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 B

B - BD
B, complesso vitaminico

Include:

TIAMINA (vitamina B1)
La t. si trova, in piccole quantità, in quasi tutti gli alimenti. Le concentrazioni più alte si riscontrano nei cereali, nel fegato, nel cuore, nei reni e nella carne magra suina. La vitamina è distrutta dalla cottura prolungata. La dose di assunzione giornaliera corretta è di 1,4 mg vengono eliminate nelle urine 50-250 pg di t. nelle 24 ore. La t. agisce, nella sua forma biologicamente attiva di tiaminpirofosfato, come coenzima in diverse reazioni biochimiche del nostro metabolismo. La carenza di tiamina dà luogo alla cosiddetta sindrome del beri-beri. I tessuti maggiormente interessati sono quelli che necessitano della maggior quantità di glucosio nei loro processi metabolici (sistema nervoso, tratto gastrointestinale, sistema cardiovascolare). I sintomi sono rappresentati da perdita di appetito, astenia, vomito, alterazione dello stato generale, dolori periferici intensi e parestesie, disturbi mentali, atrofia muscolare. La terapia del beri-beri è rappresentata da 50 mg di t. due volte al giorno, che portano ad una guarigione lenta e generalmente non completa.

BIOTINA
La b. è contenuta soprattutto nel fegato, nei reni, nel tuorlo d’uovo e nel lievito. Il fabbisogno minimo giornaliero è di 1,2-1,8 mg al giorno. La b. funge da coenzima in molte reazioni biochimiche dell’organismo, principalmente nella sintesi degli acidi grassi e nella trasformazione del piruvato ad ossalacetato. La carenza (ipovitaminosi) di b. è rarissima, anche perché la flora batterica intestinale la sintetizza in notevoli quantità. La quota di b. eliminata con le feci supera di 2-5 volte quella ingerita. L’eventuale ipovitaminosi indotta da protratte terapie antibiotiche che danneggino la flora intestinale può evidenziare sintomi neurologici, affaticamento, perdita di appetito e anomali all’elettroencefalogramma. In alcuni casi si associa anemia.

ACIDO PANTOTENICO
L’a. pantotenico è diffusissimo in natura (da qui il nome): si trova in praticamente tutti gli alimenti di origine vegetale e animale. È particolarmente presente nel tuorlo d’uovo, nei reni, nel fegato e nel lievito. La forma biologicamente attiva dell’a. è denominato Coenzima A. Il fabbisogno giornaliero di a. dell’adulto è di 10 mg, ed è abbondantemente garantito in presenza di una alimentazione normale. Il coenzima A e il suo estere acetico attivato (l’acetil-CoA) sono importanti nel metabolismo dei carboidrati, dei lipidi e degli aminoacidi. Grazie all’acetil-CoA essi possono essere introdotti nel ciclo di Krebs (ciclo del citrato) trasformandosi in CO2 e H2O per ossidazione e producendo energia.

RIBOFLAVINA (vitamina B2)
La r. è presente in moltissimi alimenti, e in particolare nel latte, fegato, reni e cuore. Alcune verdure la contengono in quantità discreta, i cereali ne sono assai poco dotati. La forma biologicamente attiva è rappresentata dal fosfato di r. Il fabbisogno minimo per l’adulto è di 0,1 mg/1000 KJ il fabbisogno è aumentato durante la gravidanza e l’allattamento. La r. è elemento importante in quanto costituente di due coenzimi coinvolti nella desaminazione ossidativa e nella ossidazione di aldeidi ad acidi. La carenza isolata ed occasionale di r. si manifesta con caratteristiche manifestazioni a carico di labbra, viso e lingua (fissurazioni delle commessure labiali, dermatite seborroica localizzata al volto e lingua a carta geografica) in presenza di carenze più importanti e protratte possono manifestarsi disturbi oculari. Tali sintomi si risolvono in seguito alla somministrazione di 10-20 mg di vitamina B2 al giorno.

