).

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REAZIONE TRASFUSIONALE

Complicazione che può seguire a trasfusioni di sangue. Le reazioni trasfusionali di tipo immune (dovute cioè a incompatibilità plasmatica o eritrocitaria) comprendono la sindrome brivido-ipertermica, le reazioni allergiche, ma soprattutto le reazioni emolitiche post-trasfusionali, causate dalla distruzione dei globuli rossi del donatore o del ricevente per trasfusione di sangue non gruppo-compatibile e caratterizzate da nausea, vomito, dolori lombari, ittero e nei casi più gravi shock e insufficienza renale. Le reazioni trasfusionali di tipo non immune (cioè non dovute a incompatibilità) comprendono soprattutto il sovraccarico di circolo e le infezioni da contaminazione dei materiali usati per la raccolta o da presenza di microrganismi nel sangue trasfuso. La gran parte (80% circa) delle infezioni post-trasfusionali è dovuta al virus dell’epatite C, molto più raramente al virus dell’epatite B, all’HIV, a Toxoplasma, ai plasmodi della malaria.

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RECETTORE

Termine con cui si indicano strutture anatomiche capaci di rilevare stimoli di varia natura, provenienti dall’ambiente esterno o dall’interno dell’organismo, e di trasmetterli attraverso fibre nervose al sistema nervoso centrale. I recettori e gli stimoliI recettori sono sensibili a un tipo di stimolo ben determinato, che può essere rappresentato dal contatto con sostanze chimiche, dalla luce, dalla pressione o da altri stimoli meccanici, e inoltre ne rilevano la durata e l’intensità, attraverso un aumento della frequenza degli impulsi che originano nel r., o del numero di fibre nervose attivate.I recettori più semplici sono costituiti da ramificazioni o espansioni di fibre nervose sensitive. Strutture più complesse sono i cosiddetti corpuscoli di senso, dai quali dipendono alcuni tipi di sensibilità cutanea in questi il tessuto connettivo o le cellule di Schwann formano particolari involucri attorno alle terminazioni della fibra nervosa.Se gli stimoli sono complessi, per esempio stimoli luminosi e acustici, i recettori sono caratterizzati dalla presenza di cellule specializzate, di forma diversa in relazione al tipo di stimolo e alle modalità con cui ha luogo la stimolazione: tali sono per esempio le cellule sensoriali dei bottoni gustativi, della mucosa olfattiva, dell’organo del Corti nell’orecchio, dei fusi neuromuscolari. Queste cellule sono in rapporto con fibre nervose afferenti, alle quali viene trasmesso l’impulso generatosi con lo stimolo.I recettori vengono classificati in vario modo:- secondo il tipo di stimolo cui sono sensibili, per esempio fotocettori - secondo la localizzazione e funzione nell’organismo, per esempio esterocettori, propriocettori, introcettori, rispettivamente localizzati alla cute (per segnalare stimoli provenienti dall’ambiente esterno), nei muscoli e nelle articolazioni (per rilevare in ogni momento la posizione del corpo nello spazio), nei visceri (per rilevare diversi tipi di stimoli originatisi all’interno stesso dell’organismo) i recettori che rilevano stimoli provenienti da lontano vengono anche definiti telecettori.I recettori di membranaSono denominate recettori anche particolari molecole presenti sulla superficie di molte cellule, capaci di combinarsi in modo specifico con sostanze chimiche dalle quali la cellula viene stimolata a una determinata attività funzionale. Tali recettori, detti anche recettori di membrana, sono di due tipi: recettori canali che fungono da via di passaggio e recettori enzimi che per la loro azione richiedono la stimolazione di un enzima. Sono noti i recettori per l’acetilcolina e per l’adrenalina in cellule nervose e muscolari, i recettori per gli ormoni estrogeni nella ghiandola mammaria, i recettori per la dopamina, il cui cattivo funzionamento sembra essere una delle cause del morbo di Parkinson.La presenza di tali strutture è documentata soprattutto da esperienze farmacologiche, mediante le quali è possibile attivare o bloccare i recettori utilizzando sostanze a configurazione sterica molecolare vicina a quella della sostanza verso la quale un certo tipo di r. è specificamente sensibile.Per quanto riguarda i recettori ormonali, per esempio, la regolazione della loro attività dipende dagli ormoni corrispondenti: così la presenza di insulina nel sangue, in concentrazione elevata, determina la diminuzione dei recettori corrispondenti in modo che la risposta della cellula alla concentrazione ormonale non sia eccessiva.

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RECLUS, apparecchio di

(Prende il nome da Paul Reclus, chirurgo francese - Orthez 1847 - Parigi 1914), supporto a staffa metallica che veniva usato per permette di camminare appoggiando sulla gamba ingessata.

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REFLUSSO MITRALICO

In seguito a lesioni distruttive delle cuspidi o delle corde tendinee o a deformazione della loro zona di inserzione, la valvola mitrale può non essere più in grado di chiudere perfettamente consentendo così, durante la sistole ventricolare, il r. di una certa quantità di sangue dal ventricolo sinistro verso l’atrio (insufficienza mitralica).

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REFLUSSO VESCICO-URETERALE

Passaggio retrogrado di urina dalla vescica nell’uretere, che può essere origine di infezioni delle vie urinarie alte (pielonefriti). È spesso reperto occasionale in bambini di età inferiore ai due anni studiati in seguito al verificarsi di uno o più episodi di infezione delle vie urinarie. La diagnosi viene posta con la cistografia menzionale, esame che consente anche di quantificare l’entità del r. l’eventuale esecuzione di una urografia consente la valutazione di un eventuale danno renale. Nella maggioranza dei casi la prognosi è buona, e il fenomeno tende ad attenuarsi e a risolversi spontaneamente con la crescita del bambino. Solo raramente è necessario l’intervento chirurgico, in caso di infezioni frequenti e non adeguatamente controllabili con terapia antibiotica, con r. di grado elevato e non risolventesi spontaneamente.

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REFSUM, malattia di

La malattia di R. fa parte del gruppo delle neuropatie ereditarie sensitivo-motorie (HSMN). La Classificazione proposta da Dick nel 1975 delle Hereditary Sensory-Motor Neuropathies o “HSMN” comprende:- Atrofia muscolare peroneale dominante (Charcot-Marie-Tooth -CMT 1).- Forma neuronale dell’atrofia peroneale (Charcot-Marie-Tooth -CMT 2).- Polineuropatia ipertrofica dominante di Dejerine-Sottas.- Malattia di Refsum.- Paraplegia spastica con HSMN.- Polineuropatia con atrofia ottica.- Polineuropatia con retinite pigmentaria.La malattia di R. o eredopatia atassica polineuritiforme o HSMN tipo IV è una malattia rara, con ereditarietà autosomica recessiva. Ne sono colpiti entrambi i sessi. L’età d’insorgenza dei sintomi può variare da pochi mesi a 50 anni. Generalmente i sintomi sono evidenti entro i 20 anni. È caratterizzata dalla presenza di retinite pigmentosa, atassia cerebellare e polineuropatia cronica in concomitanza con un aumento di acido fitanico nel sangue. Spesso sono osservate anche sordità neurogena, miocardiopatia, alterazioni pupillari, cataratta, ittiosi cutanea e altri segni di interessamento del sistema nervoso centrale. La polineuropatia ha carattere sensitivo-motorio: la compromissione è prevalente a livello dei segmenti distali e degli arti inferiori. I tronchi nervosi sono ipertrofici con formazioni a bulbo di cipolla. L’accumulo di acido fitanico, acido grasso tetrametilato a 16 atomi di carbonio, è dovuto a un difetto del suo catabolismo.Una dieta priva di acido fitanico comporta una riduzione dei livelli plasmatici. Quando viene condotta per lungo tempo ed in modo corretto consente di prevenire la progressione della neuropatia, la scomparsa dell’ittiosi e di arrestare la progressione dei deficit uditivi e visivi.

Terapia
La plasmaferesi appare efficace nel trattamento dei sintomi neurologici associati e, associata alla dieta, determina un iniziale miglioramento dei sintomi.La diagnosi biochimica consente di individuare i portatori.

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REGRESSIONE ATAVICA

In ipnosi, costituisce una caratteristica significativa. Si parla di r. atavica del soggetto, intendendo con il termine r. la rievocazione di eventi o circostanze precedenti, atavica in quanto ha a che fare con, e connota, le origini ci si riferisce alla perdita o oscuramento di attività biologiche recentemente acquisite, quelle che rendono il soggetto all’erta, critico si tende ad abbassare il livello di guardia, il senso critico. Il soggetto diventa quasi infantile con un accresciuto rispetto per l’ipnotista e, in un rapporto più sviluppato o intensificato, nasce il desiderio di identificazione con l’ipnotista. L’ipnosi può essere indotta da numerose e diverse procedure che iniziano con un certo grado di r. del soggetto.

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REIDRATAZIONE

Provvedimento terapeutico che ha l’obiettivo di ripristinare il patrimonio idrico dell’organismo in tutte quelle condizioni in cui si sia instaurata una sindrome di disidratazione. Viene attuata essenzialmente con l’introduzione endovenosa di abbondanti quantità di soluzione fisiologica glucosata o di plasma, di albumina, o di altre soluzioni.In caso di diarrea acuta è necessario reintrodurre l’acqua persa, nei bambini soprattutto, che si disidratano molto più facilmente e prima degli adulti al posto dell’alimento abituale si somministrano dosi piccole e frequenti di soluzioni reidratanti a base di glucosio e di sali minerali, oppure, se queste non sono gradite, tè o semplicemente acqua. Solo se, così facendo, si induce ancora più il vomito, o comunque la diarrea è cospicua, si passa alla r. endovenosa.

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REIL, corona di

(Prende il nome da Johann Christian Reil, medico e anatomista tedesco - Rhaude, Frisia 1759 - Halle 1813), ventaglio di fibre sito nella capsula interna, tra talamo e corteccia cerebrale.

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REIL, nastro di

Termine usato per indicare le vie che dal midollo spinale e dal bulbo conducono vari tipi di sensibilità al talamo.

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REIMPIANTO

Tecnica chirurgica che consiste nella riposizione della porzione terminale di un organo, per lo più cavo, in sede diversa o comunque dislocata rispetto a quella occupata in precedenza. Si definisce in questo modo anche il riattaccamento mediante intervento chirurgico di una parte totalmente recisa dall’organismo, per esempio di una mano o di un arto. Si hanno buone probabilità di successo solo se la lesione è netta, tipicamente da taglio, e abbastanza recente, in genere non oltre la mezz’ora. I grandi progressi nelle suture realizzate dalla microchirurgia consentono di riallacciare i vasi sanguigni e ristabilire l’integrità dei tronchi nervosi.

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REINFEZIONE

Fenomeno che consiste nella infezione di un organismo da parte di un microrganismo patogeno dal quale esso era già stato in precedenza infettato.Si verifica soprattutto per i microrganismi alla cui infezione non segue un’immunità forte e duratura o perché esistono diversi ceppi dello stesso microrganismo (per esempio, influenza) o perché l’immunità acquisita non è sufficiente a proteggere dalla malattia qualora il parassita sia un organismo complesso (per esempio, verminosi). Altrimenti la r. non è seguita da una malattia conclamata, ma può rafforzare l’immunità. Si parla di r. endogena quando il processo origina dalla riaccensione di focolai infettivi clinicamente inattivi, nei quali i microrganismi persistono allo stato quiescente, capaci però di riprendere la loro attività patogena quando vengano meno le capacità di difesa dell’organismo. Tale eventualità è frequente nella tubercolosi.

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RELAZIONE

Nella teoria psicanalitica si usa il termine relazione oggettuale per indicare i rapporti che il bambino stabilisce nel corso dello sviluppo, con persone o anche con “cose dell’ambiente esterno significative sul piano affettivo”. Dagli anni Trenta, tale concetto acquista una crescente importanza nell’ambito psicoanalitico, tanto da soppiantare il termine “oggetto”, a causa del fatto che si ritiene indispensabile sottolineare la precocissima interazione dell’organismo con l’ambiente. La teoria delle relazioni oggettuali riguarda la capacità – come funzione fondamentale dell’io – di creare relazioni con l’oggetto reciprocamente soddisfacenti.È Melanie Klein, ritenuta la fondatrice della suddetta teoria, che sottolinea l’essenzialità delle relazioni nello sviluppo del bambino, in cui l’oggetto a cui fa riferimento è sempre quello interno e trae origine dalla relazione affettiva che egli ha con le persone reali. Questi oggetti interni, però, non sono la replica di quelli esterni, ma vengono trasformati dal processo dell’introiezione, definita come la primitiva operazione che il bambino compie verso il seno materno al fine di creare un oggetto buono dentro di sé, perché solo con tale fantasmatica presenza si può costituire il nucleo dell’Io. La cosa essenziale nel considerare la mente del bambino non è la madre come oggetto reale, bensì una madre come è vissuta dal figlio, costruita dentro di sé, attraverso la relazione con lei: una madre introiettata, insomma. L’oggetto primario del bambino è perciò costituito da particolari modalità con le quali egli percepisce la madre e con cui si relaziona a essa, non la madre reale colta dal bambino di 5-6 anni, bensì qualcosa di diverso, costruito su particolarissime modalità attraverso cui il bambino di 1-2 anni la percepisce e interagisce con essa.L’evoluzione della capacità dei bambini di instaurare relazioni con gli altri, progredendo dal narcisismo alle relazioni sociali nell’ambito familiare e poi nel gruppo, è stata descritta da A. Freud e da D. Burlingham (1943).D. Fairbairn (1946), insieme a M. Balint, discusse le fasi precoci della relazione del neonato con quegli oggetti che soddisfano il suo bisogno e lo sviluppo graduale del sentimento suscitato dalla separazione dalla madre.La relazione oggettuale è stata poi particolarmente studiata da Spitz che ha individuato, nello stabilirsi delle relazioni oggettuali, tre fasi successive, distinguendo rispettivamente:- lo stadio pre-oggettuale - lo stadio dell’oggetto precursore lo stadio dell’oggetto libidico propriamente detto (intorno all’ottavo mese).Le età tipiche di ogni stadio hanno valore puramente indicativo perché alquanto variabili da un soggetto ad un altro:- lo stadio pre-oggettuale (0-3 mesi) corrisponde al narcisismo primario di altri autori e denota la condizione di non differenziazione fra il soggetto ed il mondo esterno - lo stadio dell’oggetto precursore (3-8 mesi) inizia con la comparsa del sorriso al volto umano, prima risposta intenzionale ed a carattere sociale.Le osservazioni di Spitz hanno tuttavia dimostrato che il bambino non percepisce ancora, in questo stadio, un oggetto specifico e non distingue gli individui tra di loro (per es. il volto della madre da quello degli estranei). Lo dimostra il fatto che il lattante risponde col sorriso non solo a qualsiasi volto umano in movimento, posto di fronte a lui, bensì anche ad una maschera di cartone. Cessa inoltre di sorridere se il volto gli viene presentato di profilo. Il segnale che scatena la risposta del sorriso è quindi formato da una Gestalt (forma) detta “privilegiata”, costituita dall’insieme fronte-occhi- naso visti di prospetto, preferibilmente in movimento - lo stadio dell’oggetto (all’ottavo mese) è caratterizzata inizialmente da una reazione specifica, che Spitz ha definito “angoscia dell’ottavo mese”.Il bambino comincia a distinguere le figure familiari reagendo alla vista di quelle estranee con evidenti comportamenti di dispiacere (grida, pianto, reazioni di evitamento).Secondo Spitz, non è l’estraneo in quanto tale che scatena queste reazioni, bensì la delusione che il bambino prova percependo la non-identità tra il volto sconosciuto e quello materno.L’angoscia dell’8° mese, considerata da Spitz il prototipo dell’angoscia propriamente detta, è la prova che il rapporto individualizzato con la madre è stato definitivamente stabilito. A partire da questo momento, l’intero comportamento sociale del bambino si fa più complesso vengono stabilite relazioni differenziate con altre figure familiari (padre, fratelli, etc.), la gamma delle emozioni si arricchisce di un registro più vario di sentimenti (tenerezza, collera, invidia, gelosia), compare la preferenza per un gioco o un oggetto particolare.All’affermarsi definitivo del rapporto oggettuale corrisponde parallelamente la formazione di un’identità personale separata ed autonoma, che si realizza con l’acquisizione della consapevolezza del proprio Io.L’evoluzione di tale identità trova un momento fondamentale nella fase dell’oppositività (2-3 anni), la quale costituisce la prima chiara manifestazione, da parte del bambino, dei tratti distintivi della personalità.La progressiva acquisizione della coscienza di sé induce il bambino a modificare le modalità relazionali con l’ambiente circostante, che si caratterizzano a quest’età con spiccato egocentrismo, tendenza ad attirare l’attenzione su di sé, scoppi di collera, comparsa di condotte più autonome e spesso chiaramente in opposizione alle richieste parentali.

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REMISSIONE

Attenuazione o scomparsa dei sintomi di una malattia. Può essere dovuta al cessare di un’azione patogena, al suo superamento da parte dei meccanismi di difesa dell’organismo, all’attuazione di una terapia adeguata.Il termine viene impiegato quando il fenomeno è transitorio può avere durata variabile, anche molto lunga (mesi o anni) il processo morboso tuttavia persiste nell’organismo, e torna poi fatalmente a ripresentarsi.L’evoluzione attraverso fasi di r. e di esacerbazione della sintomatologia è propria di cardiopatie, di malattie infettive croniche, di malattie epatiche ecc.

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RENE

Organo pari che, insieme a ureteri, vescica urinaria e uretra, costituisce l’apparato urinario. Provvede alla formazione ed escrezione dell’urina con la quale si eliminano acqua e scorie metaboliche. Oltre a questa funzione di depurazione e di regolazione del contenuto di acqua e sali, il r. è coinvolto nella regolazione della pressione sanguigna e nella stimolazione del midollo delle ossa.L’embriologiaIl r. prende origine, nel corso dello sviluppo embrionale, dal mesoderma intermedio nella sua porzione anteriore. Il primo abbozzo di r., definito pronefro, è destinato a regredire e a essere sostituito da una nuova formazione, il mesonefro, che si differenzia sempre dal mesoderma intermedio, ma in una zona caudale rispetto al pronefro. Il mesonefro a sua volta regredisce e viene sostituito da una nuova struttura renale, il metanefro, abbozzo destinato a diventare il r. definitivo.L’anatomiaNell’adulto il r. ha una lunghezza di 12 cm ca., una larghezza di 6 cm e pesa 140 g ca. è contenuto nella parte superiore della cavità addominale all’altezza dell’ultima vertebra toracica e delle prime due lombari, posteriormente al peritoneo, ed è circondato da tessuto adiposo. È rivestito da una capsula fibrosa, e alla sezione appare costituito di due porzioni di aspetto differente: una parte periferica o corticale, e una parte interna o midollare.Il tessuto renale è composto di un gran numero di unità elementari, sia dal punto di vista morfologico sia dal punto di vista funzionale, le quali vengono definite nefroni. Ogni nefrone consta di due porzioni, il glomerulo, o corpuscolo renale, e il tubulo.Il glomerulo è un gomitolo di piccoli vasi sanguigni arteriosi dai quali, per effetto della pressione esistente all’interno dei vasi stessi, vengono filtrati acqua, sali e altre sostanze.Il tubulo è un sottile e lungo canalino, che raccoglie il liquido filtrato dai glomeruli (detto anche preurina) e lo convoglia verso le vie escretrici del r.: durante il passaggio attraverso il tubulo il filtrato glomerulare si arricchisce di nuove sostanze secrete dalle cellule tubulari, mentre altre sostanze vengono invece riassorbite e reimmesse in circolo.Le dimensioni del glomerulo e del tubulo sono microscopiche.I glomeruli sono situati soprattutto nelle porzioni corticali del r. (ve ne sono ca. 2 milioni e mezzo per ogni r.) i tubuli, lunghi e convoluti, sboccano in tubuli collettori, e questi sono raccolti in formazioni dette piramidi renali o piramidi di Malpighi l’apice di ogni piramide, detto papilla renale, costituisce il punto in cui i tubuli collettori sboccano nel bacinetto in un unico tubulo collettore confluiscono diversi nefroni. Per la presenza di parte dei tubuli renali e dei tubuli collettori la porzione midollare del r. ha un aspetto striato caratteristico. I tubuli renali sono lunghi 50-70 mm, e vi si distinguono tre parti: il tubulo contorto prossimale, l’ansa di Henle, il tubulo contorto distale: l’ansa di Henle è contenuta nella zona midollare, le altre due porzioni del tubulo nella zona corticale del r. A livello del tubulo contorto prossimale ha luogo il riassorbimento dal filtrato glomerulare di una grande quantità di acqua e di varie altre sostanze: glucosio, aminoacidi, cloruro di sodio, potassio, fosfati, solfati. Anche l’ansa di Henle è sede di fenomeni di riassorbimento di acqua e di sali, particolarmente di sodio.A livello del tubulo distale avviene essenzialmente l’eliminazione di ammonio e solfati, e l’acidificazione dell’urina. Il r. è irrorato dall’arteria renale, che origina dal tratto addominale dell’aorta e si ramifica ripetutamente all’interno dell’organo, formando dapprima arterie interlobari, e poi rami di divisione inferiori, dai quali si formano i glomeruli. In questi ultimi si distinguono: una arteriola afferente, che si sfiocca in un complesso di anse queste confluiscono in un’arteriola efferente che, lasciato il glomerulo, si suddivide a formare vasi capillari che prendono rapporto con i tubuli e confluiscono infine nella vena renale. Le anse del glomerulo sono avvolte da una capsula a doppia parete detta capsula di Bowman: la cavità compresa tra le due pareti, entro la quale si raccoglie il filtrato glomerulare, si continua nel tubulo contorto prossimale. Nello spazio compreso tra l’arteriola afferente e quella efferente si trova un complesso di formazioni che nel loro insieme prendono il nome di apparato iuxtaglomerulare esse svolgono un ruolo importante nella regolazione del flusso sanguigno glomerulare, e a questo livello ha luogo la produzione di renina, un ormone da cui dipende la formazione di aldosterone.FisiologiaIl r. opera come un vero e proprio apparato di depurazione, sottraendo al sangue le sostanze superflue e quelle il cui eccesso potrebbe alterarne l’equilibrio chimico-fisico. Da un punto di vista più specifico, le sue principali funzioni sono quelle di regolare nel sangue il grado di acidità relativa, il contenuto idrosalino, le concentrazioni tollerabili di urea, ammoniaca e acido urico. Il r. ha infine un importante compito di disintossicazione: quello di eliminare le sostanze circolanti fisiologicamente attive, cioè capaci di modificare radicalmente il funzionamento degli organi e dei tessuti. Nel novero di queste sostanze attive rientrano: gli ormoni elaborati dalle ghiandole endocrine, i farmaci somministrati durante le cure mediche e i composti ad azione nociva incidentalmente introdotti nel corpo. A questo proposito è utile ricordare che le proprietà disintossicanti del r. per molte sostanze sono potenziate da fenomeni di secrezione attiva a livello dei tubuli contorti distali. In tal caso il passaggio nell’urina di questi composti viene accelerato al di sopra del livello consentito dalla semplice ultrafiltrazione glomerulare.Formazione dell’urinaLe pareti dei capillari glomerulari formano una vera e propria membrana filtrante attraverso la quale il sangue che circola nel glomerulo trasuda nella cavità della capsula di Bowman. Si tratta del fenomeno di “ultrafiltrazione”, principalmente prodotto dalla forte differenza che esiste tra la pressione del sangue e la pressione presente all’interno della capsula di Bowman. La membrana basale del glomerulo è liberamente permeabile all’acqua, ai sali inorganici e alle piccole molecole organiche trattiene invece le cellule (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine) e le grosse molecole proteiche (albumina, globuline, fibrinogeno). Il fluido filtrato nella capsula di Bowman ha quindi la composizione chimica del sangue arterioso privato della parte cellulare e delle frazioni proteiche tuttavia si tratta di preurina. La formazione di urina richiede l’intervento di complessi fenomeni di riassorbimento selettivo e di secrezione a livello delle altre parti del nefrone. Si calcola che i due reni producano nelle 24 ore fino a 180 l. di ultrafiltrato a livello glomerulare.Questo enorme volume giornaliero di fluido viene riassorbito dai tubuli, riducendo la quantità di urina finale a circa 1,5 1. I tubuli infatti riassorbono il 99% dell’acqua e grandi quantità di sali e di sostanze essenziali.Il normale svolgimento delle funzioni emuntorie renali dipende da:- l’ampiezza del filtro glomerulare (numero di glomeruli funzionanti) - la pressione intraglomerulare - la pervietà dei capillari sanguigni e dei tubuli del nefrone - l’integrità delle cellule che rivestono i tubuli.Difetti a carico di uno di questi meccanismi provocano alterazioni dell’escrezione urinaria, che possono tuttavia, entro certi limiti, essere compensate dal r. stesso. Questa compensazione avviene mobilitando le capacità di riserva o meccanismi di emergenza, che aumentano l’impegno funzionale dei vari fattori condizionanti la diuresi.Non tutti i glomeruli sono contemporaneamente in stato di attività, ma si alternano nei compiti loro assegnati, cosicché nei reni lavora in media solo il 25% di essi.
I rimanenti si trovano in uno stato di riposo, ma possono entrare in attività nel momento in cui ci fosse bisogno.La pressione del sangue nelle anse capillari del glomerulo è causa determinante dell’ultrafiltrazione di liquido nella capsula di Bowman. Il r. elabora un enzima, la renina, capace di trasformare l’angiotensinogeno, prodotto dal fegato, in angiotensina, una sostanza che esercita vasocostrizione e aumenta quindi la pressione sanguigna sia a livello sistemico sia a livello glomerulare (tramite costrizione dell’arteriola efferente). In caso di bisogno, per mezzo della renina, la pressione del sangue arterioso glomerulare può essere aumentata, accrescendo il rendimento del processo di ultrafiltrazione.La mancanza di pervietà in uno dei segmenti del nefrone impedisce la formazione dell’urina. L’occlusione dei capillari sanguigni glomerulari può portare all’esclusione forzata di un nefrone dall’attività funzionante. In tal caso si ricade nel deficit della condizione 1. In alcune malattie la pervietà stessa dei canali tubulari può venire compromessa in seguito a gravi alterazioni dei glomeruli che permettono il passaggio attraverso il filtro glomerulare di cellule (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) e proteine del sangue. Sia le cellule sia le proteine, a causa dell’ambiente acido che si viene a formare nelle parti distali dei tubuli contorti, possono coagulare assumendo la forma di cilindri solidi. Perciò, nelle malattie renali con lesioni del filtro glomerulare, si trovano nell’urina, accanto alle proteine e agli elementi cellulari del sangue, anche “cilindri” di varia natura (ialini, grassi, granulosi, cellulari).Le cellule che tappezzano le pareti dei tubuli renali contribuiscono attivamente alla diuresi, compiendo il lavoro osmotico necessario per trasformare l’ultrafiltrato glomerulare (avente una concentrazione di sostanze disciolte pressoché uguale a quella del sangue) in urina definitiva, nella quale la concentrazione di sostanze disciolte e la densità (o peso specifico) sono nettamente superiori a quelle dei liquidi fisiologici. Tale lavoro consiste essenzialmente in un attivo riassorbimento di acqua e di sali di sodio dal filtrato glomerulare e richiede un notevole dispendio di energia che viene ricavata dai processi di respirazione cellulare.Il r. svolge un’attività di regolazione a carico di alcune fondamentali proprietà chimico-fisiche del sangue. Il significato generale di tale controllo è quello di contenere entro limiti di sicurezza le variazioni della composizione sanguigna che sono dovute alla continua attività metabolica dei tessuti e all’intermittente assorbimento alimentare. In particolare, verranno qui considerati i principali caratteri del sangue sottoposti alla regolazione renale.Equilibrio idro-elettroliticoIl r. è il principale organo regolatore del contenuto in acqua e sali dell’organismo. Ogni giorno vengono filtrati dai glomeruli quantità enormi di acqua e di elettroliti, la maggior parte delle quali vengono recuperate attraverso un processo di riassorbimento tubulare che è molto complesso. Un primo riassorbimento avviene a livello del tubulo prossimale. Circa il 60% dell’acqua e dei soluti contenuti nel filtrato glomerulare vengono riassorbiti dalle cellule del tubulo prossimale, trasportati nei capillari sanguigni che circondano i tubuli e riportati quindi nella circolazione sistemica. Questo riassorbimento prossimale è isoosmotico, viene cioè riassorbita tanta acqua quanti soluti. L’urina che giunge all’ansa di Henle ha quindi la stessa concentrazione di soluti del sangue.Le cellule che tappezzano il tratto discendente sono permeabili all’acqua ma poco permeabili agli elettroliti e all’urea. Poiché l’interstizio attraversato dall’ansa di Henle diventa sempre più ipertonico man mano che si approfonda verso la papilla, l’acqua passerà per gradiente osmolare dalla soluzione più diluita (urina) alla più concentrata (liquido interstiziale), producendo un’urina sempre più ipertonica rispetto al sangue. Al contrario, il tratto ascendente dell’ansa di Henle è caratterizzato da impermeabilità all’acqua ed elevata permeabilità agli ioni sodio e cloro, che vengono riassorbiti con meccanismo attivo. In questo tratto l’urina ridiventa ipotonica (formazione di acqua libera da soluti). Nel nefrone distale si svolgono altri importanti processi per la formazione dell’urina finale. Le pareti del tubulo distale e del tubulo collettore sono impermeabili all’acqua ma sotto l’azione dell’ormone antidiuretico (prodotto nella parte posteriore dell’ipofisi in seguito a minima variazione dell’osmolarità sanguigna) possono diventare permeabili, favorendo quindi un riassorbimento d’acqua, che è proporzionale ai livelli di ormone antidiuretico nel plasma e all’ipertonicità del liquido interstiziale. Sempre nel tubulo distale si ha un ulteriore riassorbimento di ioni sodio che si scambiano contro ioni potassio e/o idrogeno. Questo meccanismo è regolato da un ormone mineraloattivo, l’aldosterone, prodotto dalla parte midollare dei surreni.Equilibrio acido–baseIl grado di acidità di una soluzione è dato dalla concentrazione di idrogenioni (H+).
Nella pratica l’acidità è misurata dal pH, che è il cologaritmo decimale della concentrazione idrogenionica. Il pH si mantiene nel sangue intorno a 7,4.Variazioni anche modeste di pH ematico (± 0,6) possono causare la morte. Il mantenimento di un equilibrio acido-basico soddisfacente è affidato ai polmoni e ai reni.L’organismo produce quotidianamente una gran quantità di anidride carbonica, la quale può essere considerata come un acido volatile che viene eliminato dai polmoni. L’eliminazione dei radicali acidi fissi, non volatili, è invece affidata al r. che mette in opera tre meccanismi fondamentali per tamponare gli idrogenioni: il sistema dei fosfati (nel lume tubulare ogni fosfato cattura un idrogenione, trasformandosi da fosfato bibasico a monobasico), il sistema dei bicarbonati (nel lume tubulare gli idrogenioni vengono catturati dal bicarbonato che è poi trasformato in acqua e anidride carbonica, quest’ultima è ritrasformata in bicarbonato che viene riassorbito da tubuli queste reazioni chimiche sono mediate da un enzima chiamato anidrasi carbonica), l’escrezione di ammoniaca ( le cellule tubulari producono ammoniaca che è liberamente diffusibile ogni molecola di ammoniaca che passa nel lume tubulare si lega a un idrogenione trasformandosi in ione ammonio che viene eliminato con le urine).Questi sistemi tampone sono in grado di assicurare un pH stabile nel sangue sia attraverso l’eliminazione degli idrogenioni sia attraverso il recupero di basi (soprattutto bicarbonato di sodio).La difesa da un eventuale eccesso di basi (alcalosi) è affidata a un’eliminazione urinaria di bicarbonato. Esiste infatti una soglia per il riassorbimento dei bicarbonati corrispondente al valore ottimale di bicarbonato nel sangue. Perciò quando i bicarbonati nel sangue superano questo valore-soglia non vi è più riassorbimento tubulare e queste basi vengono perse con l’urina.Riassorbimento tubulareIl flusso sanguigno renale è notevolmente elevato (il r. riceve all’incirca un quarto della gittata cardiaca), e viene mantenuto costante da diversi meccanismi regolatori.Corrispondentemente anche la quantità di filtrato glomerulare è molto alta, pari a ca. 150-170 l. nelle 24 ore. Il 99% del filtrato viene tuttavia riassorbito a livello dei tubuli, per cui la quantità di urina prodotta è solo di ca. 1-1,5 l. nelle 24 ore. Il riassorbimento tubulare dell’acqua è sotto il controllo di un ormone prodotto dall’ipofisi: l’adiuretina o ormone antidiuretico o ADH. Un altro ormone, l’aldosterone, prodotto dalle ghiandole surrenali, influenza invece il riassorbimento del sodio.PatologiaIl r. può essere interessato da processi patologici di varia natura.Abbastanza frequenti sono:- le malformazioni, che comprendono anomalie di forma (come il cosiddetto r. “a ferro di cavallo”, r. unico formato dall’unione dei due organi in corrispondenza del loro polo superiore o inferiore), di numero, di sede, di sviluppo e differenziazione del tessuto renale un’anomalia di posizione del r. può essere dovuta anche a fattori acquisiti che comportino lo spostamento verso il basso o ptosi dell’organo, quando vengano meno i mezzi che lo mantengono nella sua posizione anatomica corretta - le affezioni di natura infiammatoria genericamente definite nefriti, comprendenti forme assai diverse, che, in rapporto alla sede in cui il processo infiammatorio si localizza, vengono distinte in glomerulonefriti, nefriti interstiziali, pielonefriti - le affezioni di natura degenerativa denominate nefrosi (glomerulonefrosi o tubulonefrosi secondo che siano colpiti i glomeruli o i tubuli), che possono essere determinate dall’azione di sostanze tossiche, da disturbi di circolo, da ostruzioni delle vie urinarie, da malattie metaboliche, dalla deposizione nel r. di sostanze anomale - le affezioni dei vasi (arteriosclerosi, arteriolosclerosi, arteriti, trombosi ed embolie) in conseguenza delle quali si possono determinare infarti, o sclerosi diffusa dell’organo (nefroangiosclerosi).- Altre affezioni renali comprendono i tumori (più frequenti quelli maligni primitivi: carcinoma renale, nefroblastoma) e la calcolosi quest’ultima, che può interessare contemporaneamente anche altri tratti delle vie urinarie, è determinata dalla precipitazione di sostanze contenute nelle urine (acido urico, urati, fosfati, ossalati, cistina) a formare concrezioni più o meno voluminose.- Conseguenza di processi patologici: può accadere che il r. vada incontro a fenomeni di sclerosi connettivale e di atrofie delle sue strutture, con rimpicciolimento dell’organo, aumento della consistenza, aspetto granuloso della superficie in tali condizioni la funzione del r. risulta sempre gravemente compromessa. Quando la funzione di entrambi i reni è diventata insufficiente alle necessità dell’organismo si manifesta una grave condizione patologica che viene definita uremia e che, se lasciata a sé, porta a morte il paziente per gli squilibri metabolici conseguenti.L’indagine diagnostica delle malattie renali si avvale, oltre che dell’esame clinico del paziente, di una serie di esami di laboratorio: esame delle urine, prove che permettono di analizzare la funzionalità delle sue componenti, di indagini radiologiche, dell’esame istologico, di biopsie.La terapia, che varia secondo la natura e lo stadio evolutivo della malattia, in caso di insufficienza renale cronica si avvale di un opportuno regime igienico-dietetico, della dialisi con r. artificiale, eventualmente del trapianto renale.

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RENE ARTIFICIALE

Apparato costituito schematicamente da una membrana sulla quale viene fatto scorrere il sangue e sulla cui faccia opposta scorre un liquido di purificazione: in questo modo la membrana lasciando passare le scorie del sangue simula la funzione depuratrice del r. Il principio chimico-fisico sul quale si basano i diversi modelli di r. artificiale è quello della dialisi. Il compito del r. artificiale è quello di riprodurre l’attività del r., cioè di eliminare le scorie azotate in eccesso (mantenendo l’azotemia nei valori limite della norma) e di conservare inalterato l’equilibrio dell’acqua e dei sali e il pH dei liquidi organici.Il r. artificiale trova applicazione negli stati di insufficienza renale acuta o cronica. In quest’ultimo caso il trattamento consiste in due o tre sedute di dialisi alla settimana, oltre naturalmente a tutti i presidi medici e dietologici che le malattie renali croniche comportano.

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RENE MOBILE

Il r. è normalmente in posizione toracica e addominale. Quando la posizione diviene esclusivamente addominale, specie nella stazione eretta, si parlerà di r. mobile (o ptosico) e, a seconda della entità di tale mobilità, si avranno diversi gradi di ptosi in quella di terzo grado il r. scivola addirittura nello scavo pelvico. Questa situazione è quasi esclusiva della donna per la caratteristica ampiezza del bacino, per la lassità dei tessuti di sostegno e infine per quanto può influire la gravidanza nel peggiorare il tono dei muscoli addominali non raramente incidono i forti dimagrimenti. Il r. mobile può essere l’espressione locale di una ptosi viscerale multipla.Clinicamente il r. mobile può essere perfettamente tollerato. Alcune volte può determinare coliche che scompaiono a letto, dolori al fianco accompagnati da rialzi termici (sovrapposizione di infezione renale), disturbi gastrici e digestivi.La diagnosi è abbastanza facile, in quanto la visita Clinica permette di apprezzare l’organo abnormemente mobile con gli atti respiratori o addirittura situato nella fossa iliaca tuttavia può essere fatto risalire verso l’alto con la palpazione bimanuale.L’urografia darà, con la posa in posizione eretta, la dimostrazione visiva della situazione e inoltre dimostrerà se la posizione anomala del viscere ha determinato dilatazioni delle vie escretive (idroureteronefrosi).Per quanto concerne la terapia, comunemente si ritiene che un r. mobile ben tollerato e ben funzionante non abbisogni di cure particolari è opinabile che possano riuscire di qualche utilità la dieta ingrassante o il corsetto. Per contro, nelle ptosi con frequenti coliche, o con segni di infezioni o incipienti idroureteronefrosi, vale la pena di correggere la situazione con l’atto chirurgico (nefropessi).Si preferiscono le metodiche meno traumatizzanti, che non comportano il rischio di ledere il parenchima o i calici: sono i cosiddetti metodi capsulari, che appunto usano la capsula come elemento di sospensione. Il più conosciuto e sicuro è quello di Albarran-Marion che, se eseguito con la dovuta accuratezza, dà ottimi risultati.

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RENELLA

(O sabbia renale), insieme di fini concrementi sabbiosi o granulari che vengono emessi con le urine da soggetti predisposti alla calcolosi delle vie urinarie. Sono in genere costituiti da cristalli di acido urico o di suoi sali e, depositandosi sul fondo del recipiente, formano un sedimento di colore rossiccio (sedimento laterizio) se sono costituiti da fosfati hanno un aspetto biancastro (vedi CALCOLOSI).

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RENNINA

Enzima della mucosa gastrica, necessario per la digestione della caseina, principale proteina del latte vaccino. La r. ottenuta dalla mucosa gastrica di vitelli neonati viene utilizzata nell’industria casearia per ottenere il caglio, elemento di partenza per la produzione dei formaggi. Attualmente l’enzima r. può essere ottenuta da batteri con tecniche di ingegneria genetica. L’enzima r. è presente nella mucosa gastrica umana ma la sua concentrazione diminuisce con l’età, essendo particolarmente riscontrabile nel bambino fino ai cinque anni di età. La capacità di digerire la caseina del latte sembra quindi diminuire con l’avanzare degli anni.

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RENOGRAFIA

Tecnica diagnostica medico-nucleare impiegante radioisotopi per la valutazione della funzionalità renale. Essa sfrutta la caratteristica di alcuni radiofarmaci (definiti glomerulari o tubulari in relazione alla loro maggiore efficacia nella valutazione della filtrazione glomerulare o della secrezione tubulare) di venire captati ed eliminati dai reni in modo proporzionale alla funzionalità renale. Permette quindi di valutare la funzionalità renale e il deflusso urinario lungo tutto l’asse escretore. L’indagine in sé è praticamente indolore (prevede la semplice iniezione endovenosa di una soluzione contenente specifici radioisotopi e la lettura della distribuzione del radioisotopo mediante una gamma camera) e gravato da effetti collaterali o eventi avversi (es.: reazioni allergiche) veramente rari. I radioisotopi non intaccano la funzionalità renale e il basso dosaggio e la rapida decadenza del tracciante radioattivo consentono l’eventuale ripetizione dell’esame dopo beve periodo. Oltre alla r. tradizionale con tecnica standard vengono oggi eseguite due varianti funzionali: la scintigrafia renale sequenziale con stimolo diuretico e la scintigrafia renale sequenziale dopo somministrazione di un ACE-inibitore.

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REOGRAFIA

Tecnica di indagine diagnostica utilizzata per lo studio del flusso sanguigno che attraversa una parte del corpo, basata sulla misurazione delle variazioni di conducibilità dei tessuti (determinata dal carattere discontinuo e ritmico del flusso in rapporto con l’attività cardiaca): tali variazioni vengono rilevate mediante due elettrodi metallici a disco e registrate su carta scorrevole. La r. trova utile impiego nella diagnostica delle affezioni vascolari, specie di quelle cerebrali (reoencefalografia) in quanto dai caratteri della registrazione si possono trarre deduzioni sulle condizioni delle pareti vasali. Oggi non più usata perché superata dalle metodiche per immagini (ecocolordoppler, TAC, RM, angiografia, ecc.) che permettono una sempre più precisa visualizzazione dell’albero vascolare ed inoltre lo studio del flusso sanguigno.

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REPRESSIONE

Termine usato nella letteratura psicoanalitica per riferirsi al processo attivo di rigetto e di espulsione dalla coscienza di quelle idee o di quegli impulsi che non sono accettabili nell’ambito della coscienza stessa. Quando un’idea o un gruppo di idee cariche affettivamente ed emozionalmente sono penose per i contenuti della coscienza, viene fatto uno sforzo per spingerle nell’inconscio questo meccanismo di r. può rivolgersi verso l’idea o la carica affettiva singolarmente, o esercitarsi contemporaneamente nei loro confronti.

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RESERPINA

Alcaloide estratto da varie specie di Rauwolfia, piante legnose tropicali.Indicata come ipotensivo e successivamente come antipsicotico, agisce anche sul sistema cardiovascolare inducendo diminuzione della pressione e rallentamento del polso.La r. provoca anche una certa vasodilatazione periferica, che sembra indipendente dalla sua azione sul sistema simpatico. Si usa come farmaco iniziale nella terapia dell’ipertensione di media gravità, quando sia consigliabile non cominciare il trattamento con un diuretico ma anche l’associazione con i diuretici è correntemente praticata.L’effetto antipsicotico del farmaco appare dovuto allo stesso meccanismo evidenziato nel sistema cardiocircolatorio: deplezione delle catecolamine e della serotonina. Non si può affermare con certezza che l’aumento di questi mediatori provochi sintomi psicotici, ma è evidente che la somministrazione di r. causa non solo una marcata sedazione, ma anche uno stato di indifferenza agli stimoli esterni dosi elevate conducono a un vero e proprio stato di depressione, che è stato messo in relazione con un livello eccessivamente basso di catecolamine. Questi effetti indesiderati hanno limitato notevolmente l’impiego clinico della r. in psichiatria essa tuttavia conserva un elevato interesse per quanto riguarda le ricerche di psicofarmacologia.

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RESIDUO VESCICALE

Quantità di urina presente nella vescica dopo la minzione. La misurazione del r. vescicale viene effettuata mediante l’introduzione di un catetere trans-uretrale, o mediante esame ecografico.