NIACINA E NICOTINAMIDE
La niacina (acido nicotinico) e la nicotinamide (acido nicotinaminico) sono le due forme attive sovrapponibili dal punto di vista della funzionalità.
Sono ricchi di nicotinamide i lieviti, la carne magra, il fegato e la carne dei volatili. La tostatura del caffè induce la formazione di notevoli quantità di acido nicotinico. La carenza di n. è detta pellagra visto tuttavia che l’organismo umano è capace di sintetizzare nicotinamide partendo dal triptofano, la carenza di n. è riscontrabile solo quando vi si associa un alterato metabolismo del triptofano secondario alla carenza di piridossina, o in presenza di alcoolismo o di disturbi severi dell’assorbimento gastrointestinale. I sintomi sono rappresentati inizialmente da insonnia, nervosismo, depressione e apatia lentamente si istaura una demenza progressiva associata a disturbi della memoria e iporeflessia sistemica. Le alterazioni degenerative a carico del midollo spinale portano ad una mielopatia fino alla paraparesi spastica. A livello cutaneo, nelle zone esposte al sole, si manifesta un eritema focale ben delimitato si associa stomatite e compaiono nausea e vomito, accompagnate da una diarrea tipicamente acquosa ed emorragica.

PIRIDOSSINA (vitamina B6)
La v. B6 è particolarmente rappresentata nel lievito, nel frumento e nel fegato concentrazioni minori possono essere evidenziate nel latte, nelle uova e in molte verdure a foglia verde. La forma attiva della p. è rappresentata dal piridossalfosfato, che costituisce un importante coenzima nel metabolismo degli aminoacidi e nella glicogenofosforilasi. Il fabbisogno giornaliero di p. nell’adulto è 1,5 mg nel maschio e 11 mg nella femmina.. L’ipovitaminosi B6 è molto rara: possono evidenziarsi dermatiti, disturbi della crescita, anemia e disturbi neurologici (atassia e paresi).

ACIDO FOLICO
Il fegato, i reni, il lievito di birra, i legumi e le verdure a foglia verde scuro (spinavi) sono particolarmente ricchi di acido folico. La carenza di a. folico è la ipovitaminosi più frequente nei paesi occidentali si manifesta soprattutto in gravidanza, quando il fabbisogno è aumentato, ed è solitamente associato alla compara di anemia megaloblastica. La sintomatologia è però piuttosto aspecifica, anche perché la carenza è frequentemente associata ad altre avitaminosi o carenze minerali (vitamina C, ferro, cobalamina, ecc). La carenza di folati si riscontra anche in presenza di alcolismo, nell’anemia emolitica, e in selezionati casi di malassorbimento intestinale. In presenza di alimentazione normale si assumono giornalmente 0,2 mg di acido folico. Le vitamine del gruppo dell’acido folico sono coenzimi importanti nei processi metabolici e soprattutto nella divisione e nella crescita cellulare. L’acido folico svolge un ruolo nel metabolismo degli aminoacidi, nella costituzione dei globuli rossi, della mielina e del DNA. I primi i segni di carenza di a. si riflettono a livello dell’esame emocromocitometrico (anemia macrocitica ipercromica, caratterizzata dalla presenza di globuli rossi di volume molto grande). Nella carenza da cobalamina può evidenziarsi una simile anomalia, pertanto è importante misurare i livelli sierici di entrambe le vitamine prima di iniziare una adeguata terapia reintegrativa. L’a. folico svolge in gravidanza un ruolo fondamentale nei confronti della prevenzione del rischio di alcune gravi malattie. Alcuni studi condotti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno dimostrato, infatti, che le future mamme che durante la gravidanza fanno uso regolare di integratori di a. folico riducono il rischio di partorire un neonato con una malformazione della colonna vertebrale detta spina bifida. In pratica, la spina bifida consiste in un difetto nello sviluppo della colonna vertebrale del bimbo che non si chiude correttamente in questo modo i nervi del midollo spinale (parte del sistema nervoso che si trova all’interno della colonna vertebrale e che serve a collegare il cervello con il resto del corpo) finirebbero con l’essere danneggiati o esposti al rischio di contrarre infezioni.