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RESIDUO, volume polmonare

Il volume r. (VR) è il volume presente nei polmoni dopo una massima espirazione. In presenza di alcune patologie polmonari come l’enfisema (v.) il volume r. può aumentare sensibilmente a fronte della minore capacità polmonare, con conseguente aumento del rapporto tra VR e CPT (capacità polmonare totale). Per determinare i volumi polmonari, si usa un test di base chiamato spirometria (v.)

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RESPIRATORIO, apparato

Complesso delle strutture che hanno la funzione di permettere gli scambi di gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica) tra i tessuti e l’ambiente esterno. Oltre alla respirazione serve anche alla fonazione. L’apparato r. è formato essenzialmente da una serie di condotti, le vie aeree, che a una estremità comunicano con l’esterno, all’altra fanno capo a due organi cavi sacciformi, i polmoni, la cui struttura è organizzata in modo da creare un complesso di superfici estese che separano il sangue dall’aria ambientale. L’embriologiaL’apparato r. si sviluppa nella regione cervicale dell’embrione dall’endoderma che costituisce la parete anteriore dell’intestino primitivo in questa sede si forma dapprima un solco, che poi si approfonda a costituire un diverticolo. Questo si estende caudalmente disponendosi sulla faccia ventrale di quello che sarà l’esofago. Successivamente la parte terminale del diverticolo si suddivide formando l’abbozzo dei due polmoni che accrescendosi vanno a occupare la cavità toracica, vengono rivestiti dalla membrana sierosa della pleura e rimangono collegati alla faringe per mezzo di un condotto che, in condizioni definitive di sviluppo, risulta differenziato a costituire la laringe, la trachea e i bronchi extrapolmonari.L’anatomia Le vie aeree superiori comprendono le cavità nasali e la cavità boccale, la faringe superiore e media, la laringe, la trachea, i bronchi extrapolmonari e quelli polmonari.

- La cavità boccale e la faringe media servono anche al passaggio degli alimenti, mentre le cavità nasali e la faringe superiore sono adibite unicamente al passaggio dell’aria.

- La laringe è situata nella parte media e anteriore del collo, davanti all’esofago è un organo particolarmente differenziato per la produzione della voce. Comunica con la parte inferiore della faringe e si continua nella trachea.

- La trachea ha la forma di un cilindro appiattito posteriormente.Dal collo penetra nel torace e dopo un decorso di 10-12 cm si divide in due rami, i grossi bronchi (bronchi extrapolmonari), uno per il polmone destro, l’altro per il sinistro.

- I bronchi entro i polmoni si ramificano per distribuirsi a tutte le parti dell’organo il loro calibro diminuisce progressivamente e quando è di ca. 1 mm prendono il nome di bronchioli. Questi si suddividono ulteriormente e le loro ultime ramificazioni sono i bronchioli terminali, con un diametro di 0,65 mm ca. Tutte queste formazioni, pur non partecipando agli scambi gassosi veri e propri, provvedono al riscaldamento, alla umidificazione e alla depurazione dell’aria inspirata. Infatti la mucosa che riveste la maggior parte delle vie aeree è composta di un epitelio vibratile e i movimenti delle ciglia creano una corrente di muco che nelle fosse nasali è diretta verso la faringe, nella trachea e nei bronchi verso l’alto. In questo modo è possibile l’eliminazione (con la deglutizione o con l’espettorazione) del muco e delle particelle che vi si sono depositate. Le vie aeree superiori sono anche la sede del senso dell’olfatto (i relativi recettori sono localizzati nella parte più alta della mucosa nasale) e partecipano alla funzione fonatoria. La pervietà della trachea e dei grossi bronchi è assicurata da anelli cartilaginei incompleti nei bronchi di minor calibro vi sono placche cartilaginee. La pervietà dei bronchioli invece dipende unicamente dalla elasticità del tessuto polmonare circostante. Nell’albero bronchiale si trova anche uno strato di tessuto muscolare liscio, innervato da fibre del sistema nervoso vegetativo la sua contrazione o il suo rilasciamento possono modificare il calibro delle vie aeree. Il volume totale delle vie aeree superiori è di 150 ml ca. ed è detto spazio morto respiratorio in quanto l’aria che vi è contenuta non partecipa agli scambi respiratori. Le vie aeree inferioriLa porzione propriamente respiratoria dell’apparato è costituita dal complesso di strutture polmonari che fanno seguito ai bronchioli terminali. Questi si suddividono a formare i bronchioli respiratori, i quali a loro volta si suddividono a formare i dotti alveolari, ciascuno dei quali termina a fondo cieco in una espansione detta sacco alveolare. Le pareti di tutte queste strutture presentano delle estroflessioni, gli alveoli: essi costituiscono le strutture ove ha sede lo scambio dei gas respiratori.

- Gli alveoli hanno la parete tappezzata da cellule epiteliali appiattite e circondata da un fitto intreccio di vasi sanguigni capillari derivati dall’arteria polmonare. Aria alveolare e sangue sono qui separati soltanto da una lamina di spessore inferiore a 1 mm. La superficie totale disponibile per gli scambi gassosi è valutata tra i 75 e i 100 m2. La superficie degli alveoli è rivestita da un velo liquido di una sostanza lipoproteica tensioattiva detta surfattante: ha un ruolo fondamentale perché riduce la tensione superficiale e di conseguenza il lavoro r. inoltre impedisce il collasso degli alveoli e la trasudazione di liquido dai vasi capillari.

- La pleura è una membrana sierosa che circonda ciascun polmone: è costituita da due foglietti, uno aderente intimamente al polmone (pleura viscerale) e uno alla superficie interna della gabbia toracica (pleura parietale). Tra i due foglietti si trova una piccola quantità di liquido (liquido pleurico, che favorisce gli spostamenti del polmone dovuti alle variazioni di volume della gabbia toracica indotte dagli atti respiratori.La patologia L’apparato r. può essere interessato da processi patologici di varia natura, sia primitivi sia secondari a malattie di altri organi o apparati.

- Le infiammazioni acute o croniche sono forme alle quali l’apparato r. è particolarmente esposto a causa della possibilità che microrganismi infettivi o sostanze estranee dannose vi possano pervenire con l’aria inspirata. Sono perciò molto comuni le infiammazioni delle vie aeree superiori, le bronchiti, le polmoniti, le broncopolmoniti, tutte provocate per lo più da microrganismi patogeni di natura batterica o virale. Le infiammazioni della pleura sono in genere secondarie alla diffusione di processi infiammatori del polmone o di organi vicini.

- Le pneumoconiosi sono un gruppo di malattie polmonari, dovute a inalazione di polveri nocive, che possono alterare gravemente il tessuto polmonare.

- I disturbi del circolo sono molto comuni, soprattutto nel polmone: edema, stasi, embolie, infarti, ma anche nella pleura. Si manifestano di solito come conseguenza di altre malattie, soprattutto cardiache.

- I processi tumorali possono interessare qualunque struttura dell’apparato: particolarmente frequenti al polmone e alla laringe. Le diverse malattie dell’apparato r. possono in vario modo disturbare la funzione respiratoria, determinando un restringimento o l’occlusione delle vie aeree e ostacolando il flusso dell’aria, oppure causando una riduzione della superficie attraverso la quale avvengono gli scambi gassosi, o ancora ostacolando la diffusione dei gas tra gli alveoli e i capillari. La diagnosi delle patologie dell’apparato r. si avvale, oltre che dello studio clinico del paziente, di indagini strumentali: esami radiologici, prove di funzionalità respiratoria, esami endoscopici, esami citologici e istologici di secreti o di biopsie.

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RESPIRAZIONE

Insieme dei processi fisici e chimici mediante i quali l’organismo assume dall’aria l’ossigeno (necessario allo svolgersi delle reazioni metaboliche che rendono disponibile energia per i diversi processi vitali) e cede a essa anidride carbonica (uno dei prodotti terminali del metabolismo). In questo processo si possono distinguere tre fasi:

- scambio dei gas respiratori ossigeno e anidride carbonica tra l’organismo e l’ambiente a livello delle strutture dell’apparato respiratorio (r. esterna)

- trasporto dei gas respiratori ai diversi tessuti attraverso la circolazione del sangue

- scambi gassosi tra cellule e liquidi intercellulari (r. interna). Il passaggio e il continuo rinnovo dell’aria nelle cavità dell’apparato respiratorio sono determinati da movimenti ritmici e automatici di espansione e di riduzione della cavità toracica, dipendenti dalla contrazione del diaframma e di diversi altri muscoli che si inseriscono sulle coste. L’atto respiratorioNella inspirazione si ha l’aumento di volume della cavità toracica e ciò comporta il passaggio di aria nell’albero respiratorio l’opposto si verifica nella espirazione. L’insieme di una inspirazione e di una espirazione costituisce l’atto respiratorio. L’inspirazione è un processo attivo che dipende dalla contrazione di muscoli i polmoni seguono in modo passivo l’aumento di volume del torace e si espandono. L’espirazione invece, in condizione di r. tranquilla, è passiva: infatti dipende essenzialmente dalla elasticità dei polmoni, che tendono a retrarsi. I movimenti inspiratori ed espiratori determinano variazioni di pressione dell’aria contenuta nelle cavità dell’apparato: come conseguenza si ha il passaggio di aria dall’ambiente nei polmoni e viceversa. Il volume d’aria dell’atto respiratorioIn condizioni di riposo si hanno 12-15 atti respiratori al minuto e a ogni atto vengono inspirati ed espirati 500 ml ca. di aria (aria o volume corrente), corrispondenti a ca. 6 l al minuto quest’ultimo valore indica la ventilazione polmonare o volume/minuto. La quantità massima di aria che dopo una inspirazione normale può essere ancora introdotta nei polmoni con una inspirazione forzata è di 2000-3000 ml (volume di riserva inspiratoria o aria complementare). Anche dopo una espirazione normale si può, con un atto espiratorio forzato, espellere altra aria, per una quantità di 1000-1500 ml (volume di riserva espiratoria o aria supplementare). La somma del volume di aria corrente, di quello di riserva inspiratoria e di quello di riserva espiratoria costituisce la capacità vitale il suo valore è compreso tra 3500 e 5000 ml. Anche dopo una espirazione forzata tuttavia permane una certa quantità di aria nell’apparato respiratorio questa quantità è detta volume residuo e ammonta a 1000 ml ca. La somma della capacità vitale e del volume residuo dà la capacità totale, che è di 6000 ml ca. I meccanismi regolatoriIl succedersi regolare degli atti respiratori e la loro profondità sono regolati da meccanismi nervosi che dipendono dal centro respiratorio nel tronco dell’encefalo. Da qui si generano gli impulsi ritmici che provocano la contrazione dei muscoli respiratori. Il centro respiratorio funziona come un centro riflesso e viene influenzato da vari tipi di stimoli.Innanzitutto stimoli chimici, rappresentati dalle variazioni nella pressione parziale dell’ossigeno e dell’anidride carbonica, e dalla concentrazione degli ioni idrogeno nel sangue: essi agiscono su strutture chemorecettrici situate nel bulbo dell’encefalo (in prossimità del centro respiratorio) e nell’apparato circolatorio (nei glomi carotidei, nei glomi aortici). L’attività del centro respiratorio è inoltre influenzata, per via nervosa, da impulsi originati nelle vie aeree e nei polmoni (per es. in conseguenza della distensione o della desufflazione dei polmoni, o per irritazione delle mucose respiratorie), nei propriocettori dei muscoli respiratori, nei recettori sensibili alle variazioni della pressione arteriosa situati nel seno carotideo e nell’arco aortico. Tutti questi stimoli influenzano la frequenza e la profondità degli atti respiratori in modo che il livello dell’ossigeno e quello dell’anidride carbonica nel sangue vengano mantenuti entro certi limiti, affinché lo scambio dei gas sia adeguato alle necessità metaboliche dell’organismo. Una riduzione dell’ossigeno o un aumento dell’anidride carbonica stimolano il centro respiratorio, che aumenta la ventilazione polmonare il centro respiratorio può essere influenzato anche da impulsi provenienti da centri nervosi superiori: la frequenza e la profondità del respiro si possono modificare con la volontà, o possono variare in rapporto a stati d’ansia o a sensazioni dolorifiche. La regolazione dell’attività respiratoria è correlata al controllo di altre funzioni dalle quali dipende l’omeostasi dell’ambiente interno: circolazione sanguigna, termoregolazione, metabolismo, bilancio idroelettrolitico.

- A livello degli alveoli polmonariIl passaggio dei gas respiratori dall’aria alveolare al sangue e viceversa dipende unicamente dalle differenze di pressione parziale di ciascun gas.
Così per quanto riguarda l’ossigeno la sua pressione parziale negli alveoli polmonari è di ca. 100 mm/Hg, mentre nel sangue venoso che circola nei capillari addossati alla parete degli alveoli essa è di 40 mm/Hg: ciò comporta il rapido passaggio dell’ossigeno nel sangue. Per l’anidride carbonica si ha l’inverso, dato che la sua pressione parziale nel sangue che giunge ai polmoni è di 46 mm/Hg, mentre nell’aria alveolare essa è di 40 mm/Hg. La velocità con cui i gas respiratori diffondono attraverso la parete alveolare dipende anche dalla solubilità del gas nel sangue, dalla sua densità, dall’area di superficie alveolare disponibile e dallo spessore della parete alveolare.La diffusione dei gas respiratori attraverso la superficie degli alveoli è facilitata dal continuo rinnovo dell’aria alveolare.

- Nel sangueL’ossigeno si trova in minima parte (0,3%) disciolto nel plasma il rimanente è legato all’emoglobina dei globuli rossi. A livello dei polmoni, l’emoglobina lega in modo labile l’ossigeno e diventa ossiemoglobina, mentre a livello dei tessuti essa cede l’ossigeno e si trasforma in emoglobina ridotta. Fattori che possono influenzare l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno sono il pH, la temperatura, la pressione parziale dell’anidride carbonica, la concentrazione degli elettroliti e quella dell’acido difosfoglicerico nel sangue. Per quanto riguarda l’anidride carbonica, questa è trasportata dal sangue sotto diverse forme: l’8% è disciolta nel plasma e nei globuli rossi la quantità più cospicua (65%) è trasportata sotto forma di bicarbonati (bicarbonato di sodio nel plasma, bicarbonato di potassio nei globuli rossi) formati dalla reazione dell’anidride carbonica con l’acqua la quota rimanente (27%) si lega ai gruppi amminici dell’emoglobina e delle proteine plasmatiche.

- A livello dei tessutiGli scambi gassosi avvengono, come a livello degli alveoli polmonari, in relazione alle differenze di pressione parziale dei singoli gas respiratori. Il consumo di ossigeno in un soggetto adulto in condizioni di riposo è di ca. 250 ml/minuto e può salire sino a 2-3 l/minuto in condizioni di sforzo muscolare. La produzione di anidride carbonica è, a riposo, di ca. 200 ml/minuto. Il rapporto tra anidride carbonica prodotta e ossigeno consumato è il quoziente respiratorio. PatologiaIn condizioni patologiche la funzione della r. può risultare in vario modo alterata con una deficienza di ossigeno a livello dei tessuti (ipossia o anossia). L’evenienza più comune si verifica per insufficiente ossigenazione del sangue nei polmoni (ipossia ipossica o anossia anossica) e può dipendere da diminuzione della tensione di ossigeno nell’aria (r. ad altitudini elevate) o da varie malattie la cui conseguenza è un’insufficiente quantità di ossigeno agli alveoli. In altri casi la ventilazione non è uniforme in rapporto al flusso sanguigno, o viene ostacolato il passaggio dell’ossigeno dagli alveoli ai capillari. Spesso più di una di queste condizioni agiscono contemporaneamente. L’ipossia può essere dovuta anche a diminuita capacità al trasporto dell’ossigeno da parte del sangue (ipossia o anossia anemica): questo per esempio si ha nelle anemie (per la riduzione della quantità di emoglobina) o quando l’emoglobina viene parzialmente trasformata in un composto più stabile e non adatto al trasporto dell’ossigeno (come nel caso di avvelenamento da ossido di carbonio o da sostanze metaemoglobinizzanti). Ipossia si determina anche in tutte le condizioni che comportano un rallentamento della circolazione (come nello shock, nel collasso, nella insufficienza cardiaca congestizia, nei vizi valvolari della mitrale) con congestione del circolo polmonare o di altri distretti circolatori (ipossia o anossia stagnante). Il rallentamento della circolazione nei capillari facilita la cessione di ossigeno ai tessuti così che aumenta la quantità di emoglobina ridotta. Quando la sua concentrazione nel sangue capillare supera il 5% compare una colorazione bluastra diffusa alla cute e alle mucose, che viene denominata cianosi. Altri sintomi che compaiono frequentemente nei disturbi della r. sono la dispnea e le alterazioni del ritmo respiratorio (accelerazione della frequenza degli atti respiratori o tachipnea accelerazione della frequenza e della profondità o iperpnea rallentamento della frequenza del respiro o bradipnea alterazioni del ritmo degli atti respiratori, come nel respiro periodico).

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RESPIRAZIONE ARTIFICIALE

Insieme delle tecniche rianimatorie che permettono di mantenere l’ossigenazione del sangue in un soggetto che, per una causa patologica, è incapace di un’attività respiratoria spontanea .I metodi di r. artificiale sono numerosi e si possono dividere in due gruppi all’interno dei quali sono comprese differenti tecniche: le manovre di pronto soccorso, manuali e non l’impiego dei respiratori meccanici (vedi RIANIMAZIONE).

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RESTRINGIMENTO

vedi STENOSI

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RETICOLARE, tessuto

Tipo di tessuto connettivo composto in gran parte da fibre reticolari, che formano un intreccio molto fitto e delicato nel quale si trovano cellule dette cellule reticolari. Le fibre reticolari sono molto sottili, di diametro variabile da 1000 Å (angstrom)… a 1,5mm, e sono evidenziabili nei preparati istologici con metodi di colorazione che sfruttano l’affinità delle fibre stesse per i sali d’argento.Ogni singola fibra risulta costituita da numerose fibrille, individuabili soltanto con il microscopio elettronico, che hanno un diametro di 100-500 Å…. Le fibre reticolari più spesse hanno una struttura simile a quella delle fibre collagene.Le cellule reticolari sono elementi di forma irregolare, con citoplasma ramificato esse sono intimamente associate allo stroma formato dalle fibre reticolari e sono unite tra di loro per mezzo di prolungamenti cellulari. Tali cellule sono dotate di capacità fagocitarie, e vengono considerate una componente essenziale del sistema reticoloendoteliale una importante funzione, almeno di una parte delle cellule reticolari, si svolge nell’ambito delle reazioni immunitarie e consiste nel trattenere sulla propria superficie sostanze dotate di potere antigene per facilitarne il contatto con i linfociti. Il tessuto r. costituisce l’impalcatura di sostegno degli organi linfoidi (linfonodi, milza, timo, tonsille) e del midollo emopoietico.

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RETICOLO SARCOPLASMATICO

Complesso di vescicole derivate dal reticolo endoplasmatico della fibra muscolare striata. Il r. sarcoplasmatico è parte integrante dell’apparato di stimolazione della fibra muscolare: al passaggio dell’impulso di contrazione, infatti, il r. sarcoplasmatico diventa molto più permeabile ad alcuni ioni, specialmente al calcio, la cui presenza è essenziale per l’inizio della contrazione.

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RETICOLOSARCOMA

Tumore maligno che insorge a livello dei tessuti linfatici e, più raramente, anche a carico di cute, ossa, tubo digerente, derivato da cellule reticolari. Tali tumori sono rari: la maggior parte dei casi una volta così classificati (quando si riteneva che le cellule reticolari costituissero elementi progenitori dei linfociti) sono oggi considerati neoplasie delle cellule della serie linfatica, e classificati come linfomi.

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RETINA

Membrana dell’occhio nella quale sono contenuti i recettori per la luce, le cellule cioè capaci di trasformare uno stimolo di natura luminosa in un impulso nervoso che, attraverso le fibre del nervo ottico, viene trasmesso ai centri del sistema nervoso centrale. La r. è la più interna delle tre tuniche o membrane di cui risulta costituito il bulbo oculare ha uno spessore di 0,1 mm nella sua parte anteriore, di 0,4 mm nella parte posteriore è accollata alla coroide, alla quale aderisce più strettamente in avanti, a livello dell’equatore del bulbo oculare. La r. è una struttura di derivazione nervosa: essa prende origine, nel corso dello sviluppo embrionale, da una evaginazione a forma di vescicola che si differenzia ad entrambi i lati dal diencefalo (vescicola ottica). La vescicola, che rimane collegata al sistema nervoso centrale per mezzo di un peduncolo, si invagina poi a formare un calice (calice ottico) a doppia parete: lo strato interno diventerà la parte fotosensibile della r. la parete esterna del calice ottico diventa un epitelio pigmentato che assorbe i raggi luminosi dopo che questi hanno attraversato la parte fotosensibile della r., evitando così diffrazioni e riflessioni dell’immagine. La porzione fotosensibile della r. consta essenzialmente di tre strati di cellule:

- lo strato dei fotorecettori, più esterno e a contatto dell’epitelio pigmentato sono cellule nervose particolarmente differenziate e specializzate, e sono di due tipi: i bastoncelli, sottili e cilindrici, e i coni, meno lunghi. Queste cellule specializzate sono disposti con l’asse maggiore perpendicolare alla superficie retinica e sono formati da una parte o articolo esterno, contenente il pigmento visivo fotosensibile, e da un articolo interno. L’articolo esterno dei bastoncelli ha forma cilindrica e allungata, mentre quello dei coni è più corto e piramidale. I coni rispondono alla luce diurna e sono responsabili della visione distinta e del riconoscimento dei colori. I bastoncelli sono responsabili della visione in condizioni di scarsa illuminazione, ma non consentono la discriminazione delle varie lunghezze d’onda della luce e quindi dei colori. I bastoncelli sono più numerosi dei coni, che sono maggiormente presenti al polo posteriore. A livello della foveola sono presenti circa 2500 coni, ma nessun bastoncello. Nell’uomo si calcola vi siano ca. 6 milioni di coni e 120 milioni di bastoncelli per ogni occhio. I coni sono rari alla periferia della r. e sono invece particolarmente numerosi nel punto in cui converge il fuoco dei raggi luminosi: in questa regione, che corrisponde alla zona di maggiore acutezza visiva, la r. presenta un’area pigmentata di colore giallastro (macula lutea), centrata da una lieve depressione (fovea centralis)

- lo strato delle cellule nervose bipolari che prendono contatto da un lato con i fotorecettori e dall’altro con le cellule nervose dello strato più profondo .