COBALAMINA (vitamina B12)
La c. è l’unico composto naturale in cui si sia potuta dimostrare la presenza di cobalto (da cui il nome). Le migliori fonti di c. per l’uomo sono gli alimenti di origine animale. Solo i microrganismi infatti (fondamentali in questo senso quelli costituenti la flora batterica intestinale) hanno la capacità di sintetizzare la c. L’assorbimento della c. avviene, grazie al legame con il fattore intrinseco, a livello della mucosa del tratto ileale dell’intestino. L’ipovitaminosi, pertanto, può presentarsi non solo in caso di insufficiente assunzione della vitamina (il regime dietetico vegetariano rappresenta in questo senso un fattore di rischio), ma anche in caso di atrofia della mucosa gastrica, con conseguente riduzione dell’assorbimento intestinale secondario a ridotta produzione di fattore intrinseco. Anche interventi chirurgici (resezioni gastriche o ileali) possono comportare una ridotta produzione di fattore intrinseco. Gli adulti necessitano di circa 2-3 microgrammi al giorno di c., e con la dieta se ne assorbe 3-5 microgrammi al dì. La carenza protratta di c. induce l’anemia perniciosa. I sintomi generali sono debolezza, astenia, diarrea, glossite con bruciore linguale. Si associano molteplici sintomi riguardanti il sistema nervoso centrale, con ipoestesia vibratoria, disestesie e parestesie. Può comparire una encefalopatia con agitazione psicomotoria, disorientamento e psicosi.

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B, gruppo sanguigno

Uno dei 4 gruppi sanguigni indicati rispettivamente con A, AB, B, O. Il sangue di una persona appartiene necessariamente a uno o all’altro di questi gruppi. Negli europei la frequenza del gruppo B è del 12% ca. Gli eritrociti contengono gli agglutinogeni B mentre il plasma le agglutinine anti-A (o alfa), pertanto il sangue di questi individui può essere trasfuso in altri individui di gruppo AB o B ed essi potranno ricevere sangue di gruppo B o O. L’esatta conoscenza del gruppo sanguigno è importante per le trasfusioni di sangue.

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BABINSKI, segno di

(Prende il nome da Józef Babinski, neuropsichiatra francese di origine polacca - Parigi 1857-1932) o fenomeno delle dita, prova semeiologica di notevole importanza in neurologia: consiste nell’inversione del riflesso plantare che si ottiene normalmente strisciando con una punta smussa il margine esterno della pianta del piede. Mentre nel soggetto normale tale manovra provoca una flessione delle dita del piede, in caso di lesioni delle vie nervose motrici piramidali si ha un’estensione dell’alluce. Nei bambini tuttavia, fino a 12-16 mesi, tale segno non ha alcun significato patologico.

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BACH, lampada di

Lampada al quarzo a raggi ultravioletti, usata in fototerapia fu ideata dal biochimico sovietico A.N. Bach (1857-1946).

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BACILLO

Nome comune con cui si indicano i batteri del genere Bacillus. Il termine b. può anche avere un’accezione generica, essendo talvolta impiegato in sostituzione di batterio inoltre, analogamente ai termini cocco e spirillo, definisce una delle forme che si riscontrano nei batteri, e corrisponde alla morfologia a bastoncino.Il genere Bacillus comprende specie Gram-positive, caratterizzate da forma allungata e lunghezza compresa tra 1,2 e 10 micrometri. I bacilli possiedono metabolismo aerobio e sono dotati di flagelli mediante i quali sono in grado di compiere moderati spostamenti. Sono inoltre in grado di formare spore, ovvero forme di resistenza capaci di sopravvivere per periodi di tempo estremamente lunghi (anche per secoli), a temperature elevate e a condizioni prolungate di siccità. Le spore si differenziano all’interno delle cellule (endospore) giunte a maturità, vengono liberate per lisi della cellula madre. La capacità di formare spore accomuna i bacilli ai clostridi, cui probabilmente hanno dato origine nel corso dell’evoluzione. I bacilli si trovano in tutti gli ambienti alcune specie rivestono un ruolo importante nei cicli biogeochimici dell’azoto e del carbonio.

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BACILLO DI CALMETTE-GUERIN

vedi BCG

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BACINETTO

(O pelvi renale), cavità a forma di imbuto, delimitata da una parete muscolo-connettivale, nella quale si raccoglie l’urina prodotta dal rene per essere avviata negli ureteri e quindi alla vescica. Il suo apice si continua nell’uretere la sua base è suddivisa in diversi recessi o calici che corrispondono agli apici delle papille renali, in cui sboccano i tubuli collettori del rene. Contrazioni ritmiche della muscolatura della parete facilitano il flusso dell’urina verso gli ureteri.Il b. è sede frequente di processi patologici, soprattutto infezioni (pieliti) che possono diffondersi anche al tessuto renale (pielonefriti), facilitate dal ristagno di urina provocato da calcoli o da tumori in questa sede o in altre parti delle vie urinarie.

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BACINO

vedi PELVI

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BACLOFENE

(P-clorofeniGABA) farmaco GABA-mimetico attivo per bocca. È un miorilassante che agisce come agonista del GABA sul recettore di tipo B. Viene impiegato nei pazienti affetti da spasticità, riducendo anche in parte il dolore.

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BAGASSOSI

Malattia polmonare dovuta all’inalazione, con l’aria inspirata, di polvere di canne da zucchero trinciate per essere utilizzate in altre lavorazioni.L’origine di B. deriva dal termine bagassa (dal francese bagasse) usato per indicare il residuo fibroso della macinazione e spremitura della canna da zucchero.

Sintomi
La malattia può colpire i soggetti addetti a queste operazioni e si manifesta con difficoltà di respirazione, tosse, febbre tali sintomi sono l’espressione di un processo infiammatorio cronico interstiziale polmonare che evolve lentamente verso la fibrosi.

Terapia
È necessario l’allontanamento del soggetto dall’ambiente di lavoro, o l’adozione di misure protettive.