- lo strato delle cellule gangliari (che è appunto lo strato più profondo), dalle quali prendono origine le fibre nervose dirette al sistema nervoso centrale, che costituiscono il nervo ottico. La regione della r. in cui le fibre nervose confluiscono per formare il nervo ottico prende il nome di papilla ottica: qui la r. è priva di fotorecettori, ed è quindi insensibile agli stimoli luminosi (macula cieca). Oltre ai tre strati di cellule descritti vengono individuati nella r. anche strati di fibre nervose, che collegano tra loro le cellule nervose ed i fotorecettori. A 25 mm ca. dal nervo ottico la r. si assottiglia, i suoi diversi strati non sono più distinguibili, ed essa si trasforma in un semplice epitelio che riveste il corpo ciliare e la faccia posteriore dell’iride. L’attività funzionale della r. dipende dalla presenza, nei coni e nei bastoncelli, di particolari pigmenti: questi, sotto l’azione della luce, subiscono modificazioni biochimiche che danno l’avvio all’impulso nervoso. Il più noto di questi pigmenti è la rodopsina, contenuta nei bastoncelli uno dei pigmenti dei coni è la iodopsina.La patologia. La r. può essere interessata da anomalie malformative congenite, processi infiammatori (retinite), alterazioni degenerative determinate da disturbi metabolici, o da disturbi di circolo (retinopatia), tumori (gliomi, angiomi, retinoblastoma), alterazioni circolatorie (emorragie, ischemie, iperemie).
Frequenti sono anche i disturbi funzionali, indipendenti cioè da documentabili alterazioni anatomiche, che si possono manifestare con sintomi vari, quali scotomi, restringimento del campo visivo, riduzione del visus, comparsa di “mosche volanti”.Una conseguenza di diverse affezioni retiniche può essere il distacco della r., che può essere determinato anche da traumi tale condizione, se non trattata con urgenza, porta all’atrofia della r. ed alla perdita della sua funzione visiva.Sono attualmente in atto ricerche volte alla rigenerazione e al trapianto di r. Vengono sperimentati trapianti totali di r. fetale, trapianti di epitelio pigmentato (che potrebbe rivelarsi utile nella rigenerazione della r.) e trapianti parziali o addirittura di singole cellule.

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RETINITE

Processo infiammatorio che interessa la retina. Può essere primitivo, oppure secondario a una malattia infettiva generalizzata, con impianto nella retina di microrganismi trasportati dalla corrente sanguigna (vedi CORIORETINITE). Una r. può essere determinata da diverse specie di batteri, da virus, da protozoi (per es. Toxoplasma), da funghi, e anche da vermi parassiti. Frequentemente il processo infiammatorio interessa anche la coroide (corioretinite) comporta la distruzione di zone più o meno estese di tessuto retinico, che viene poi sostituito da tessuto fibroso cicatriziale, responsabile a volte di aderenze tra coroide e retina, o di retrazioni dell’umor vitreo con possibile distacco della retina stessa.

Sintomi
In tutte le retiniti il sintomo principale è costituito da una diminuzione del visus e da disturbi a carico della visione.

Diagnosi
È importante l’esame oftalmoscopico, ed eventualmente l’elettroretinografia.

Terapia
Dipende dalla causa in gioco.Il termine r. viene impropriamente usato per indicare processi patologici della retina non di natura infiammatoria per i quali si utilizza con maggior proprietà il termine di retinopatia.

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RETINOBLASTOMA

Raro tumore maligno dell’occhio, che insorge nell’infanzia ed è costituito da tessuto nervoso della retina con aspetto immaturo, embrionale.È un tumore maligno infantile che deriva dalla retina immatura colpisce circa 1 bambino ogni 20.000 nati vivi e da solo rappresenta il 2% dei tumori maligni infantili. Il r. è bilaterale in un terzo dei casi. Una caratteristica del r. è la ereditarietà nel 10% dei casi. Tutta la prole di questi soggetti e di quelli con forme bilaterali è affetta dal tumore, che in questi casi viene trasmesso come carattere dominante il restante 60% ha una malattia monolaterale generalmente non ereditaria.

Cause
Recenti studi di genetica hanno evidenziato in alcuni soggetti affetti da r. la delezione (cioè la perdita) di un segmento del braccio lungo del cromosoma 13: si tratta pertanto del primo caso scoperto di tumore maligno geneticamente determinato.

Quadro clinico
All’esame del fondo oculare, il r. si presenta con bozze retiniche singole o multiple di colore grigio-biancastro caratteristica è la possibile presenza di masse tumorali libere nel vitreo. La diffusione del tumore è in parte ritardata dalla sua tendenza alla necrosi, con calcificazioni visibili anche oftalmoscopicamente, oltre che con la TAC. Nel suo accrescimento esso determina distacco della retina e tende poi a infiltrare e a distruggere le strutture oculari e il nervo ottico, dando metastasi nel sistema nervoso centrale, raggiunto attraverso il nervo ottico, e il midollo osseo polmoni e fegato sono sedi meno frequenti.

Diagnosi
La diagnosi è precoce nei soggetti nei quali lo si sospetti per la storia familiare negli altri casi avviene invece verso i 2-3 anni, quando compare un riflesso biancastro alla pupilla (leucocoria o “riflesso a occhio di gatto”), oppure durante gli accertamenti per uno strabismo.

Terapia
La terapia è efficace in oltre il 90% dei casi senza metastasi ed è chirurgica con enucleazione del globo oculare in caso di r. unilaterale al IV-V stadio o di r. bilaterale ma solo a carico del bulbo oculare più estesamente interessato. Si propone la radioterapia come unico trattamento in pazienti al I, II e III stadio come supporto nei pazienti trattati con terapia chirugica negli stadi IV e V. La chemioterapia si usa nei pazienti in stadio V o con metastasi.

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RETINOPATIA

Termine generico che indica una malattia della retina di natura non infiammatoria, quali: i diversi tipi di alterazioni degenerative dell’età senile, secondari a disturbi trofici del tessuto retinico in rapporto all’invecchiamento le degenerazioni retiniche a carattere ereditario e familiare, in rapporto a disturbi metabolici del tessuto retinico determinati geneticamente o a malattie generali del metabolismo (come per esempio in alcune lipidosi) le affezioni retiniche legate a disturbi o a malattie vascolari (per esempio r. diabetica, ipertensiva, da panarterite nodosa, da trombosi dei vasi retinici), e altre forme ancora, non chiaramente inquadrate in un capitolo preciso.L’esame diagnostico di primo livello per questo gruppo di patologie è l’esame oftalmoscopico del fundus oculi, eventualmente completato da esami più specifici (per es. la campimetria, la fluoroangiografia retinica per i disturbi di natura vascolare, l’elettroretinogramma per i disturbi con alterata conduzione nervosa degli stimoli visivi, etc.).

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RETINOPATIA ARTERIOSCLEROTICA

Negli anziani lo strato muscolare della parete arteriosa si sclerotizza, per cui il vaso assume un decorso meno flessuoso e il lume si restringe. A livello retinico questi fenomeni involutivi interessano l’arteria centrale e le sue branche maggiori che presentano una parete di riflesso metallico, dapprima “a filo di rame” per accentuazione del riflesso assiale, poi “a filo d’argento” in seguito al restringimento generalizzato del lume. Gli incroci arterovenosi patologici sono un segno caratteristico di arteriosclerosi. Inizialmente l’arteria sembra interrompere la vena (segno di Gunn), poi quest’ultima assume un decorso a “S” italica (segno di Salus). Il lume venoso risulta realmente ridotto quando a monte dell’incrocio si osserva una dilatazione venosa (segno di ingorgo) e ancor più quando si associa uno screzio emorragico (segno di pretrombosi). Se la perfusione capillare diventa insufficiente, si manifestano anche chiari segni di sofferenza retinica quali essudati duri puntiformi, microemorragie, modesto edema maculare. La prognosi funzionale è condizionata dal rischio di complicanze acute, quali occlusioni venose e arteriose retiniche in loro assenza il decorso è lentamente progressivo. Un’interessante considerazione da fare è che l’arteriosclerosi retinica riflette abbastanza fedelmente lo stato della circolazione cerebrale, ma meno quello di altri distretti come, per esempio, quello cardiaco.

Terapia
Il trattamento farmacologico si sovrappone a quello instaurato dall’internista per l’arteriosclerosi sistemica in caso di occlusioni vascolari si utilizzano agenti antiaggreganti piastrinici.

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RETINOPATIA DEL PREMATURO

È una retinopatia proliferante che colpisce quasi esclusivamente neonati prematuri, con peso alla nascita inferiore a 1300 grammi e sottoposti nell’incubatrice ad alte pressioni di ossigeno. La sua comparsa dipende dall’effetto tossico dell’ossigeno sui vasi retinici immaturi, soprattutto sul lato temporale della retina. Particolarmente esposti sono i neonati di peso inferiore a 1000 grammi, la cui sopravvivenza oggi è spesso possibile, ma nei quali l’incidenza della r. supera l’80%. Nell’80% dei casi la malattia ha una risoluzione spontanea, nel 20% residuano invece esiti cicatriziali di varia gravità che in qualche caso, soprattutto nei prematuri più piccoli, possono portare alla cecità completa. La r. del prematuro si manifesta quasi sempre nelle prime 9 settimane di vita e la sua evoluzione richiede qualche settimana, anche se in alcuni casi sono sufficienti pochi giorni. La malattia è bilaterale, ma non necessariamente i due occhi hanno lesioni di uguale gravità.

Quadro clinico
Nel 1984 un comitato internazionale ha stabilito una classificazione evolutiva della r. del prematuro attraverso cinque stadi che, con poche modifiche, è ancora in uso e si è dimostrata fondamentale per stabilire le indicazioni al trattamento:- Stadio 1: la retina periferica immatura e non vascolarizzata appare separata dalla retina posteriore vascolarizzata da una linea bianco-grigia parallela all’ora serrata e sulla quale si inseriscono vasi anomali.- Stadio 2: la linea di demarcazione diviene una cresta rilevata, che corrisponde a uno shunt (letteralmente corto-circuito), di tessuto connettivale immaturo tra arterie e vene, cioè il tessuto mette in connessione i due vasi sanguigni. Posteriormente alla cresta si sviluppano ciuffi isolati di neovasi.- Stadio 3: la cresta diventa rossa e rugosa in conseguenza di una marcata proliferazione fibrovascolare i vasi retroequatoriali sono dilatati e tortuosi possono essere presenti manifestazioni emorragiche retiniche e vitreali.- Stadio 4: l’ulteriore proliferazione fibrogliale causa un distacco retinico trazionale, che dalla periferia progredisce verso il polo posteriore.- Stadio 5: il distacco di retina è totale.Alla fase attiva segue la fase cicatriziale, durante la quale la retina completamente distaccata tende a chiudersi a imbuto e il vitreo subisce una organizzazione fibrotica. Nelle ultime fasi la retina si porta dietro al cristallino, dal quale è separata da un tessuto fibrovascolare: questi fenomeni sono responsabili del colore bianco della pupilla (leucocoria). Questa fase terminale è stata in passato denominata fibroplasia retrolentale, associata a cataratta complicata e glaucoma secondario. In altri casi la fase cicatriziale è meno devastante, limitata alla comparsa di bande fibrose nella periferia temporale, che tuttavia possono stirare la retina e la papilla verso la loro sede.

Terapia
Il trattamento della fase attiva è ancora oggetto di studi clinici, soprattutto nelle fasi precedenti il distacco di retina, in ragione dell’alto numero di risoluzioni spontanee. Nello stadio 3 il criotrattamento dall’esterno mediante applicazione sulla sclera di una sonda fredda (criosonda) in corrispondenza della retina avascolare sembra utile al fine di ottenere la cicatrizzazione alcuni operatori ottengono risultati simili con la fotocoagulazione laser ad argon, ma in questo caso la tecnica presenta delle difficoltà di esecuzione. Il distacco di retina viene trattato chirurgicamente con le tecniche tradizionali di piombaggio episclerale o con la vitrectomia in rapporto alle caratteristiche del caso. A volte è possibile riappianare la retina anche in caso di fibroplasia retrolentale attraverso complessi interventi di chirurgia vitreoretinica, ma in questi casi il risultato funzionale è limitato alla percezione della luce.

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RETINOPATIA DIABETICA

La retinopatia diabetica è una delle complicanze croniche del diabete mellito, e da alcuni decenni è diventata la prima causa di cecità nella fascia di età compresa tra i 20 e i 65 anni. La durata del diabete e la qualità del suo compenso metabolico rappresentano i principali fattori di rischio per l’insorgenza della r. diabetica. Se il diabete è insorto prima dei 30 anni di età (come avviene generalmente nel diabete insulino-dipendente o di tipo 1), a 5 anni dalla diagnosi sono presenti lesioni retiniche nel 17% dei casi, mentre dopo 15 anni sono presenti in oltre il 95% dei casi. Quando invece il diabete è comparso dopo i 30 anni (in pratica nelle forme non insulino-dipendenti o di tipo 2), le percentuali sono rispettivamente del 29 e del 78%. I casi più gravi di r. diabetica si manifestano soprattutto dopo 10 anni dalla diagnosi dopo 20 anni circa la metà dei pazienti presenta forme evolute della malattia retinica. È stato ipotizzato che i pazienti che non abbiano sviluppato complicanze retiniche entro 20-25 anni dalla diagnosi di diabete appartengano a una sottopopolazione protetta geneticamente. Nonostante la grande quantità di ricerche condotte, non esistono ancora dati conclusivi sulla patogenesi della r. diabetica, che viene comunque inquadrata tra le complicanze microangiopatiche del diabete.

Quadro clinico
Quale che sia la patogenesi della microangiopatia diabetica a livello retinico, la sua evoluzione avviene attraverso gli usuali meccanismi dell’edema e dell’ischemia. Le prime lesioni clinicamente rilevabili con l’esame oftalmoscopico del fondo oculare sono i microaneurismi (dilatazioni dei vasi), la cui comparsa anche in poche unità testimonia l’esordio della complicanza. La successiva evoluzione può richiedere anche molti anni, durante i quali le lesioni sono dapprima confinate nello spessore retinico, ma successivamente interessano anche la camera vitrea. Su questa evidenza si fonda la tradizionale classificazione della r. diabetica in forma non proliferante o background e in forma proliferante. L’esame maggiormente informativo sull’evoluzione della r. diabetica è la fluorangiografia retinica, perché documenta le sedi di essudazione dai vasi, la localizzazione delle zone edematose, la presenza ed estensione delle aree ischemiche, l’esistenza di anomalie microcircolatorie intraretiniche e di neovascolarizzazioni. In rapporto al tipo prevalente di danno del microcircolo, la r. diabetica può anche essere classificata in forma edematosa e forma ischemica la r. proliferante costituisce l’evoluzione di quest’ultima.Nella r. diabetica non proliferante di tipo edematoso la maggior parte delle lesioni è concentrata al polo posteriore: microaneurismi, emorragie intraretiniche, essudati duri ed edema maculare. È principalmente quest’ultimo, quando coinvolge la fovea, a causare una riduzione dell’acutezza visiva, soprattutto nei diabetici non insulino-dipendenti. In questi casi si parla di maculopatia diabetica edematosa, che può essere di tipo focale o diffuso. La prima, meno grave, è dovuta all’essudazione localizzata da microaneurismi e capillari dilatati, in vicinanza dei quali si trovano chiazze o corone di essudati duri. Nella forma diffusa, l’essudazione è generalizzata a tutti i capillari della regione maculare nei casi più gravi la cronicità dell’edema provoca un danno tessutale permanente per la formazione di spazi intraretinici microcistici in sede foveale (edema maculare cistoide).Un particolare sottogruppo delle forme non proliferanti è costituito dai casi nei quali sono presenti all’esame fluorangiografico estesi territori ischemici nella media periferia retinica, spesso associati a grappoli di microaneurismi. Questi casi sono definiti come r. diabetica preproliferante a causa del rischio elevato di sviluppare neovascolarizzazioni. Un segno oftalmoscopico caratteristico di questa forma è la comparsa di essudati cotonosi.La r. diabetica proliferante è caratterizzata dalla comparsa di nuovi vasi ai margini delle aree ischemiche maggiori (neovasi retinici) e della papilla ottica (neovasi papillari), probabilmente stimolata da un fattore vasoproliferativo locale liberato dalla retina in risposta all’ischemia. La r. proliferante è l’evoluzione più temuta della r. diabetica e, tra i 10 e i 20 anni dalla diagnosi, interessa circa un quinto dei diabetici, soprattutto di tipo insulino-dipendente. I neovasi crescono sulla superficie retinica e sulla ialoide accompagnati da una trama connettivale che inizialmente è esile e trasparente, ma in seguito diviene opaca e fibrosa. La loro parete è fragile per cui facilmente, anche in modo spontaneo, possono verificarsi emorragie. Se non associata a maculopatia, la r. diabetica proliferante non dà sintomi fino alla prima emorragia. Il sangue può raccogliersi nello spazio tra retina e ialoide (emorragia preretinica o retroialoidea), oppure infarcire direttamente il gel del corpo vitreo (emovitreo) il riassorbimento del sangue richiede qualche mese. Un ruolo importante nell’ulteriore progressione della r. proliferante è svolto dal corpo vitreo, perché le proliferazioni fibrovascolari aderiscono sia alla retina sia alla ialoide.
Il sangue delle emorragie scolla queste due strutture, ma i ponti costituiti dalle proliferazioni fibrovascolari rendono incompleto il distacco del corpo vitreo. La sua progressione, associata alla trasformazione fibrotica delle membrane proliferanti, è causa di trazioni sulla retina, che con il tempo si stacca (distacco trazionale di retina). La r. diabetica proliferante è detta in fase florida, quando c’è attivo sviluppo di neovasi con emorragie recidivanti in fase fibrogliale, quando predominano i fenomeni cicatriziali con il distacco trazionale. La storia naturale della r. diabetica può anche concludersi con il glaucoma neovascolare, quando l’estensione dell’ischemia è tale che compaiono neovasi anche sulla superficie dell’iride e nell’angolo irido-corneale.

Terapia
Il trattamento dipende dallo stadio evolutivo. Non esiste attualmente un trattamento medico sicuramente efficace al di là di un buon controllo metabolico della malattia diabetica. I progressi maggiori sono stati ottenuti con la fotocoagulazione laser e con la chirurgia vitreoretinica, la cui efficacia è stata dimostrata attraverso studi clinici controllati. Per quanto riguarda la fotocoagulazione laser, l’uso del laser ad argon nel trattamento della r. diabetica si è diffuso a partire dalla metà degli settanta, ma è stato necessario almeno un decennio per stabilire le modalità ottimali di trattamento e le indicazioni. Attualmente è possibile intervenire sulla maculopatia diabetica edematosa, sulle forme preproliferanti più gravi e sulla r. proliferante in fase florida. Nella maculopatia edematosa il trattamento è diverso a seconda che l’edema sia focale o diffuso: nel primo caso si fotocoagulano direttamente le sedi di essudazione evidenziate con la fluorangiografia, nel secondo si esegue un trattamento a griglia su tutta la regione maculare, con esclusione della sola fovea. In entrambi i casi si ottiene una evidente regressione dell’edema e il riassorbimento degli essudati duri, ma l’eventuale riduzione visiva non sempre viene recuperata. Una estesa fotocoagulazione della periferia retinica consente, in un’elevata percentuale di casi, la regressione delle neovascolarizzazioni nella r. diabetica proliferante. Questo trattamento, denominato fotocoagulazione panretinica, viene eseguito in alcune sedute e consiste nell’applicazione sulla retina di 1500-2000 impatti laser di 0.5 millimetri di diametro, distanziati l’uno dall’altro di uno spazio corrispondente al loro diametro. La fotocoagulazione panretinica può provocare un aumento, in genere modesto, dell’eventuale edema maculare associato, ma è efficace nella maggior parte dei casi a stabilizzare la malattia ottenendo entro 2 mesi la regressione parziale o totale dei vasi neoformati. A distanza di due mesi dalla fotocoagulazione, è opportuno un controllo fluorangiografico per valutare la risposta al trattamento e decidere se è necessario completarlo o ripeterlo. Per quanto riguarda la chirurgia vitreoretinica, la possibilità di operare l’occhio dall’interno è divenuta concreta dagli anni ‘80, quando la tecnologia ha reso disponibili affidabili sistemi di taglio e rimozione del vitreo. La vitrectomia è indicata sia in caso di emovitreo persistente, per poter rimuovere il sangue e procedere alla fotocoagulazione panretinica, sia di distacco di retina trazionale. Questo è il caso più complesso, perché bisogna liberare la retina dalle trazioni che la sollevano sezionando e asportando, oltre al vitreo, anche le membrane fibrovascolari.

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RETINOPATIA TRAUMATICA

I traumi oculari possono essere:

- perforanti, se l’agente causale (per esempio, una piccola scheggia di vetro o di metallo) è penetrato nel bulbo

- contusivi, quando l’agente causale si è limitato a deformare temporaneamente l’occhio, senza determinare lesioni della superficie.

I traumi perforanti provocano non di rado effetti devastanti sul bulbo, con quadri complessi di cataratta traumatica e distacco di retina, oltre al rischio di infezioni molto gravi. Il trattamento d’urgenza prevede la rimozione del corpo estraneo, se affiorante l’asportazione dell’eventuale cataratta traumatica da perforazione del cristallino una prima ricostruzione delle strutture lesionate e la sutura della ferita. Successivamente si procederà, in rapporto al caso, al trapianto di cornea (se opacata), all’impianto di cristallino artificiale (se è stata estratta una cataratta traumatica), alla chirurgia vitreo-retinica (se il corpo estraneo è ancora in camera vitrea o se è presente distacco di retina). L’insieme di queste procedure costituisce un complicato iter chirurgico che può consentire di salvare anatomicamente e funzionalmente occhi che in passato dovevano spesso essere enueleati (asportati). I traumi contusivi (non perforanti), sono seguiti nelle prime 24 ore da un edema retinico esteso all’equatore del fondo dell’occhio o ad altre zone, tra cui la macula. Questa condizione, denominata commotio retinae di Bertin, si manifesta con chiazze biancastre associate a emorragie quando è coinvolto il polo posteriore, c’è una grave riduzione visiva. Entro 1-2 settimane il quadro regredisce con recupero funzionale, ma le forme maculari possono condurre successivamente alla formazione di un foro lamellare e successivamente di un vero foro maculare.La r. traumatica di Purtscher è, invece, una complicanza oculare di gravi traumi contusivi del capo o toraco-addominali. La causa non è ben chiarita. Al fondo dell’occhio compaiono emorragie ed essudati che, in rapporto al coinvolgimento della macula, possono provocare una riduzione visiva. Nel giro di qualche mese, emorragie ed essudati vengono riassorbiti, ma frequentemente permane una perdita di acutezza visiva. Tra le retinopatie traumatiche può essere inserito anche il fototraumatismo maculare che colpisce chi osservi direttamente il sole (come Galileo dopo l’invenzione del telescopio, ma anche chi osservi le eclissi di sole senza protezione, oppure fissi il sole per credenze religiose). Dopo l’osservazione, compare uno scotoma (area di non visione) centrale di minima ampiezza, dovuto all’edema della fovea come effetto del riscaldamento (non si dimentichi che il sistema diottrico oculare è centrato proprio sulla fovea). Nei casi meno gravi la sintomatologia regredisce nelle settimane successive, durante le quali si somministrano antinfiammatori cortisonici. La r. da raggi, conseguente all’irradiazione terapeutica o accidentale dell’occhio, è una r. edematoso-essudativa che presenta analogie di aspetto con la r. diabetica background evolve verso l’atrofia dell’epitelio pigmentato e l’atrofia ottica da lesione del nervo ottico.

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RETINOPATIA VASCOLARE

Molte malattie della retina sono la diretta conseguenza di stati patologici dei vasi retinici in relazione sia a cause generali (diabete, arteriosclerosi, ipertensione ecc.) sia locali (malformazioni ecc.). Le modalità con cui un’alterazione dei vasi retinici, di qualunque origine, provoca una r., ovvero la sofferenza delle cellule nervose retiniche, sono principalmente due: l’essudazione e l’ischemia. L’essudazione è dovuta all’aumento della permeabilità delle pareti dei vasi, soprattutto dei capillari, per cui si stabilisce un passaggio di liquido e proteine plasmatiche verso il tessuto retinico. L’occlusione progressiva del lume vascolare a livello del microcircolo, cioè dei capillari e dei vasi minori, comporta la riduzione dell’apporto di sangue alla retina (ischemia). In queste forme l’esame del fondo dell’occhio rivela la presenza di segni caratteristici quali:

- alterazioni del calibro vasale, soprattutto restringimenti arteriosi diffusi o segmentari e dilatazione venosa

- alterazioni del decorso vasale, come un percorso rettilineo di arterie e arteriole o una tortuosità venosa

- opacizzazione delle pareti vasali, per fenomeni degenerativi che conferiscono al vaso un colorito bianco-giallastro, il quale maschera ai lati o del tutto la colonna ematica

- incroci arterovenosi patologici, nei quali un’arteria sclerotica deforma o schiaccia la vena nel loro punto di intersezione

- microaneurismi, dilatazioni capillari puntiformi di colore rosso porpora e diametro massimo di 0,1 millimetri, isolati o riuniti in grappoli

- edema retinico extracellulare, raccolta di liquido di essudazione soprattutto nello strato plessiforme esterno, inizialmente localizzato alle sedi di essudazione, ma in seguito diffuso alle zone vicine

- essudati duri, raccolte giallastre, a margini definiti, di lipidi e altre sostanze di provenienza ematica localizzati nelle zone di essudazione ed edema

- essudati cotonosi o molli, chiazzette biancastre di aspetto sfumato espressione di microinfarti nelle fibre ottiche per occlusione di un’arteriola precapillare

- edema retinico ischemico, di aspetto lattescente e pallido, espressione di un infarto retinico maggiore

- emorragie preretiniche, con presenza di un livello superiore, intraretiniche, sia superficiali e striate sia profonde e puntiformi, e sottoretiniche, di colore scuro

- vasi neoformati, elementi vascolari sviluppatisi come risposta a processi ischemici, senza utilità per gli scambi emato-retinici, ma con elevato rischio emorragico.

Un esame fondamentale nell’inquadramento clinico delle più gravi retinopatie vascolari è la fluorangiografia retinica. Con questa indagine è possibile localizzare con precisione le sedi di essudazione all’origine, sia dell’edema, sia degli essudati duri ad esso associati, e l’estensione delle aree ischemiche, fornendo le informazioni necessarie per condurre, quando indicato, il trattamento fotocoagulativo laser. La sintomatologia visiva nelle retinopatie vascolari dipende in gran parte dal tipo di interessamento della regione maculare: un modesto edema è compatibile inizialmente con una discreta acuità visiva, mentre le lesioni ischemiche della fovea determinano danni molto gravi e irreversibili.

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RETINOSCOPIA

Esame diagnostico utilizzato in oftalmologia e consistente nella osservazione della retina. Le varie tecniche retinoscopiche possono essere suddivise in due gruppi: la r. statica (in cui il soggetto esaminato mantiene la fissazione su un bersaglio a lunga distanza, cercando così di mantenere l’accomodazione il più rilassata possibile) e la r. dinamica (nella quale il bersaglio diventa prossimale allo scopo di stimolare l’accomodazione per discriminarla).

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RETRODEVIAZIONE

Anomalia di posizione di un organo, che risulta deviato all’indietro. Il termine è usato soprattutto con riferimento all’utero.

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RETRODEVIAZIONE UTERINA

Retroflessione del corpo dell’utero rispetto al collo e retroversione associata dell’organo rispetto alla vagina. Normalmente l’utero si trova in lieve antiversoflessione e in tale posizione è mantenuto dai legamenti, dai muscoli del pavimento pelvico e dalle connessioni con la vagina in condizioni normali, l’angolo di versione, formato dall’asse longitudinale dell’utero con l’asse della vagina, è aperto in avanti e misura 90° ca. l’angolo di flessione, formato dal corpo uterino con il collo, è anche esso aperto in avanti e misura 120° ca. Nella r. uterina, al contrario, l’asse longitudinale dell’utero si continua con quello della vagina o forma con esso un angolo aperto indietro (retroversione) inoltre il corpo dell’utero forma con il collo un angolo aperto posteriormente (retroflessione). La frequenza di r. è del 10-15%, specie fra le donne che hanno partorito. Raramente è congenita per lo più si tratta di forme acquisite per l’intervento di molteplici fattori, quali la costituzione astenica, la lassità dei legamenti e dei muscoli che talora residua dopo una gravidanza. In queste condizioni ogni aumento della pressione addominale può spostare l’utero dalla sua posizione normale. Anche i processi infiammatori e le formazioni tumorali che si sviluppano nella pelvi possono respingere o attrarre l’utero in r. La r. viene anche distinta in fissa e mobile: fissa quando, a seguito di aderenze, l’anomalia di posizione non puo’ essere corretta con le manovre bimanuali eseguibili durante una esplorazione vaginale mobile quando tali manovre riportano l’utero in asse.

Sintomi
I disturbi legati alla r. uterina sono in gran parte dovuti alla stasi circolatoria che si determina nella pelvi per l’angolatura dei plessi venosi utero-ovarici: si tratta di dolori alla regione sacrococcigea e sacrolombare, disturbi del ciclo mestruale, sterilità o infertilità, leucorrea, disturbi neurovegetativi extragenitali.

Diagnosi
Molto importante è l’esame ginecologico tramite il quale si può valutare la porzione vaginale del collo uterino che risulta spostata in avanti ed in alto e l’orificio uterino esterno rivolto verso la parete vaginale anteriore ed il pube il corpo dell’utero che viene invece avvertito, attraverso il fornice posteriore, rivolto verso la concavità sacrale. La diagnosi differenziale deve soprattutto accertare che la formazione percepita sia effettivamente il corpo uterino e non tumore uterino, una cisti ovarica o una neo-formazione a carico della tuba ci si basa sulla consistenza, sulla mobilità, sulla possibilità di trasmettere ad essa i movimenti impressi sul collo dell’utero. L’ecotomografia può confermare l’anomala posizione dell’utero oppure la presenza di una neoformazione, che sposta l’utero in avanti ed in alto. Se la retroversoflessione si associa con sintomatologia molto dolorosa e/o alla visita ginecologica si provoca dolore premendo sulla cervice o spostando l’utero, di solito viene consigliato di eseguire una laparoscopia, per escludere l’endometriosi o altre patologie.

Terapia
La terapia si avvale essenzialmente di mezzi medici: antiflogistici se occorre attenuare le conseguenze di stati aderenziali analgesici durante la mestruazione. Nei casi con sintomatologia irriducibile si ricorre a un intervento chirurgico inteso a fissare l’utero nella sua posizione normale.Comunque l’intervento di isteropessi, al fine di portare l’utero in posizione fisiologica, si giustifica soprattutto se alla r. si associano altre manifestazioni patologiche che possono giovarsi dell’atto chirurgico: cisti ovariche, fibromi, alterazioni mestruali, grave dolore durante il coito, sterilità, ripetuti aborti non è invece indicato nelle retroversoflessioni congenite, in quanto in questi casi è la struttura stessa dell’utero a formare un angolo aperto posteriormente, angolo che non è quindi modificabile dall’azione dei legamenti (gli interventi difatti correggono l’anomalia accorciando i legamenti rotondi con varie modalità).

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RETROFLESSIONE UTERINA

Anomalia di posizione nella quale l’utero presenta l’angolo normalmente esistente tra corpo e collo, anziché aperto, come di regola, anteriormente, aperto posteriormente verso la concavità dell’osso sacro. Raramente si presenta come anomalia isolata per cui l’utero rimane in normali rapporti con la vagina e con gli altri organi del bacino per lo più si associa a un certo grado di retroversione. In genere retroversione e r. sono associate, per cui si parla di retroversoflessione dell’utero: per lo più l’utero va incontro prima ad una retroversione per una eccessiva lassità dei legamenti rotondi e successivamente, per l’aumento della pressione endoaddominale che agisce sulla sua parete anteriore, si determina una r. in seguito si può anche associare, se ci sono le condizioni predisponenti, una discesa dell’utero, potendo arrivare sino al prolasso uterino.La r. dell’utero può essere corretta mediante intervento chirurgico (isteropessia).

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RETROGNATISMO

Malformazione delle ossa mascellari in cui una delle due mascelle si presenta retratta rispetto all’altra (r. inferiore o r. superiore). Il r. può essere dovuto ad un’atrofia con retrazione oppure ad una iper-trofia con proiezione in avanti della mascella.

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RETROPERITONEO

Insieme delle strutture comprese tra il peritoneo parietale posteriore e la parete posteriore della cavità addominale. Tale spazio è occupato da abbondante tessuto connettivo adiposo, entro il quale sono disposti i surreni, i reni e le loro vie escretrici, l’aorta, le arterie iliache comuni e le arterie iliache esterne, le vene iliache e la vena cava inferiore, i linfonodi iliaci e lomboaortici, i vasi linfatici tributari della cisterna del Pecquet, la porzione lombare del tronco del simpatico, il plesso nervoso solare o plesso celiaco.

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RETROPNEUMOPERITONEO

Tecnica di indagine diagnostica radiologica che consiste nello studio degli organi retroperitoneali, dopo introduzione di aria nello spazio retroperitoneale per accentuare il contrasto tra le diverse formazioni anatomiche. È l’unico tipo di esame radiologico che permette di visualizzare i surreni e quindi di studiarne i diversi processi morbosi, ma è ormai caduta in disuso, soppiantata dalla TAC e dall’ecografia.

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RETTO INTESTINO

Porzione terminale dell’intestino crasso, compresa tra il sigma e l’ano ha una lunghezza complessiva di 14 cm ca. e una struttura simile a quella del colon.

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RETTO MUSCOLO

Denominazione di diversi muscoli striati scheletrici, quali i muscoli retti del bulbo oculare, il muscolo r. femorale, il muscolo r. posteriore della nuca. Il muscolo r. dell’addome è un muscolo della parete addominale anteriore, posto a lato della linea mediana, esteso dal margine inferiore delle cartilagini costali al pube. La sua contrazione fa flettere il torace sul bacino e comprime i visceri addominali, azione questa che si manifesta nella minzione, nella defecazione, nel vomito, durante il travaglio del parto.

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RETTOCELE

Condizione patologica caratterizzata da una estroflessione della parete anteriore dell’intestino retto, che prolassa entro la vagina.

Cause
Il r. dovuto al cedimento del setto rettovaginale, spesso come conseguenza di lacerazioni ostetriche del perineo o in seguito a quelle condizioni patologiche croniche che determinano un aumento della pressione intraddominale come le broncopneumopatie e la stitichezza.

Sintomi
Può insorgere con una sensazione di peso riferita dalla paziente soprattutto dopo una prolungata stazione eretta o dopo sforzi con il passare del tempo la paziente lamenta la comparsa di una tumefazione che sporge dall’apertura vulvare, ricoperta da mucosa vaginale si fa più evidente con la tosse o con lo sforzo della defecazione.

Diagnosi
L’ispezione permette di confermare la diagnosi presuntiva e di quantificare il danno. La defecografia permette di dimostrare il difetto della parete.

Terapia
La terapia richiede un intervento di chirurgia plastica per ristabilire i corretti rapporti anatomici fra le diverse formazioni.

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RETTOCOLITE

Processo infiammatorio acuto o cronico che interessa l’intestino retto e/o crasso.

Cause
Il contemporaneo interessamento del colon e del retto si osserva in numerose malattie intestinali: dissenteria amebica, shigellosi, colite ulcerosa, varie forme di enterocolite acuta o cronica aspecifica.

Sintomi
Il coinvolgimento dell’intestino retto si manifesta in genere con tenesmo, dolori, alterazioni nel ritmo dell’evacuazione, diarrea ematica.

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RETTOCOLITE ULCEROSA

vedi COLITE ULCEROSA

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RETTOSCOPIA

(O proctoscopia), tecnica di indagine diagnostica che consiste nell’esame dell’intestino retto ed eventualmente anche del sigma (rettosigmoidoscopia) per mezzo di un apposito strumento detto rettoscopio, introdotto attraverso l’ano. La r. riveste una importanza di primo piano nella diagnostica di diverse affezioni rettosigmoidee, particolarmente di ulcere, polipi, tumori, proctiti, rettosigmoiditi. Oggi la r. viene generalmente compresa nella più completa colonscopia, che consente l’esplorazione di tutto il colon mediante un endoscopio flessibile a fibre ottiche.

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RETTOSCOPIO

Strumento costituito essenzialmente da un tubo rigido o flessibile nel quale è contenuto un sistema ottico che consente di illuminare l’interno dell’intestino e contemporaneamente di effettuarne l’osservazione. Nel r. è inoltre possibile inserire appositi strumenti che consentono di effettuare biopsie della mucosa o di eventuali formazioni patologiche, e anche di realizzare piccoli interventi chirurgici quali l’asportazione di polipi.

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REUMATISMO

Termine generico con il quale si indicano diverse condizioni morbose che hanno caratteristiche comuni nella sintomatologia e nel decorso. Il carattere principale è costituito da sintomi dolorosi, localizzati soprattutto alle articolazioni o a strutture pararticolari (borse tendinee, tendini), con carattere vagante. Nel concetto di malattia reumatica si riassumono quadri clinici di malattie isolati o diffusi riguardanti l’apparato locomotore, tronco e arti. In realtà, sono affezioni provocate da cause completamente diverse (infettive, degenerative, metaboliche), che hanno in comune solo il fatto di interessare le articolazioni del tronco o delle estremità e di manifestarsi soggettivamente con malessere, difficoltà di movimento, dolori, con o senza compromissione delle condizioni generali. Mentre le forme degenerative sono legate all’usura delle articolazioni che aumenta con il passare degli anni, le forme infiammatorie (come l’artrite reumatoide) sono, invece, caratteristiche dell’età giovanile. Una classificazione delle artropatie è difficile sia dal punto di vista eziologico (cioè della causa che le provoca) che anatomo-patologico. Una delle più semplici e pratiche è quella di De Seze, che distingue le artropatie in vari gruppi:1. Artropatie infiammatorie (reumatiche) - reumatismo articolare acuto- artrite reumatoide- spondilite anchilosante- artrite psoriasica 2. Artropatie infettive- tubercolari- da germi piogeni (stafilococchi ecc.)- da brucelle- da gonococchi 3. Artropatie degenerative- artrosi 4. Artropatie dismetaboliche- gotta- ocronosi- alcaptonuria 5. Artropatie neurogene- tabe- siringomielia- Charcot-Marie6. Reumopatie para-articolari- sindromi canalicolari- tendiniti di inserzione- tenosinoviti- miositi- algodistrofia

Terapia
Queste affezioni sono tutte sensibili alla terapia antinfiammatoria.

L’umidità, il freddo e soprattutto gli sbalzi di pressione atmosferica possono peggiorare i dolori reumatici per via dell’aumento della produzione di citochine a livello articolare e del conseguente accentuarsi dell’infiammazione. L’umidità può anche provocare l’aumento del volume delle fibre elastiche che compongono l’articolazione e l’accumulo di liquido sinoviale, causando il gonfiore e l’aggravamento del dolore in corrispondenza delle sedi colpite. Per questo può esser d’aiuto il controllo del clima domestico e talvolta anche la crenoterapia. Ma è importante rimarcare come i fattori atmosferici non abbiano alcuna influenza sulle persone che non soffrono già di malattie di tipo reumatico. E nemmeno sono in grado di scatenare ex novo queste condizioni negli individui sani.

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REUMATISMO POLIARTICOLARE ACUTO

vedi FEBBRE REUMATICA

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REUMATOLOGIA

Branca della medicina che studia le malattie reumatiche in questo termine vengono comprese numerose affezioni, di diversa natura, con interessamento prevalente dei tessuti connettivi e dell’apparato locomotore, in particolare le articolazioni, e con sintomi clinici essenzialmente caratterizzati da dolore e rigidità.

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RH, fattore

Tipo di antigene che può essere presente sulla superficie dei globuli rossi. Gli antigeni genericamente denominati Rh sono circa 30 quello più importante è quello denominato come antigene D, la sua presenza o assenza distingue il sangue in Rh-positivo o Rh-negativo. La sua presenza è un carattere genetico, che viene trasmesso secondo le leggi dell’ereditarietà.I fattori Rh furono scoperti nel 1940 da Landsteiner e Wiener dopo aver inoculato in alcune cavie e conigli campioni di sangue della scimmia Macacus Rhesus.Essi dimostrarono che il siero dei conigli e delle cavie così immunizzati era in grado di agglutinare l’85% di tutti i gruppi umani.I due ricercatori chiamarono il fattore agglutinogeno presente sui globuli rossi umani Rh, dall’abbreviazione del nome della scimmia.L’incompatibilità del fattore Rh tra madre e figlio è alla base della cosiddetta isoimmunizzazione Rh.Una donna con un gruppo Rh-negativo, che partorisce un figlio che presenta invece un fattore Rh-positivo può sviluppare in una successiva gravidanza una reazione immunitaria contro il feto che può portare fino alla sua morte in utero.Oggi grazie alla terapia profilattica con immunoglobuline somministrate a queste madri nei giorni successivi al parto si è drasticamente ridotta l’incidenza di questa grave malattia.

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RHABDOVIRUS

Gruppo di virus a RNA appartenenti alla famiglia Rhabdoviridae, provvisti di involucro, a simmetria elicoidale, delle dimensioni di 50-95 per 130-380 nm.La famiglia Rhabdoviridae è costituita da virus altamente infettanti, agenti di malattie degli animali e delle piante, generalmente trasmessi da artropodi.A questo gruppo appartengono anche virus patogeni per l’uomo (virus della rabbia).

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RHINOVIRUS

Gruppo di virus a RNA appartenenti alla famiglia Picornaviridae: sono privi di involucro, a simmetria icosaedrica, resistenti all’etere, con dimensioni di 20-30 nm. Si localizzano alle mucose delle prime vie aeree dove trovano una temperatura ottimale di 33°C, e sono la causa più frequente del raffreddore comune. Se ne conoscono all’incirca 90 tipi, con proprietà antigeniche diverse, il che rende ragione della facilità con cui il raffreddore può recidivare.