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BAGNO

Immersione parziale o totale del corpo nell’acqua. Per estensione, il termine viene anche usato per definire l’esposizione del corpo, o di una sua parte, ad altri agenti, quali per esempio sole, vapore acqueo, aria, luce. Si parla inoltre di b. di sabbia e di fango per indicare rispettivamente le sabbiature e le fangature. Il b. non trova applicazione solamente nel campo dell’igiene, ma è anche utilizzato in medicina quale coadiuvante nella cura di numerose malattie: esistono, infatti, veri e propri bagni terapeutici.- B. semplice. Viene generalmente così definito il comune b. di pulizia, praticato con acqua pura. La temperatura dell’acqua normalmente deve essere di 34-38°C: usando acqua un po’ più calda si otterrà un b. sedativo, particolarmente indicato per le persone facilmente eccitabili e per coloro che soffrono d’insonnia con acqua leggermente più fredda si avrà un b. tonico e stimolante.- B. caldo. L’acqua ha una temperatura superiore a quella del corpo, che è di ca. 37°C. In alcuni casi raggiunge anche i 45°C. Questo tipo di b. è indicato ai soggetti particolarmente nervosi, perché ha un buon effetto calmante è sconsigliato nel modo più assoluto a coloro che soffrono di disturbi cardiocircolatori, alle persone deboli, convalescenti e anziane.- B. freddo. Bagno con acqua a 22-25°C. Viene usato soprattutto nel corso di malattie infettive per far diminuire la febbre.- B. raffreddato. Bagno tiepido che viene gradualmente raffreddato quando il malato è già immerso nell’acqua per evitare il brusco contatto del freddo con il corpo.- B. di mare. I bagni nell’acqua di mare hanno un notevole effetto tonico e sono permessi senza riserve a tutte le persone sane. Tuttavia in alcuni soggetti possono favorire l’insorgere di un leggero stato di eccitazione, soprattutto se troppo frequenti e prolungati. Precauzioni: non entrare in acqua se si accusa qualche disturbo, di qualsiasi natura esso sia non fare il b. prima che sia completata la digestione non entrare in acqua dopo una lunga esposizione al sole o comunque quando si è accaldati uscire dall’acqua al minimo segno di freddo.- B. con acqua minerale. È una pratica molto diffusa presso le principali stazioni termali. Questo trattamento idroterapico viene praticato in vasca o in piscina. Per il b. in vasca la temperatura dell’acqua si aggira quasi sempre attorno ai 37°C (in genere si usa acqua termale o termalizzata) e può raggiungere anche i 40°C. L’acqua della piscina (ferma o corrente o con onde create artificialmente) può essere fredda o calda. La balneoterapia minerale trova indicazione soprattutto nelle seguenti affezioni: malattie della pelle (acque oligominerali, solfuree e arsenicali-ferruginose), stati infiammatori dell’apparato genitale femminile (acque salso-bromo-iodiche e solfuree), ipertensione arteriosa (acque carboniche), artriti (acque carboniche), reumatismo articolare (acque oligominerali e salso-bromo-iodiche), neuriti e nevralgie (acque oligominerali, bicarbonate e radioattive), artrite cronica primaria (acque solfuree e solfate), stati depressivi (acque solfuree e arsenicali-ferruginose), postumi di lesioni articolari (acque salso-bromo-iodiche e bicarbonate).- B. medicato. Un blando effetto terapeutico si ottiene aggiungendo all’acqua sostanze medicamentose, in genere di origine vegetale, quali per esempio estratto di eucalipto (raffreddore), decotto di crusca (irritazioni cutanee), infuso di rosmarino (astenia) ecc.- B. di vapore. Si esegue collettivamente in un ambiente impregnato di vapore acqueo a 45-50°C o individualmente in una speciale stufa (specie di cassone che lascia libera la testa) al vapore possono essere aggiunte sostanze medicamentose. L’abbondante sudorazione ha un marcato effetto depurativo. È indicato nell’obesità, nelle affezioni croniche della pelle, nel reumatismo, in alcune affezioni dell’apparato respiratorio. Un tipo particolare di b. di vapore è il cosiddetto b. turco, eseguito passando attraverso una serie di stanze a temperatura crescente: il paziente rimane per un certo tempo nel primo locale, quindi passa nel successivo e così via al termine del b. viene sottoposto a un massaggio e a una doccia, dapprima calda, poi fredda è anche opportuno un breve riposo su un lettino.- Sauna finlandese o bagno russo.
È un b. di aria calda secca seguito da un b. o una doccia con acqua fredda. La sauna viene praticata in una speciale camera rivestita di legno (generalmente di betulla) in cui circola aria secca a una temperatura di 80-90°C.- B. di luce. Consiste nell’esporre tutto il corpo o una sua parte ai raggi del sole. Questi agiscono sulla cute attivandone la circolazione ed il metabolismo, determinandone una pigmentazione bruna (abbronzatura), stimolando la sintesi di vitamina D. Inoltre svolgono effetto cicatrizzante, microbicida, analgesico, e favoriscono il trofismo e lo sviluppo della muscolatura striata scheletrica.I bagni terapeutici devono essere praticati solo dietro prescrizione del medico che stabilirà non solo il tipo di b., ma anche le modalità (temperatura, durata ecc.).

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BAL1

(Sigla di British Anti-Lewisite), nome dato al dimercaptopropanolo, composto messo a punto dagli scienziati britannici come protettivo contro il gas asfissiante lewisite usato nella Prima Guerra Mondiale. Tale gas è tossico in quanto l’arsenico in esso contenuto porta alla morte cellulare.Il B. viene attualmente usato come antidoto nei casi di avvelenamento da mercurio, oro, tellurio, tallio o bismuto, oltre che nell’avvelenamento da arsenico.

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BAL2

Sigla che indica la procedura diagnostica di lavaggio bronco-alveolare (mediante soluzione fisiologica), utilizzata a completamento dell’esame endoscopico dell’albero respiratorio (broncoscopia) al fine di allestire indagini microbiologiche (ricerca di agenti infettivi), citologiche (ricerca di cellule tumorali maligne) o immunologiche (sottopopolazioni linfocitarie).