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RI - RZ
RIABILITAZIONE

Complesso di provvedimenti che hanno lo scopo di mettere nelle migliori condizioni di funzionalità e di autonomia un soggetto in precedenza reso inabile da una qualsiasi circostanza patologica. La r. si può scomporre in tre fasi teoricamente susseguenti nel tempo, ma praticamente contemporanee: la rieducazione, la riqualificazione, il reinserimento.RieducazioneIl trattamento è diverso a seconda dei diversi tipi di minorazione (fisica, psichica, sensoriale) ed è differenziato con riferimento alla causa che ha dato origine alla minorazione e a seconda del diverso tipo di essa. Sono per lo più le tecniche mediche, chirurgiche e di rieducazione funzionale che vengono usate per ottenere il massimo recupero degli organi compromessi e per ottenere che altri organi (sussidiari) possano svolgere le funzioni dei primi, sostituendosi ad essi. I trattamenti sono pure molto diversi a seconda dell’età in cui sono intervenute le minorazioni.Fra i servizi che attuano la rieducazione vale la pena ricordare quelli di fisioterapia. Ma spesso le attrezzature per le terapie (piscine, vasche, stimolatori elettrici) sono costose ed è difficile poter disporre di numeroso personale preparato per svolgere l’assistenza terapeutica necessaria.Esaurite le possibilità di recupero offerte dalla rieducazione, se ancora necessario, si farà uso di protesi che sostituiscano l’organo o la funzione mancante.RiqualificazioneÈ la fase successiva nella quale si tende a sviluppare nel minorato le capacità fisiche, intellettuali e sensoriali necessarie per svolgere un lavoro. Anche qui diverse sono le metodiche di educazione e di apprendimento per le diverse forme di minorazione. Si può andare da un semplice trattamento educativo (subnormali gravi) ad una istruzione approfondita (minorati con buone facoltà intellettive) attraverso una graduatoria infinita di varie possibilità. Ecco perciò che, mentre nella fase di rieducazione una separazione fra minorati e non minorati è necessaria, nella successiva fase di riqualificazione essa può non esserlo ed anzi per molti soggetti minorati può essere più producente, in vista del successivo reinserimento, iniziarlo già in questa fase educativa si ottiene così non solo la preparazione dei minorati ma anche la sensibilizzazione dei non minorati ai problemi dei primi. Anche in questa fase un’importanza di notevole rilievo potranno assumere le protesi e gli ausili per lo studio (lettura e scrittura) e per il lavoro (macchine con particolari adattamenti).ReinserimentoLo scopo della r. è il reinserimento nella società. Questo può avvenire solo se i minorati sono efficacemente preparati per il mondo come esso è, e se le persone non minorate riescono a vincere quel senso di timore nell’affrontare individui che appaiono diversi, ma che di fatto hanno tutte le problematiche delle persone non minorate cui si aggiunge il problema specifico derivante dalla minorazione. Una società aperta ai minorati deve provvedere agli alloggi a loro idonei, ai servizi di trasporto adatti dall’alloggio al posto di lavoro e viceversa, ai servizi idonei per il tempo libero.Le soluzioni prospettate per risolvere i problemi dell’accessibilità ai minorati fisici, ossia per eliminare le cosiddette barriere architettoniche, sono molte e valgono sia per gli edifici pubblici e privati, di abitazione o di lavoro e per il tempo libero, sia per i mezzi di trasporto (per es. le rampe abbinate ai gradini o gli ascensori sufficientemente ampi e le automobili opportunamente adattate).Le soluzioni da un punto di vista sociale sono ancora più numerose e differenziate, andando dall’adozione alla costituzione di piccole unità familiari in cui minorati e non minorati convivono contribuendo tutti all’andamento e alla gestione, all’organizzazione di pensionati o istituti aperti da cui il minorato giornalmente possa uscire per recarsi ad accudire alla propria occupazione ed in cui possa trovare le attrezzature architettoniche, assistenziali e sociali di cui necessita.

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RIANIMAZIONE

Complesso di tecniche che vengono attuate allo scopo di riportare alla norma le funzioni vitali fortemente depresse o temporaneamente sospese. I metodi della r. vengono applicati d’urgenza in casi di insufficienza respiratoria, cardiocircolatoria, renale, di coma, di intensi squilibri biochimici del ricambio. L’attrezzatura indispensabile dei centri di r., esistenti nei principali ospedali, comprende sistemi elettronici di monitoraggio per il controllo continuo delle funzioni vitali, respiratori automatici, stimolatori e defibrillatori per il cuore.Uno dei metodi di r. più efficaci resta il massaggio cardiaco, mediante il quale si comprime il cuore ritmicamente esso può essere effettuato direttamente, a torace aperto, o indirettamente, a torace chiuso, sulla parte inferiore dello sterno e deve essere associato alla respirazione artificiale. Il massaggio cardiaco esterno va intrapreso con tempestività, affinché venga ancora pompato sangue al cervello e a tutti gli altri organi vitali. Contemporaneamente si inizia la respirazione artificiale con aria espirata (cioè la respirazione bocca a bocca) o, se invece ci si trova in un ambiente attrezzato, la ventilazione manuale con ossigeno puro, previa intubazione endotracheale. In casi disperati, qualora il massaggio cardiaco esterno non risultasse sufficiente al mantenimento di una gettata cardiaca abbastanza valida, si può rendere necessaria l’apertura del torace e l’effettuazione del massaggio cardiaco interno. Il farmaco di elezione per l’arresto cardiaco è l’adrenalina, che preferibilmente va iniettata direttamente nel cuore. Se il quadro elettrocardiografico è quello della fibrillazione ventricolare, bisogna effettuare la defibrillazione elettrica. Lo stato di acidosi metabolica, che inevitabilmente si instaura durante l’arresto cardiaco e in seguito al massaggio, deve essere chiaramente neutralizzato mediante l’impiego di bicarbonato di sodio o di altre sostanze alcalinizzanti. Le manovre rianimatorie dovrebbero essere continuate per almeno un’ora se oltre questo limite di tempo il cuore non riprende a battere, ben poche sono le speranze di un ricupero, anche se si sono avuti casi sporadici di risultati favorevoli dopo diverse ore di trattamento.

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RIBOFLAVINA

(O vitamina B2), sostanza indispensabile a tutte le cellule dell’organismo, in quanto è uno dei costituenti fondamentali delle flavoproteine, molecole che fanno parte di numerosi sistemi enzimatici che intervengono nel metabolismo intermedio e nei processi ossido-riduttivi cellulari.La r. fu isolata per la prima volta nel 1927 ad opera di Paul Gyorgy, che osservò che il latte presenta elevate concentrazioni di tale sostanza (denominata all’inizio lattoflavina). Successivamente si scoprì che la r. legava una molecola di ribitolo, ed il nome della vitamina venne cambiato in r. Nel 1935 R. Kuhn sintetizzò tale sostanza. Dal punto di vista biochimico la r. è un composto eterociclico (una molecola di isoallosazina con una catena laterale di ribitolo), di colore giallo poco solubile in acqua, stabile al calore (la cottura determina l’inattivazione di solo il 10-20% del quantitativo totale) e fluorescente qualora sottoposto a luce ultravioletta. Se colpito dalla luce, si determina una reazione di fotolisi che produce il distacco del radicale ribitolo, determinando la perdita dell’azione vitaminica (ad esempio il latte perde gran parte della vitamina B2 se esposto al sole).Le sue fonti alimentari sono: latte e derivati, lievito, verdure fresche (spinaci, asparagi, broccoli e cavoli), albume d’uovo, fegato. Una piccola parte è sintetizzata autonomamente dalla flora batterica intestinale.La carenza di r. determina sintomi principalmente a livello cutaneo-mucoso che scompaiono non appena le carenze vengono reintegrate (secchezza, erosione agli angoli della bocca, lesione alla lingua, perdita di capelli, calo di peso, tremori, vertigini, stanchezza).Un aspetto interessante della r. è il suo ruolo protettivo, insieme all’enzima glutatione reduttasi, nei confronti dei radicali liberi, infatti ha azione antiossidante, che cattura e distrugge le cellule anormali nel corpo, come quelle che causano il cancro.La dose giornaliera raccomandata è per l’uomo di 1,5 mg dagli 11 ai 14 anni, 1,8 mg dai 15 ai 18 anni, 1,7 mg dai 19 ai 50 anni e 1,4 mg dopo i 50.Per le donne invece la dose raccomandata è di 1,3 mg dagli 11 ai 50 anni e dai 50 in su, 1,2 mg.Le gestanti dovrebbero aggiungere 0,3 mg, le donne che allattano durante i primi sei mesi necessitano un supplemento di 0,5 mg e per i sei mesi successivi 0,4 mg.I bambini da 1 a 3 anni dovrebbero assumerne 0,8 mg, dai 4 ai 6 anni 1,0 mg, e dai 7 ai 10 anni sono sufficienti 1,2 mg.I neonati sino a sei mesi hanno bisogno di 0,4 mg e dai sei mesi a un anno, 0,5 mg.Le persone che praticano uno sport dovrebbero assumere dai 2 ai 2,5 mg al giorno.Non è stata mai dimostrato alcun effetto tossico della r.In ogni caso, è bene sapere che un’assunzione prolungata di una qualsiasi delle vitamine B, compresa la r., può portare a grosse perdite di altre vitamine B. Pertanto, è indispensabile assumere tutte le vitamine del complesso B anche nei casi di carenza di una sola di queste vitamine.La r. ed il suo 5’-fosfato sono additivi alimentari censiti dall’Unione Europea e identificati rispettivamente dalle sigle E 101 e E 101a.
La carenza di riboflavina è rara e si verifica generalmente nel contesto di uno stato carenziale delle vitamine del complesso B, associato alla deficienza secondaria di ferro, triptofano e niacina. Non esiste, invece, una tossicità da riboflavina, perché la quota in eccesso eventualmente assorbita viene eliminata rapidamente con le urine. Una buona fonte di riboflavina è il latte, ma poiché la vitamina è sensibile alla luce, si consiglia di evitare le confezioni trasparenti. La riboflavina contenuta nella verdura si perde invece con la cottura prolungata e in quantità eccessive di acqua, dato che la vitamina è idrosolubile. La Società italiana di nutrizione consiglia un apporto di riboflavina pari a 0,6 mg ogni 1000 kcal assunte con l'alimentazione.

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RICAMBIO, malattie del

(O disordini del ricambio glucidico), comprendono tutte quelle malattie che coinvolgono il metabolismo glucidico. La malattia più conosciuta è sicuramente il diabete mellito (vedi). Il quadro opposto del diabete è rappresentato dalle sindromi ipoglicemiche.

Cause
Possono essere distinte in forme da ridotta produzione di glucosio e in forme da aumentato consumo.Possono essere anche classificate come ipoglicemie spontanee (con aumentati livelli di insulina e con livelli normali di insulina) e ipoglicemie reattive (postprandiali).

Sintomi
I sintomi derivano dall’attivazione del sistema adrenergico e della sofferenza cerebrale secondaria e consistono in ansietà, cardiopalmo, sudorazione, pallore, tremori, affaticamento, disturbi visivi e successivamente crisi convulsive e coma.La complessità di queste patologie richiede una diagnosi differenziale che coinvolge molte malattie ed una terapia mirata alla guarigione o correzione della causa scatenante il quadro clinico.

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RICOMBINANTE, dna

È il DNA risultante da una procedura di ingegneria genetica che consente di inserire un frammento di DNA estraneo nel DNA di un organismo geneticamente semplice (un fago o un plasmide), che mantiene le proprie capacità replicative. Questo meccanismo è utile quando si voglia isolare e modificare un frammento di genoma o un determinato gene, al fine di studiarlo meglio. La ricombinazione consente di avere più copie del frammento di DNA che interessa e si realizza grazie all'impiego di particolari enzimi detti di restrizione che tagliano la doppia elica del DNA in maniera asimmetrica e generano delle code con delle estremità "appiccicose", denominate sticky ends. Quando lo stesso enzima taglia due molecole di DNA provenienti da due organismi diversi, le loro estremità appiccicose possono riassociarsi fra loro, dando luogo ad un organismo r. in grado di replicare se stesso, più la nuova regione di DNA che si è associata ad esso. Il primo esperimento del genere fu compiuto nel 1973 all'Università della California e contemporaneamente a Stanford. Poiché il DNA da inserire nel gene del plasmide può derivare da qualunque specie, compresa quella umana, si intuì subito quali fossero le potenziali applicazioni di questo nuovo approccio genetico.

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RIEDEL, malattia del

(Prende il nome dal medico tedesco B. Riedel - 1846-1916) o tiroidite lìgnea, infiammazione cronica della tiroide con sclerosi dei tessuti circostanti e aderenze estese negli stadi avanzati la malattia determina fenomeni di ipotiroidismo. Determina un indurimento del collo e si può associare a fibrosi mediastinica e retroperitoneale. Può essere confusa con una neoplasia della tiroide.

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RIFAMICINE

Antibiotici prodotti dallo Streptomyces mediterranei, caratterizzati da notevole instabilità e da scarsa solubilità. Sono soprattutto attivi sui germi Gram-positivi, in particolare streptococchi, diplococchi, stafilococchi, sull'agente responsabile della gonorrea, sul micobatterio della tubercolosi e sull'Haemophilus influenzae. La rifamicina SV ha azione spiccata nei confronti del Corynebacterium diphteriae, del bacillo del carbonchio, del bacillo della cancrena gassosa. Si somministra per via parenterale. Le r. , come il derivato semisintetico rifampicina, inibiscono l'inizio della sintesi dell'RNA, interferendo con la formazione del primo legame fosfodiesterico della sua catena.

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RIFAMPICINA

Derivato semisintetico della rifamicina (rifamicine). Si utilizza soprattutto nella terapia della tubercolosi, associata con altri farmaci antitubercolari. Si assume per via orale, in dose unica giornaliera, in genere di 600 mg.

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RIFLESSO NERVOSO

Fenomeno che consiste in una risposta involontaria, fissa e automatica, con la quale l'organismo reagisce a un determinato stimolo esso si realizza attraverso una serie di collegamenti nervosi tra la struttura recettrice dello stimolo e la struttura effettrice della risposta. Questo circuito nervoso è detto arco riflesso i riflessi più semplici hanno i loro centri nel midollo spinale, mentre quelli più complessi e specializzati coinvolgono anche centri nervosi superiori. I riflessi vengono classificati in somatici e viscerali a seconda che riguardino funzioni della vita di relazione o funzioni della vita vegetativa. Tra i riflessi somatici vengono distinti:- i riflessi esterocettivi o riflessi superficiali, attivati da stimoli che agiscono su esterocettori - i riflessi propriocettivi o riflessi profondi, attivati da stimoli che agiscono su propriocettori. I riflessi superficiali possono essere indotti dalla stimolazione della cute o delle mucose. I più comuni riflessi cutanei sono il r. nervoso addominale, il r. cremasterico, il r. plantare. I riflessi mucosi comprendono il r. congiuntivale e il r. corneale (rapida chiusura della palpebra in seguito al toccamento della mucosa congiuntivale e della cornea), il r. faringeo (contrazione dei muscoli faringei e conati di vomito per stimolazione della parete posteriore della faringe). I riflessi provocati dalla stimolazione di recettori della cute o delle mucose hanno in genere un significato protettivo e di difesa, cioè tendono ad allontanare la parte dallo stimolo nocivo. I riflessi profondi (o riflessi muscolotendinei) sono provocati da stimoli che agiscono sui propriocettori muscolotendinei, cioè sui fusi neuromuscolari e sui corpuscoli muscolotendinei di Golgi. Questi riflessi hanno grande importanza per il mantenimento del tono muscolare e della postura, per la deambulazione. In condizioni fisiologiche lo stimolo che attiva questi riflessi è rappresentato dallo stiramento dei fusi neuromuscolari e dei tendini i riflessi muscolotendinei però possono essere provocati anche mediante percussione del tendine muscolare con un apposito martelletto ottenendo così una rapida contrazione del muscolo. I principali riflessi di questo tipo sono il r. rotuleo (la percussione del tendine del muscolo quadricipite femorale determina estensione della gamba sulla coscia), il r. achilleo (percussione del tendine di Achille ed estensione del piede), il r. tricipitale (percussione del tendine del tricipite brachiale con estensione dell'avambraccio), il r. bicipitale (percussione del tendine del bicipite alla piega del gomito e flessione dell'avambraccio). I riflessi viscerali sono responsabili di diverse attività vegetative quali la vasomotilità, la sudorazione, le modificazioni della pupilla alla luce e all'accomodazione, le variazioni dell'attività cardiaca, il controllo degli sfinteri vescicale e rettale. Nell'arco riflesso, quando il neurone sensitivo afferente e quello motore efferente si articolano direttamente tra loro, il r. viene definito monosinaptico (perché comprende un'unica sinapsi interneuronica) si parla invece di riflessi polisinaptici quando tra i neuroni afferenti ed efferenti si interpongono uno o più neuroni (interneuroni o neuroni intercalari). Un esempio di r. monosinaptico è quello rotuleo tipici riflessi polisinaptici sono quelli flessori. Una lesione in qualunque punto dell'arco produce, a seconda della sua entità, un indebolimento o l'abolizione del r. in particolari condizioni si può avere invece una esaltazione di determinate reazioni riflesse. L'esame dei riflessi costituisce pertanto una indagine diagnostica molto importante per valutare l'integrità e la reattività globale del sistema nervoso.
In alcune condizioni patologiche possono manifestarsi reazioni riflesse che non si osservano nel soggetto normale. Tra queste il più noto è il segno di Babinski. Tutti i riflessi sono innati: sono legati alla struttura del sistema nervoso e si manifestano non appena sono sviluppati i circuiti nervosi che ne costituiscono la base anatomica.

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RIFRAZIONE, vizi di

(O ametropie), turbe della funzione visiva dovute ad alterazioni del potere diottrico dell'occhio. La luce può essere considerata come un'oscillazione elettromagnetica che si propaga nel vuoto, in linea retta, alla velocità di 300.000 Km/s. Se un raggio luminoso che si propaga in un mezzo omogeneo incontra un altro mezzo omogeneo e trasparente, ma di densità diversa, subisce quando non incide perpendicolarmente sulla superficie dei due mezzi una deviazione (refrazione), che segue precise leggi fisiche. Nel sistema oculare i raggi luminosi vengono influenzati nel loro cammino in quanto incontrano le superfici rifrangenti dell'occhio (cornea, umor acqueo, cristallino e vitreo), che ne costituiscono l'apparato diottrico. L'occhio è un sistema convergente che, quando la refrazione è normale (occhio emmetrope), permette la formazione di un'immagine retinica focalizzata in pratica, l'occhio emmetrope focalizza sulla retina le immagini provenienti idealmente dall'infinito o comunque da oltre 5 metri. Un occhio il cui potere di refrazione non permetta, invece, la focalizzazione di tali immagini sul piano retinico è detto ametrope. Le ametropie, o vizi o difetti di refrazione, sono tre: ipermetropia e miopia (vizi sferici), e astigmatismo (vizio cilindrico). L'associazione tra difetti sferici e cilindrici costituisce le ametropie composte. Qualora la refrazione tra i due occhi sia diversa si parla di anisometropia. I vizi di r. possono essere corretti con sistemi diottrici ausiliari all'apparato oculare, quali gli occhiali o le lenti corneali o con particolari interventi di chirurgia oculare.

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RILASCIO

Termine con il quale si indicano i nuovi sistemi di somministrazione dei farmaci, in modo che questi si diffondano con continuità e regolarità nei tessuti. Vi sono molte condizioni morbose (infezioni, ipertensione, artropatie reumatiche, diabete, psicopatie) in cui è necessario che una certa dose di farmaco sia sempre presente nell'organismo. Si è allora pensato di applicare sulla pelle un cerotto o di innestare sottocute un piccolo serbatoio, contenenti la sostanza terapeutica, che attraverso una membrana semipermeabile fluisca nei vasi sanguigni cutanei. Esistono particolari preparazioni farmacologiche iniettabili per via intramuscolare che permettono la dismissione graduale e costante del principio attivo per un periodo che può variare da giorni a mesi. Le prime applicazioni in questa direzione sono state fatte con ormoni sessuali, nitroglicerina, nicotina (per disabituare al il paziente al fumo di tabacco), antalgici maggiori ecc.

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RIMOZIONE

Termine usato in psicoanalisi per indicare il processo mediante il quale vengono esclusi dalla coscienza determinati contenuti psichici, particolarmente sgradevoli per il soggetto, e respinti nell'inconscio. Un tale processo si diversifica dalla semplice repressione intenzionale di idee, rappresentazioni e stati emotivi, contrari alla volontà cosciente del soggetto, poiché agisce automaticamente e ad un livello di inconsapevolezza. Oggetto della r. sono i rappresentanti psichici di una pulsione. Quale operazione difensiva dell'io, la r. ha il compito di allontanare dei moti pulsionali che, se fossero soddisfatti, provocherebbero un notevole dispiacere al soggetto. Sigmund Freud (1915) ha distinto tre fasi del processo rimozionale:- la prima fase (o r. originaria) consiste nell'impedire ai rappresentanti ideativi della pulsione l'accesso alla coscienza in tal modo verrebbero a formarsi delle prime formazioni inconsce o particolari legami di rappresentanti delle pulsioni medesime - la seconda fase (o r. posteriore) consiste nell'influenza delle formazioni inconsce originarie sulle future rappresentazioni, respinte a loro volta dalla difesa messa in atto dall'Io: in sostanza la r. , oltre a essere il principale tra i meccanismi di difesa, è responsabile della costituzione stessa dell'inconscio nella r. posteriore agirebbero sia le forze attrattive delle formazioni inconsce originarie sia i processi repulsivi dell'Io - la terza fase consiste nel riemergere degli elementi rimossi in forma onirica o di sintomi vari.

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RINENCEFALO

Insieme delle formazioni nervose encefaliche che sono in rapporto con il senso dell'olfatto. Comprende le parti filogeneticamente più antiche del sistema nervoso centrale, quelle con struttura più semplice che, in seguito allo sviluppo assunto dagli emisferi cerebrali, sono molto ridotte e limitate alla corteccia cerebrale frontale inferiore (lobo olfattorio con le circonvoluzioni olfattorie, bulbo olfattivo, peduncolo, trigono, strie olfattive, corteccia perforata anteriore) e periilare (circonvoluzione del corpo calloso e dell'ippocampo) di ogni emisfero, e ai nuclei profondi a esse collegati (nuclei dell'amigdala e del setto pellucido). In queste strutture si distribuiscono le fibre nervose che costituiscono le vie olfattive, che prendono origine dalle cellule nervose (dette cellule mitrali) contenute nel bulbo olfattivo: a tali cellule giungono, con le fibre del nervo olfattivo, gli stimoli raccolti dai recettori dell'olfatto distribuiti nell'epitelio della mucosa nasale. Le strutture del r. tuttavia non hanno solo funzioni olfattive appartengono a un sistema di integrazione più complesso e relativamente autonomo, detto sistema limbico, che ha scarse connessioni con le parti di corteccia cerebrale di acquisizione filogenetica più recente e che presiede, insieme con l'ipotalamo, all'espressione di risposte emotive e istintive, del comportamento sessuale, dei ritmi biologici, e di alcune funzioni neuroendocrine.

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RINITE ALLERGICA

È una particolare forma di raffreddore che si manifesta negli individui che sono allergici ossia sensibilizzati verso determinate sostanze dette allergeni. In questi individui il primo contatto con l'allergene porta alla formazione di un particolare tipo di anticorpi, le immunoglobuline E o IgE, che si localizzano sulla superficie di particolari cellule del tessuto connettivo, i mastociti, o di particolari globuli bianchi del sangue, i granulociti basofili. Quando l'individuo così sensibilizzato viene nuovamente a contatto con l'allergene, questo reagisce con le IgE e si determina la liberazione da parte dei mastociti e dei granulociti basofili di una serie di sostanze, di cui la più nota è l'istamina, conosciute come i mediatori chimici della reazione allergica. A loro volta i mediatori possono provocare una serie di reazioni agendo su diverse cellule bersaglio: nel caso della mucosa nasale agiscono sulle terminazioni sensitive del nervo trigemino, provocando prurito e, in via riflessa, starnuti, sulle ghiandole sieromucose, stimolandone la secrezione, sulle pareti dei vasi, dilatandoli e aumentandone la permeabilità. Tutto questo si traduce nei classici sintomi nasali della r. allergica: prurito nasale, crisi di starnuti, secrezione nasale liquida, limpida e abbondante (rinorrea), chiusura del naso. Facilmente la reazione allergica interessa anche la congiuntiva degli occhi, provocando pure prurito oculare e lacrimazione (oculo-r. allergica).

Cause
Non si conoscono con precisione le cause per cui un individuo è un allergico: esiste una predisposizione ereditaria generica all'allergia, per cui è facile che i figli di genitori allergici siano a loro volta degli allergici.

Sintomi
L'allergia può manifestarsi sin dai primi anni di vita e può interessare non solo le mucose del naso e degli occhi, ma anche quella dei bronchi (asma) o la pelle (crosta lattea, eczemi, orticaria). Nel caso dell'allergia nasale gli allergeni sono solitamente contenuti nell'aria che respiriamo (allergeni inalatori) e proprio questo fa sì che il primo e principale contatto si verifichi in corrispondenza della mucosa nasale, che diviene così l'organo bersaglio. In rapporto alla presenza degli allergeni nell'aria, esistono diverse forme di r. allergica, con un diverso andamento nel corso dell'anno: stagionali, occasionali e perenni. La r. allergica stagionale o pollinosi è legata a una sensibilizzazione ai pollini delle graminacee e si manifesta quindi nel periodo primavera estate, talora con possibilità di una più modesta ripresa in autunno. La r. allergica occasionale è legata alla sensibilizzazione verso sostanze come piume di uccelli o peli di cavallo, di cane, di gatto, con cui si viene a contatto solo saltuariamente. La r. allergica perenne è legata a una sensibilizzazione verso piante che in certe regioni fioriscono lungo tutto l'arco dell'anno, come la parietaria (erba vetriola), ma soprattutto a una sensibizzazione alle polveri di casa. Si è stabilito che l'agente responsabile dell'allergia alle polveri domestiche sono gli escrementi di un microscopico acaro, il Dermatophagoides pteronyssinus, che alberga nei materassi, nella biancheria, nella moquette e nel mobilio delle vecchie case.

Diagnosi
Se è spesso facile, specialmente in base alla periodicità delle crisi, dire che una r. è di natura allergica, non sempre è cosi semplice identificare la sostanza che l'ha provocata, conoscendo la quale la cura diverrebbe molto più semplice. Il riconoscimento dell'allergene può avvenire in maniera empirica, raccogliendo con la massima accuratezza la storia clinica dell'ammalato. Oggi però esistono dei metodi di laboratorio molto precisi: un esame del sangue può consentire il dosaggio delle IgE totali (PRIST) e anche quello delle IgE specifiche verso determinati allergeni (RAST) ancora più precisi sono i test cutanei, con i quali si pongono a contatto della cute quantità minime dei sospetti allergeni, in genere sotto forma di estratti acquosi, e si valuta l'intensità della reazione cutanea. In casi particolari si può ricorrere ai test di provocazione nasale, in cui si valuta la risposta all'esposizione al sospetto allergene proprio a livello dell'organo bersaglio.

Terapia
Se si riesce a identificare l'allergene, il trattamento più semplice della r. allergica consiste nell'evitare al paziente l'esposizione alla sostanza e alle sostanze sensibilizzanti: cambiare aria o restare chiusi in casa durante i periodi di fioritura nel caso della pollinosi, bonificare la casa nel caso dell'allergia alle polveri domestiche. Un trattamento piuttosto lungo e noioso ma talora con risultati definitivi è la terapia desensibilizzante specifica: sotto il controllo dello specialista allergologo al paziente vengono iniettate sottocute dosi progressivamente crescenti dell'allergene sino a creare uno stato di immunità verso questa sostanza. Nel caso in cui l'allergene o gli allergeni non siano stati individuati o non si ritenga opportuno ricorrere alla desensibilizzazione, non restano che le terapie sintomatiche, intese a bloccare la liberazione dei mediatori chimici dell'allergia da parte dei mastociti o a impedirne gli effetti sulle cellule bersaglio. Esistono oggi in commercio preparati ad azione locale sotto forma di spray nasali, come il sodio cromoglicato, il beclometasone dipropionato e la flunisolide, che svolgono un'eccellente azione protettiva nel confronti della r. allergica. Bisogna ricordare che questi prodotti sono efficaci solo se vengono usati in continuazione per tutto il periodo dell'allergia, e non solo saltuariamente in occasione delle crisi, e per contro questi prodotti non determinano quegli effetti collaterali negativi che sono tipici dei più comuni spray nasali contenenti vasocostrittori. Un'alternativa al trattamento endonasale è rappresentata dalla assunzione per bocca di farmaci antistaminici. Oggi i prodotti più moderni (cetirizina, terfenadina, loratidina), hanno un'azione molto più efficace e selettiva che in passato e solo eccezionalmente danno luogo a effetti collaterali, come la sonnolenza. Grazie a tutte queste possibilità terapeutiche, oggi l'allergia nasale può essere tenuta sotto controllo e questo è di importanza fondamentale, sia per il disturbo in sé sia per le conseguenze che una r. allergica trascurata può provocare: dalle sovrapposizioni di natura infettiva (riniti batteriche, sinusiti, otiti), alle alterazioni permanenti della mucosa nasale (ipertrofia dei turbinati, poliposi nasale), all'interessamento delle vie aeree inferiori (asma).

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RINOFARINGE

Porzione superiore della faringe, estesa tra la base del cranio ed il palato molle che ne segna il confine con l'orofaringe. é una cavità lunga ca. 2 cm e larga 3, che comunica in avanti con le fosse nasali e in basso con l'orofaringe. La parete posteriore è in rapporto con i muscoli e le fasce connettivali poste davanti alla colonna vertebrale sulla parete laterale si apre la tromba di Eustachio, che la mette in comunicazione con la cassa del timpano dell'orecchio medio e che assicura la normale aerazione di quest'ultima. La mucosa della r. è ricca di strutture linfoidi, addensate sulla volta faringea a costituire la cosiddetta tonsilla faringea, particolarmente sviluppate nei bambini, e chiamate vegetazioni adenoidi. La r. partecipa soprattutto alla funzione respiratoria, convogliando l'aria proveniente dalle fosse nasali, e a quella fonatoria durante la deglutizione essa viene separata dall'orofaringe dal velo palatino che si solleva. Le principali affezioni della r. comprendono, oltre alle vegetazioni adenoidi, processi infiammatori acuti o cronici e tumori.

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RINOLALIA

(O rinofonia), turba della fonazione dovuta a un'alterazione del naso o della faringe, per cui si modificano le caratteristiche dell'apparato risonatore della voce. Tutte queste alterazioni possono essere corrette con adeguati interventi chirurgici, eventualmente seguiti da una rieducazione foniatrica.

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RINOPLASTICA DEL SETTO

(O settoplastica), consiste nel riposizionamento del setto cartilagineo e osseo ed eventualmente, nella parziale asportazione delle parti in posizione anomala. Frequentemente la respirazione difficoltosa è dovuta anche alla ipertrofia delle mucose endonasali (turbinati), in questo caso si effettua, anche in combinazione con la settoplastica, la turbinectomia (asportazione chirurgica, elettrocoagulazione, laser).

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RINORRAGIA

vedi EPISTASSI

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RISONANZA MAGNETICA NUCLEARE

(O RMN), moderna tecnica diagnostica per immagini è, tra le più recenti metodiche di diagnostica per immagini, quella meno invasiva (esclusi, ovviamente, gli ultrasuoni). Essa si basa sulla capacità di captare i segnali emessi dagli atomi di idrogeno, praticamente ubiquitari nel corpo umano, quando questi vengono eccitati da un campo magnetico. Non vengono impiegate radiazioni ionizzanti. Le immagini sono ottenute attraverso un complesso processo di interazione fra i nuclei degli atomi di idrogeno, che è l'elemento più rappresentato nei tessuti biologici, e i campi magnetici esterni. Un campo magnetico prodotto da una grossa elettrocalamita agisce sui nuclei di idrogeno, che allineano il proprio momento magnetico parallelamente alla linea di forza del magnete, esattamente come la limatura di ferro intorno a una calamita. Opportuni impulsi di radiofrequenza permettono di variare spesso l'orientamento dei nuclei che, al cessare di ogni impulso, tornano a orientarsi secondo l'asse del campo magnetico. Così facendo risuonano, cioè emettono un debolissimo segnale a frequenza caratteristica detto segnale di risonanza. Captato da ricevitori radio, convertito in impulsi digitali ed elaborato al computer permette di ottenere un'immagine la cui scala dei grigi corrisponde alle diverse intensità del segnale di risonanza. L'indagine è innocua perché non utilizza raggi X è estremamente versatile e fornisce immagini nitidissime e preziosissime dal punto di vista diagnostico. Le immagini che si ottengono con la RMN consentono una risoluzione superiore a quelle della tomografia computerizzata, con l'eccezione della presenza di sangue, e non risentono degli artefatti dell'osso. La metodica si rivela quindi preziosa per le strutture in fossa posteriore e per il midollo spinale ed è particolarmente sensibile per svelare le lesioni demielinizzanti nella sclerosi multipla. Si può anche visualizzare l'encefalo in diversi piani. Le zone di segnale alterato non sono però patognomoniche di specifiche malattie. L'indagine del fegato costituisce la migliore indicazione dell'RMN addominale. Offre delle immagini del corpo per sezioni, unicamente ad informazioni fisiche e chimiche sui differenti tessuti che lo costituiscono. Chiare quanto quelle della TAC, queste immagini precisano ancora meglio la densità dei tessuti. Inoltre la RMN presenta il vantaggio di effettuare sezioni su piani differenti: frontale, sagittale e trasversale (mentre la TAC non offre che piani di quest'ultima categoria). La RMN permette di evidenziare con grande precisione le diramazioni vascolari di maggior calibro. Mediante l'impiego di sostanze paramagnetiche (sono sostanze che si comportano in un certo modo alla presenza di un campo magnetico), per esempio i derivati del gadolinio, è possibile mettere in luce le alterazioni della barriera ematoencefalica e dei tessuti patologici ipervascolarizzati come quelli dei tumori. é nell'esplorazione del sistema nervoso (cervello e midollo) che la RMN fornisce il maggior numero d'informazioni preziose. Le indicazioni sono identiche a quelle della TAC e spesso questi due esami vengono praticati contemporaneamente perché possono fornire al medico delle importantissime informazioni, in termini d'immagini, che sono complementari. L'esame è controindicato ai portatori di stimolatore cardiaco (pace-maker), alle persone che hanno protesi metalliche interne, a qualsiasi persona che soffra di claustrofobia l'assunzione di un tranquillante un'ora prima dell'esame aiuta tuttavia a sopportarlo.

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RISORIO, muscolo

Muscolo appartenente ai mimici del volto, di forma triangolare con la base posteriore e l'apice anteriore. Prende origine dalla fascia parotidea e si porta anteriormente sulla commessura labiale dove si inserisce profondamente alla cute. Con la sua contrazione permette la tipica espressione associata al riso.

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RITENZIONE IDROSALINA

Meccanismo che il rene mette in atto in risposta alla diminuzione della pressione di perfusione dell'organo, per far sì che essa rimanga costante e non si crei danno ischemico, come avviene in caso di shock. Consiste nell'aumento del riassorbimento di acqua e sali, prevalentemente sali sodio, a livello dei tubulo contorto distale e dell'ansa di Henle (v. RENE). Questo è un efficace meccanismo di compenso quando il volume ematico si riduca davvero in tutto il torrente circolatorio, ma se per esempio questo deficit di perfusione dipende solo da una vasocostrizione locale e quindi avviene in presenza di un volume ematico totale non diminuito, come nella patologia cardiaca, i liquidi recuperati in eccesso attraversano l'endotelio e si raccolgono nello spazio interstiziale dove danno luogo alla formazione di edemi. A livello cardiaco, si genera un sovraccarico del ventricolo le cui fibre tenderanno a stirarsi fino al livello massimo, oltre il quale il lavoro da esse generato non produrrà più un aumento della funzione di pompa, ma solo un consumo di ossigeno (scompenso).

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RITENZIONE URINARIA

Consiste nella presenza di urina nella vescica o nelle vie urinarie superiori come conseguenza dell'incapacità delle stesse di svuotarsi. La presenza di urina nelle vie urinarie la differenzia dall'anuria. Si può verificare in caso di vescica neurologica (con ipertono dello sfintere vescicale, normo- o ipotono del detrusore): la vescica progressivamente si sfianca (si formano i diverticoli), si instaura il reflusso vescico-ureterorenale e lentamente la funzionalità renale si compromette inoltre l'urina ristagnando provoca infezione per la vescica stessa e per il rene a volte tanto gravi da mettere in pericolo di vita il paziente. Un'altra situazione in cui si può verificare è dopo interventi o manovre che abbiano coinvolto la vescica, come le laparotomie, i parti, gli interventi uroginecologici. Questa però è più spesso solo una situazione temporanea che si risolve spontaneamente in 2-3 giorni.

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RITMO CIRCADIANO

vedi BIORITMO

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RIVALTA, prova di

Prova diagnostica introdotta dal medico italiano F. Rivalta agli inizi del Novecento, che si esegue per rivelare la concentrazione proteica (sotto forma di glicoproteine) nei liquidi organici patologici (versamenti pleurici e peritoneali). In un calice pieno di acqua leggermente acidificata si lasciano cadere una o due gocce del liquido in esame e si osserva il calice contro il fondo oscuro. Per i versamenti di natura infiammatoria ad alta concentrazione proteica (essudati) la prova è positiva: le gocce, cadendo nell'acqua e scendendo verso il fondo, precipitano formando una nubecola "a fumo di sigaretta" negativa invece la prova per i versamenti di altra natura (trasudati): le gocce cadendo non lasciano alcuna traccia. Oggi sempre meno usata grazie all'avvento delle metodiche di laboratorio che permettono una quantificazione più precisa della concentrazione di proteine contenute nel liquido.

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RIVASCOLARIZZAZIONE

Consiste nella ricostituzione artificiale o spontanea dell'irrorazione arteriosa di un determinato distretto anatomico. Le forme spontanee di r. si hanno in caso di occlusione o stenosi permanente di un vaso, ad opere di circoli collaterali o in virtù della capacità dell'organismo di generare nuovi vasi funzionanti (neoangiogenesi). Questo di solito si verifica quando la patologia si è instaurata nel tempo, provocando danni ripetuti ma di entità ridotta, tali da dare il tempo all'organismo di porvi rimedio. In terapia, invece la r. si può ottenere per via chirurgica (v. By-pass)o non chirurgica, come avviene nei pazienti affetti da patologie arteriose periferiche (specialmente coronariche). Si riserva ai soggetti con sintomi ingravescenti legati all'ostruzione di un arteria e quindi all'ischemia del territorio da essa irrorato. Le tecniche non chirurgiche sono l'angioplastica transluminale percutanea, il posizionamento di STENT e l'aterectomia e la somministrazione di farmaci fibrinolitici (v. ). Angioplastica transluminale percutanea È una delle scelte principali in caso di malattia coronarica. Si impiega un catetere guida e un catetere munito al suo apice di un palloncino pieno di mezzo di contrasto. Il catetere guida viene introdotto in anestesia locale da un accesso cutaneo periferico (ad esempio, dall'inguine si può accedere all'arteria femorale e da qui risalire fino a raggiungere l'albero coronarico). La guida ha tre funzioni: la prima, di raggiungere il vaso occluso la seconda di immettervi del mezzo di contrasto per evidenziare il grado di stenosi la terza di fungere appunto da guida per l'inserimento del catetere a palloncino (sgonfio) fino al punto dell'ostruzione. Qui, il palloncino verrà ripetutamente gonfiato, dilatando a poco a poco il vaso. I cosiddetti cateteri a palloncino sono capaci di tollerare una pressione fino a 20 atmosfere, che corrisponde ad un diametro variabile da 2 a 4 mm, in base al diametro del vaso normale. Le possibili complicanze (rare), in caso di angioplastica coronarica, sono legate sia alla esecuzione della coronarografia che alla successiva angioplastica. La probabilità di complicazioni dipende strettamente dalla gravità della malattia coronarica di base, dalla capacità del cuore di contrarsi e di svolgere correttamente le sue funzioni e, in generale, dall'età e dallo stato di salute complessivo del paziente. La mortalità è di circa 1% (infarto acuto nello 0,2-3%). L'incidenza di complicazioni locali minori (ematoma nella sede di puntura dell'arteria femorale) è del 1-3%. é opportuna una degenza di 12-24 ore in unità coronarica, mantenendo gli introduttori dei cateteri in sede, per essere pronti a reintervenire in caso il vaso dilatato si rioccludesse acutamente (< 4%). Durante la degenza verrà effettuata una terapia per via endovenosa a base di farmaci anticoagulanti (eparina) e vasodilatatori (nitrati). é un'ottima alternativa all'esecuzione di un by-pass arterioso per via chirurgica, ma ha lo svantaggio di non essere spesso una terapia definitiva, dal momento che l'ostruzione tende spesso a riformarsi (20-30% dei casi entro sei mesi). In questi casi l'angioplastica può essere ripetuta con le stesse probabilità di successo e senza aumento dei rischi. Inoltre, è possibile trattare le restenosi applicando all'interno del vaso ostruito un particolare supporto metallico chiamato STENT. Infine questa metodica è sconsigliata nelle ostruzioni multiple. Posizionamento di STENTConsente di ridurre l'incidenza della restenosi, se utilizzato nel corso della prima procedura di angioplastica oppure di trattare con successo la lesione riformatasi in seguito all'angioplastica. Esso consiste in una struttura tubolare che funge da scheletro del vaso, in modo da tenerlo dilatato. Si distinguono diversi tipi di stent: a spirale, tipo molla, a struttura elicoidale, a rete, di acciaio, di tantalio o di palladio. Differenti sono anche le tecniche di posizionamento: possono essere inseriti sul palloncino così che questo, gonfiandosi, li dilati oppure possono dilatarsi automaticamente una volta liberati dalla guaina di rivestimento.
In caso di applicazione di stent sarà adottata una terapia antiaggregante. Benché infatti siano indicati nelle ristenosi, anche questi sono gravati da una certa percentuale di riocclusioni, sebbene per meccanismi in parte differenti da quelli che si verificano in seguito alla semplice angioplastica. Per questo esistono anche degli stent medicati, ovvero contenenti farmaci in grado di agire sul tratto di arteria interessato, con l'obbiettivo che non si realizzi una nuova occlusione. Aterectomiaé una tecnica che consente, grazie all'impiego di un catetere su cui è montato un dispositivo meccanico, di distruggere la placca aterosclerotica che ostruisce il vaso. I residui possono essere estratti insieme al dispositivo o essere frantumati in pezzi talmente piccoli da potersi dissolvere nel torrente circolatorio. L'area in cui devono essere inseriti i cateteri (inguine, braccio o polso) viene depilata e disinfettata previa anestesia locale, vengono inseriti i cateteri e, attraverso essi, il liquido di contrasto che evidenzierà il vaso ostruito a mezzo di apparecchi radiografici. Individuato il punto, si introdurrà il catetere con il dispositivo meccanico al suo apice che, poco per volta, distruggerà la placca ostruente. Dopo la procedura, il paziente viene sottoposto a frequente controllo della pressione arteriosa e viene collegato a un monitor ECG per ottenere un monitoraggio cardiaco continuo. é bene tenere a riposo per qualche ora la regione che si è scelta per procurarsi l'accesso vascolare e spesso si tengono in sede i cateteri, sfruttandoli per la somministrazione di eparina, che viene somministrata come profilassi delle trombosi. Di solito il paziente può ricominciare a camminare nel giro di 12-24 ore e viene dimesso in uno due giorni.

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RIVOLGIMENTO

(O versione), manovra ostetrica che consiste nel modificare manualmente la posizione del feto nell'utero, allo scopo di favorire l'espletamento del parto, o di ovviare ad alcune sue complicazioni. Attualmente il r. del feto viene attuato in casi eccezionali, dato il ricorso sempre più frequente al taglio cesareo.

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RIZOTOMIA

vedi RADICOTOMIA

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RMN

vedi RISONANZA MAGNETICA NUCLEARE

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ROCCA PETROSA

Porzione dell'osso temporale, a forma di piramide quadrangolare, diretta obliquamente dall'indietro in avanti e dall'esterno verso l'interno concorre alla formazione della base cranica. La r. petrosa è scavata dalle cavità dell'orecchio interno, che costituiscono il labirinto osseo, ed è attraversata da canali che danno passaggio a formazioni vascolari e nervose (arteria carotide interna, nervi facciale, acustico e intermediario di Wrisberg) spesso contiene piccole cavità dette cellule petrose, che comunicano con quelle scavate nel processo mastoideo dell'osso temporale. La r. petrosa partecipa ai processi patologici delle formazioni in essa contenute nella maggior parte dei casi si tratta di processi infiammatori (petrositi) derivanti dalla cassa del timpano o dalle cavità della mastoide, o di erosioni ossee dovute a tumori.