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BALANITE

Infiammazione della superficie del glande. Generalmente essa si accompagna a un processo infiammatorio a carico del prepuzio, per cui si parla più frequentemente di balanopostite. Si può presentare come un eritema o come erosione con papulo-pustole.

Cause
Le cause possono essere: chimica detta anche semplice, batterica, candidosica, traumatica, da protozoi (trichomonas), allergica.Vi sono fattori che favoriscono l’insorgere di questa infiammazione come la fimosi, la cattiva igiene, malattie dismetaboliche come il diabete.

Terapia
Dipende dall’agente eziologico, è importante la valutazione del partner per evitare le recidive.In alcuni casi la balanite può essere la prima manifestazione di una dermatosi quale la psoriasi, il lichen ruber planus, la malattia di Behcet, in altre può essere manifestazione di un cancro in situ (balanite di Queyrat).

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BALANOPOSTITE

Infiammazione acuta o cronica del glande e del prepuzio che lo riveste. In generale l’infezione è sostenuta da germi che comunemente albergano in questa sede e che assumono caratteri virulenti per la cattiva igiene locale: frequentemente infatti la b. rappresenta una complicazione della fimosi.- B. acuta. Si manifesta con tumefazione dolorosa ed arrossamento del glande e del prepuzio, con difficoltà all’emissione dell’urina e gocciolamento di secrezioni dal sacco prepuziale.- B. cronica. Evolve con sintomi notevolmente più attenuati e porta gradualmente ad una fibrosi delle strutture ammalate sulle quali a volte si sviluppano tumori.Balanopostiti si possono osservare anche in corso di blenorragia e di malattie metaboliche (per esempio diabete).

Terapia
La terapia si basa su antisepsi e accurata igiene locale, associata a somministrazione di antibiotici e alla correzione di turbe metaboliche eventualmente coesistenti, e sul trattamento chirurgico della fimosi.

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BALANTIDIASI

(O balantidiosi), infestazione dell’organismo da parte di un protozoo ciliato, il Balantidium coli. Tale microrganismo, che misura 50-80 per 40-60 µm, è il più grosso protozoo che possa parassitare l’organismo umano. Esso è frequentemente ospite innocuo dell’intestino del maiale l’uomo si può infestare ingerendo le cisti del protozoo che, giunte nell’intestino, invadono la mucosa e la sottomucosa (specialmente nell’ultimo tratto dell’ileo e nell’intestino crasso), dove si possono stabilire senza dare alcun sintomo (il soggetto diviene allora un portatore sano dell’infezione). Per molti aspetti la b. assomiglia all’amebiasi, con la differenza che il Balantidium rimane localizzato alla mucosa intestinale e non tende a invadere il fegato o altri organi interni come l’ameba. La malattia è più diffusa nelle regioni tropicali.

Sintomi
L’infezione decorre nell’80 % dei casi asintomatica. Può presentarsi con dolori addominali, diarrea cronica alternata a stipsi, ulcerazioni della mucosa.

Diagnosi
È importante l’esame microscopico delle feci per individuarvi la presenza del parassita.

Terapia
Si fonda sulla somministrazione di antibiotici (tetracicline, metronidazolo).