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RODOPSINA

Pigmento rossastro contenuto nei bastoncelli retinici, che prende anche il nome di porpora retinica o porpora visivi da esso dipende il meccanismo della visione crepuscolare e notturna. La r. è costituita dalla proteina opsina, un membro della famiglia dei recettori accoppiati alla proteina G, e da un derivato della vitamina A, l'11-cis-retinaldeide, che assorbe la luce trasformandosi in trans-retinaldeide e poi si dissocia dall'opsina. La r. viene costantemente rigenerata dall'intervento di una isomerasi che ripristina l'11-cis-retinaldeide. In altre parole, sotto l'azione della luce questa sostanza rossa si trasforma in un pigmento arancione, poi giallo e come prodotto finale dà origine ad un composto carotenoide, detto retinene, e ad un residuo proteico. Il retinene si trasforma a sua volta, per una reazione termodinamica indipendente dalla luce, in vitamina A1 e residuo proteico. Se la retina non viene più illuminata, ma viene mantenuta all'oscurità, la vitamina A1, riunendosi al gruppo proteico, dà origine al retinene che a sua volta, unendosi ad un ulteriore gruppo proteico, attraverso tappe intermedie, provoca la comparsa di r.

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ROENTGENTERAPIA

vedi Röntgenterapia

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ROMBENCEFALO

Porzione posteriore dell'encefalo embrionale, a forma di espansione vescicolosa, individuabile verso la fine della 4a settimana di vita intrauterina. Si continua anteriormente col mesencefalo e posteriormente nel midollo spinale. Nel corso della 5a settimana esso si differenzia in due vescicole, una anteriore detta metencefalo, ed una posteriore detta mielencefalo.

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ROMBERG, prova di

(Prende il nome da Moritz Heinrich Romberg, neurologo tedesco - Meiningen, 1795 - Berlino, 1873), prova per la valutazione clinica delle strutture vestibolari dell'orecchio interno, a cui è affidata la regolazione dell'equilibrio e dell'orientamento nello spazio. Il soggetto, in posizione di attenti e a occhi chiusi, tende a cadere dal lato ove è minore l'eccitabilità vestibolare.

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RONCO

Termine semeiologico che indica un rumore a tonalità bassa e profonda che si avverte ascoltando il torace quando il lume dei bronchi di grosso calibro risulta ristretto in conseguenza di processi patologici (quali per es. infiammazioni acute o croniche, tumori). Viene classificato nel gruppo dei rumori secchi insieme a fischi e sibili.

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RÖNTGENTERAPIA

(O roentgenterapia), forma di radioterapia che utilizza le proprietà biologiche dei raggi X, cioè utilizza a fini terapeutici gli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti. La r. è oggi utilizzata quasi esclusivamente nel trattamento dei tumori, e mira ad ottenere la distruzione totale nella neoplasia limitando quanto più possibile gli effetti dannosi ai tessuti sani circostanti. Il danno biologico indotto dalle radiazioni alle cellule tumorali deve cioè essere definitivo e irreversibile, mentre quello alle cellule vicine e sane deve essere al massimo temporaneo e quindi reversibile. La terapia con raggi X, o roentgenterapia (vedi), si vale di apparecchiature diverse da quelle utilizzate nella radiodiagnostica, capaci di produrre raggi x di lunghezza d'onda molto breve e quindi "duri", cioè più penetranti esse sono inoltre dotate di filtri e di dispositivi capaci di rendere molto omogeneo il fascio delle radiazioni, e di limitarlo ad una zona esattamente circoscritta della superficie corporea da irradiare. Quando il processo patologico da trattare è superficiale e di limitata estensione si utilizzano radiazioni poco penetranti (che vengono quindi per la massima parte assorbite dagli strati più superficiali del tessuto, evitando così di danneggiare le strutture sottostanti), e la sorgente dei raggi viene posta molto vicino alla superficie da irradiare (plesioroentgenterapia). Quando invece il focolaio da irradiare è situato in profondità, per concentrare in corrispondenza di esso una dose elevata di radiazioni ed evitare danno alle strutture sane circostanti si ricorre a varie tecniche: l'irradiazione può essere effettuata mediante l'impiego successivo di fasci a diversa direzione, che investono il focolaio profondo passando attraverso parti del corpo (o "porte di entrata") diverse, oppure facendo compiere un movimento rotatorio o pendolare alla sorgente di raggi o al paziente.Le tecniche più frequentemente utilizzate sono descritte nel lemma radioterapia. Qui può essere utile ricordare che i tumori più radiosensibili sono quelli del sistema linfatico, il seminoma del testicolo, i carcinomi indifferenziati delle prime vie respiratorie e digestive, il sarcoma osseo di Ewing, il basalioma e l'epitelioma cutaneo e vulvare. A questi vanno aggiunti il tumore del corpo dell'utero, il carcinoma mammario, i tumori del grosso intestino e di alcune ghiandole endocrine (ipofisi e tiroide), alcuni tumori del sistema nervoso centrale. Va precisato che, oltre al fattore puramente biologico rappresentato dalla radiosensibilità dei vari istotipi tumorali, concorrono alla possibilità di curare con la r. anche altri fattori, quali il volume tumorale e la sua vascolarizzazione (i tumori più vascolarizzati sono più ossigenati e quindi più soggetti all'azione delle radiazioni per la produzione facilitata dei radicali liberi), lo stato clinico generale del paziente, la disposizione e la tolleranza alle radiazioni dei tessuti sani circostanti.

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ROSACEA

È una affezione cronica, piuttosto comune, che colpisce soggetti per lo più della 4a o 5a decade, con leggera prevalenza del sesso femminile, soprattutto in età menopausale. Esistono notevoli differenze di incidenza nelle varie razze: tra queste la celtica è senz'altro la più frequentemente interessata dalla patologia.

Cause
Nella patogenesi della r. possono giocare in modo importante vari fattori (alimentari, ambientali, costituzionali, infettivi, psicologici e farmacologici), nessuno dei quali però è sufficientemente indagato e, almeno al momento attuale, apparentemente in grado di determinare da solo la malattia.

Sintomi
Clinicamente la r. si manifesta con l'associazione variabile di cinque sintomi cardinali: eritema, teleangectasie, papule, pustole ed edema. Di solito questi compaiono in successione durante l'aggravamento della dermatosi, ma non di rado, vengono a sovrapporsi gli uni agli altri apparendo in tal modo contemporaneamente presenti. Proprio in conseguenza della successione della comparsa dei sintomi si può affermare che la r. è una patologia a decorso polifasico nella quale, a grandi linee, si possono distinguere quattro stadi evolutivi:- Il I stadio è caratterizzato da flash e vasodilatazione con eritrosi facciale ad accessi. In questo stadio sono interessate le guance, il naso, la fronte, il mento. I flash tendono a ripresentarsi a intervalli sempre più ravvicinati e possono essere scatenati da vari fattori come stress psichici, assunzione di bevande calde e di alcolici, variazioni di temperatura. - Nel II stadio vi è un arrossamento permanente, in piccole chiazze, delle stesse aree del volto questo arrossamento è in realtà il risultato del formarsi di piccole, fini dilatazioni capillari, le cosiddette teleangectasie. Non infrequentemente queste aree si mostrano anche lievemente edematose. L'entità dell'eritema non è sempre la stessa e anche in questo stadio si può notare la tipica accessionalità che caratterizza le varie manifestazioni sintomatologiche della r. - Nel III stadio compaiono solitamente sulle preesistenti aree eritemato-teleangectasiche papule infiammatorie, emisferiche, non dolorose. Il loro numero varia notevolmente e vi possono essere forme di r. con interessamento massivo del volto. Proprio in tali forme si riscontrano anche lesioni pustolose: queste ultime, infatti, non sono un reperto obbligatorio della r. e si ritrovano soltanto nel 2% dei pazienti. Le pustole non hanno sede follicolare e non contengono batteri o altri agenti infettivi, sono cioè pustole sterili. - Il IV stadio è quello dell'elefantiasi facciale nell'evoluzione della r. , esso, tuttavia, non è un evento obbligatorio e molti autori ritengono le manifestazioni di questa fase come vere e proprie complicazioni della malattia. Queste sembrano manifestarsi quasi esclusivamente in soggetti di sesso maschile. I pazienti presentano un linfedema persistente in vari distretti del volto: mento, palpebre, guance ma, soprattutto, naso. Quest'ultimo appare notevolmente ingrossato, rosso-cianotico, bozzuto, con follicoli piliferi dilatati dai quali può essere spremuto materiale biancastro untuoso: il quadro clinico viene, in termini medici, definito rinofima. Non di rado nella r. si ha, oltre all'interessamento cutaneo, un contemporaneo coinvolgimento oculare con comparsa di blefarite, congiuntivite, e, nelle forme più gravi, di cheratite.

Terapia
Data la presenza di fattori determinanti l'accessionalità del quadro morboso, è importante per prima cosa, astenersi dall'esposizione ad essi. é indispensabile, quindi, abolire le bevande molto calde o molto fredde, i cibi piccanti, gli alcolici, gli stress emotivi e, possibilmente, le variazioni troppo brusche della temperatura ambientale. Chi ha tendenza all'acne r. , specie le donne, non dovrebbe limitarsi a cospargere le manifestazioni cutanee con pomate cosmetiche che non risolvono e mascherano soltanto i danni dell'incipiente affezione. Il trattamento appropriato per tutti gli stadi della r. , eccetto quello dell'elefantiasi facciale, è fondato sull'uso delle tetracicline per via orale. Queste devono essere somministrate a dosaggio pieno, 1 g/die, per i primi 20 giorni e quindi gradualmente e lentamente scalate nei mesi successivi. L'uso del metronidazolo per via generale, per quanto efficace, è da sconsigliare, data la possibile insorgenza di gravi effetti collaterali. Priva di rischi di rilievo appare, invece, l'applicazione topica del metronidazolo che, in tempi lunghi, può dare risultati soddisfacenti, soprattutto in pazienti che non possono assumere le tetracicline (donne gravide, nefropatici, epatopatici).
Nelle forme iperplastiche e papulo-nodulari molto infiammate si può usare l'isotretinoina che sembra in grado di migliorare anche il rinofima. Per tale manifestazione morbosa, comunque, gli interventi chirurgici di decorticazione con elettrobisturi o con laser o con dermoabrasione, appaiono gli unici veramente risolutivi. Sono inutili e anzi dannosi i trattamenti prolungati con pomate o creme cortisoniche: le lesioni acneiche della r. , dopo un lieve e momentaneo miglioramento, manifestano riacutizzazioni sempre più gravi e ravvicinate, realizzando spesso quadri di r. cortisono-dipendenti, il cui trattamento è reso sempre più problematico proprio a causa di una precedente, lunga terapia a base di cortisonici locali.

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ROSEOLA

Lesione elementare della cute consistente in macchie rosse eritematose, che scompaiono alla pressione. La comparsa di r. si può avere nel corso di malattie esantematiche, infettive o in seguito ad assunzione di determinati farmaci. Nella infezione sifilitica rappresenta la prima manifestazione esantematica a distanza di circa 2 mesi dal contagio. Sono localizzate al tronco e alla superficie flessoria degli arti superiori. Scompaiono in circa 20 giorni senza lasciare traccia.

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ROSOLIA

(O rubeola o terza malattia), malattia infettiva acuta, esantematica moderatamente contagiosa, di origine virale, in genere a decorso benigno.

Cause
é causata da un virus della famiglia dei Togavirus, assai poco resistente nell'ambiente esterno. Colpisce in genere i bambini, tra i 5 e i 10 anni, con epidemie che si manifestano soprattutto in inverno e in primavera. Il virus viene trasmesso dal soggetto ammalato (sia esso sintomatico o asintomatico) a quello sano per contagio diretto, tramite le goccioline emesse dalla bocca e dal naso, e si localizza alla mucosa rinofaringea. é possibile il contagio tramite oggetti contaminati (fazzoletti, biancheria, posate).

Sintomi
Dopo un periodo di incubazione variabile da 14 a 21 giorni, completamente privo di sintomi, la malattia comincia ad evidenziarsi nel periodo invasivo, molto breve, al quale segue il periodo esantematico. Nella fase invasiva vi è un po' di febbre, mai molto elevata (38-38,5¡ C), mal di testa, raffreddore modesto, gli occhi sono leggermente arrossati e il faringe è pure rosso, con segni di una lieve infiammazione. Questi sintomi, a volte, sono così poco evidenti da passare inosservati, specialmente quando manca la febbre. Nei casi tipici di r. vi è un sintomo caratteristico che incomincia a comparire proprio nella fase iniziale: l'ingrossamento delle linfoghiandole. Le linfoghiandole di tutte le stazioni, ma specialmente quelle del collo, aumentano di volume si possono palpare sotto la mandibola, intorno al muscolo sternocleidomastoideo, sulla nuca sono grandi come un pisello o una piccola noce, un poco dolenti, di consistenza molle. Questa tumefazione compare presto e scompare molto lentamente, anche dopo una o due settimane, quando la malattia è completamente guarita. Dopo poche ore o uno o due giorni di lieve malessere, inizia il periodo esantematico, durante il quale si nota una lieve accentuazione dei fatti catarrali: il raffreddore diventa un po' più forte e l'infiammazione dalla gola può diffondersi ai grossi bronchi e dare una modesta bronchite con tosse. Compare l'esantema, i cui caratteri sono quanto mai variabili e tutt'altro che tipici. Dapprima al viso, dietro le orecchie, sulla testa, sul collo, e poi a poco a poco in tutto il corpo compaiono delle chiazze di colore rosso chiaro, poco rilevate, non pruriginose, ora molto piccole, non confluenti, come nell'esantema scarlattinoso, ora più grandi, a macchia, separate da tratti di cute indenne, come nel morbillo. L'esantema si diffonde in un giorno dalla testa al tronco e agli arti, e rapidamente impallidisce e scompare senza lasciare né aree iperpigmentate né desquamazione cutanea. Se nel periodo esantematico si prende dalla punta di un dito una goccia di sangue, si striscia su un vetrino, si colora e si osserva al microscopio, si può trovare un altro dato caratteristico della r. Oltre agli elementi della serie bianca (granulociti neutrofili e linfociti) un poco diminuiti di numero con prevalenza dei linfociti, vi sono altri elementi: le plasmacellule, la cui presenza è caratteristica non perché siano elementi patologici ma perché si trovano molto raramente negli strisci di sangue periferico. La r. guarisce in breve tempo senza complicazioni e lascia immunità per tutta la vita la contagiosità, iniziata nel periodo d'incubazione, cessa alla fine del periodo esantematico, e dopo tre o quattro giorni dalla comparsa dell'esantema i bambini possono ritornare all'asilo o a scuola.

Diagnosi
Tra le malattie dell'età infantile, la r. è senz'altro una delle più banali, a decorso sempre benigno e mai grave rimane però tra le meno facili da diagnosticare. Il dubbio diagnostico più frequente si pone col morbillo, in particolare con le forme leggere e, a volte, quando mancano i segni caratteristici sia dell'una sia dell'altra malattia, la soluzione del problema diventa un vero guaio. Gli elementi più importanti per un'esatta diagnosi rimangono le tumefazioni linfoghiandolari e la presenza di plasmacellule negli strisci di sangue periferico mentre la mancanza di fatti catarrali acuti, delle macchie di K—plik, della congiuntivite con fotofobia permettono di escludere con buone probabilità il morbillo.
Anche la mononucleosi infettiva (in cui vi sono febbre, linfonodi tumefatti e talvolta esantemi) e più spesso la scarlattina (per il tipo d'esantema) sono poste in discussione. Non bisogna dimenticare che molte forme lievi, senza adenopatia e con esantema fugace e poco appariscente, passano completamente inosservate: quasi nel 90% delle persone adulte è infatti possibile documentare la presenza di anticorpi-antirosolia, significativo di avvenuta infezione. Dosando gli anticorpi delle classi IgG e IgM, è possibile collocare nel tempo il contagio.

Terapia
é puramente sintomatica (riposo a letto, dieta leggera) piuttosto infrequenti sono le complicazioni. La prevenzione della r. tramite vaccinazione è consigliata non tanto per le complicanze gravi (polmonite, encefalite) che possono sopravvenire e che in realtà sono rare e interessano di solito soggetti immunodepressi, oppure per complicanze ad andamento benigno e a risoluzione spontanea quali artrite e trombocitopenia (diminuzione del numero delle piastrine con conseguente pericolo d'emorragia), quanto invece per il pericolo di causare malformazioni congenite se contratta in gravidanza. Tale obiettivo può essere raggiunto tramite la vaccinazione associata alla valutazione dello stato immunitario della donna prima e durante la gravidanza. é importante attuare delle campagne di informazione al fine di sensibilizzare le donne a sottoporsi a verifica del loro stato immunitario (vaccinate o no) prima di ogni possibile gravidanza. Il vaccino è costituito da virus vivo e attenuato che si presenta allo stato liofilo, in forma monovalente, o associato al vaccino antimorbillo o, in triplo, associato anche al vaccino antiparotite. Il suo impiego avviene con una somministrazione sottocutanea o intramuscolo e non prevede, normalmente, ulteriori richiami. Tuttavia, in numerosi Paesi si preferisce attuare l'iniezione di richiamo al 6¡ anno di vita (secondo l'American Academy of Pediatrics) o al 12¡ anno (secondo l'Immunization Practices Advisory Committee). La vaccinazione può essere effettuata dall'anno di vita in poi e viene consigliata nelle femmine in età prepubere. La vaccinazione non va effettuata nei primi tre mesi di gravidanza e, comunque, dopo la somministrazione, è necessario che non intervengano gravidanze entro tre mesi dalla vaccinazione. In gravidanza è un'affezione temibile nei primi tre mesi: il virus infetta la placenta, aggredisce l'embrione (50% dei casi di rischio) e danneggia gravemente le cellule che più attivamente si stanno sviluppando. Nelle prime 14 settimane di gestazione il virus della r. può causare aborti spontanei oppure portare alla nascita di un bambino con embriopatia rubeolica, caratterizzata da lesioni agli occhi (cataratta congenita, anomalie delle retina, globi oculari molto piccoli) e alle orecchie (sordità), mancato sviluppo del cranio (microcefalia) cardiopatie congenite di vario tipo lesioni cerebrali (ritardo mentale, disturbi del linguaggio e del comportamento). Nel secondo trimestre (periodo fetale) il rischio per il feto si riduce al 10% dei casi. In fase avanzata di gravidanza i danni al feto sono certamente minori è in ogni modo frequente la nascita di bambini di basso peso (che avranno una crescita sempre molto stentata) oppure affetti da epatite o porpora trombocitopenica congenite. Anche in bambini che alla nascita appaiono senza problemi si possono avere forme più o meno gravi di sordità, che si manifestano solo a distanza di anni. Da anni è in corso una campagna vaccinale con lo scopo di prevenire la malattia durante la gestazione, in quanto, per le possibili malformazioni che il virus può provocare al feto, essa rappresenta un serio problema sanitario e sociale. Quanto più breve è il periodo di gestazione tanto più gravi sono le malformazioni: più precocemente avviene l'infezione e più alta è la possibilità di trasmissione transplacentare con conseguenze gravi.

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ROTACISMO

Difetto dell'articolazione delle parole, caratterizzato dalla mancata o difettosa pronuncia della lettera "r". é molto comune e può essere di origine funzionale, ma solitamente è di origine organica o meccanica periferica, e precisamente dovuto ad alterazioni anatomiche particolari, congenite o acquisite, delle labbra, della lingua, delle arcate dentarie o del palato, che ostacolano la corretta esecuzione dei movimenti fisiologici dell'articolazione. La correzione foniatrica si ottiene con esercizi particolari che sviluppino progressivamente il movimento vibratorio della punta della lingua.

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RT-PA

(Sigla di Attivatore tissutale ricombinante del Plasminogeno), sostanza che normalmente è secreta in minima quantità dagli endoteli vascolari, ma che ormai è prodotta industrialmente in grande quantità, con una manovra di ricombinazione genetica, da una coltura di cellule di criceto in cui è stata inserita l’informazione genetica dell’attivatore umano. Questo attivatore è un enzima glicoproteico, che ha la proprietà di ìattivare” il plasminogeno presente nel sangue, convertendolo in plasmina, la quale a sua volta è in grado di dissolvere i trombi. Somministrato tempestivamente (entro 3 ore al massimo) dopo un attacco acuto di infarto cardiaco in dose adatta e per via endovenosa, l’rt-PA scioglie i trombi formatisi nelle coronarie arteriosclerotiche, rendendo più agevole il flusso del sangue, diminuendo l’estensione della zona infartuata e rendendo meno frequente la mortalità. La terapia trombolitica ha costituito un reale progresso nella gestione clinica dell’infarto miocardio acuto con sopraslivellamento ST. Queste sostanze infatti sono in grado, determinando una lisi del trombo che sta alla base dell’evento infartuale, di ristabilire il flusso coronarico verso il territorio colpito. Il meccanismo d’azione di questi farmaci consiste sostanzialmente nell’attivazione del plasminogeno (proteina plasmatica) in plasmina, enzima proteolitico in grado di depolimerizzare la fibrina e quindi di disaggregare il trombo. I farmaci attualmente nell’uso clinico, la streptochinasi e l’rt-PA hanno un reale impatto prognostico positivo nella prognosi di questi pazienti, tuttavia presentano anche importanti limiti: in circa la metà dei pazienti trattati non si ottiene infatti una ricanalizzazione coronaria efficace, mentre sussiste un rischio emorragico non trascurabile (il 5-10% dei pazienti trattati vanno incontro ad una emorragia cerebrale). Tra questi l’rt-PA è il prototipo dei trombolitici fibrino-specifici questa proprietà comporta una minor deplezione di fibrinogeno e plasminogeno rispetto alla streptochinasi. Il protocollo di impiego di questo farmaco rappresenta ancora (in associazione ad eparina ed aspirina) il trattamento farmacologico standard dell’infarto miocardio acuto con sopraslivellamento di ST entro 90 minuti dall’evento ischemico. Sono state introdotte più di recente varianti dell’rt-PA che possono essere somministrate in bolo, tra cui: tenecteplase (TNK-PA), reteplase (rPA) lanoteplase (nPA). Queste sostanze sembrano possedere un’emivita più lunga rispetto all’rt-PA.

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RUBEOLA

vedi ROSOLIA

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