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BALBUZIE

Disturbo del linguaggio consistente in ripetizione di sillabe o fonemi (tartagliamento), o in esitazioni e impuntamenti nell’iniziare a pronunziare soprattutto parole che incominciano con vocali o con le consonanti c e g (incheccamento). Dal punto di vista eziopatogenetico, più che di cause, si deve parlare di fattori organici, ereditari e psicologici.- Fattori organici. Sono stati incriminati disturbi neurologici di vario genere, ma a nessuno di essi si è potuto attribuire un ruolo eziopatogenetico certo.- Fattori ereditari. Frequentemente figli di uomini balbuzienti, che non avevano mai conosciuto il padre, si sono rivelati anch’essi balbuzienti. Questo, ovviamente, depone per una predisposizione ereditaria ed esclude la possibilità che alla base del disturbo esista un meccanismo di imitazione.- Fattori psicologici. Questi fattori sono molto spesso presenti, ma è difficile dimostrare un loro rapporto causa-effetto con la b. Infatti quasi tutti i balbuzienti sono soggetti ansiosi, iperemotivi, tendenzialmente portati all’ossessività, inoltre i loro disturbi si acutizzano in momenti di particolare nervosismo. Secondo un’altra teoria, invece, la b. sarebbe un disturbo organico, aggravato dalla reazione psicologica.La b. di solito compare, in modo saltuario o intermittente, nel bambino che, verso i tre-quattro anni, incomincia ad organizzare il discorso. In qualche caso il disturbo regredisce spontaneamente dopo breve tempo, ma il più delle volte persiste e diviene stabile. Dal punto di vista terapeutico, è bene non commentare il disturbo davanti al bambino ed evitare di esortarlo a correggersi e a ripetere le stesse frasi. Non creando un’atmosfera di ansietà attorno al disturbo, ma piuttosto cercando di portare la conversazione su argomenti facili, di cui il bambino possa discorrere con parole semplici, in genere si ottengono notevoli miglioramenti. Se, malgrado queste precauzioni, ciò non avvenisse, in età più avanzata si renderanno necessari provvedimenti foniatrici e psicoterapeutici ( -- vedi scheda BALBUZIE).

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BALLISMO

Rara sindrome, quasi sempre unilaterale (emiballismo), caratterizzata da movimenti involontari a volte rapidi a volte lenti, ma sempre violenti, irrefrenabili, presenti anche durante il sonno e interessanti gli arti, il tronco e talora la faccia, che determinano atteggiamenti di torsione, di flessione e di inclinazione dei segmenti interessati.L’emiballismo insorge di solito dopo una apoplessia cerebrale ed è dovuto ad un focolaio irritativo posto nel corpo sottotalamico di Luys. L’intensità dei movimenti involontari può essere talvolta attenuata somministrando sedativi.

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BALLO DI SAN VITO

Sinonimo di corea minor (Corea di Sydenham). È un disturbo del movimento caratterizzato da ipercinesie, ma anche da disturbi psichici (disturbi ossessivo-compulsivi, irritabilità, eventualmente psicosi). Manifestazione clinica della febbre reumatica, può insorgere settimane o mesi dopo l’infezione da streptococco dopo che altri elementi clinici della malattia reumatica si sono risolti. Generalmente tale corea è reversibile.

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BALNEOTERAPIA

Tecnica terapeutica che utilizza l’azione termica, meccanica o medicamentosa dell’acqua sull’organismo che in essa viene immerso.Se il bagno è di vapore acqueo a 45-50°C si provoca un’abbondante sudorazione che ha un effetto depurativo. È indicato nell’obesità, nelle affezioni croniche della pelle, nel reumatismo, in alcune affezioni dell’apparato respiratorio: tipi particolari di b. sono il bagno di vapore o bagno turco e la sauna.

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BALSALAZIDE

È un farmaco antinfiammatorio orale, utilizzato per il trattamento della colite ulcerativa. È una forma di mesalamina (acido 5 amino salicilico) che viene attivato quando raggiunge il colon dai batteri che vi colonizzano.

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BALSAMICI

Farmaci che fluidificano le secrezioni bronchiali agendo sull’attività secretoria delle ghiandole bronchiali e facilitano l’espettorazione stimolando l’apparato ciliare delle mucose respiratorie. Esercitano questa azione numerose sostanze di origine vegetale di differente natura chimica. I b. più usati sono il pinene, l’eucaliptolo, l’essenza di pino pumilio, il balsamo del Perù, il balsamo del Tolù e il creosoto. Tali sostanze possono venir somministrate sotto forma di suffumigi, aerosol, o vapori (umidificatori per ambienti) e trovano impiego nel trattamento di varie affezioni dell’albero respiratorio (bronchiti acute e croniche, bronchiectasie ecc.).

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BALSAMO

Sostanza di origine vegetale secreta da certi tipi di piante e contenente resine, oli e altri composti aromatici, utilizzati in pasticceria, in profumeria e in medicina per le proprietà espettoranti e toniche. Tra i più comuni si ricordano il balsamo del Canada, oleoresina, da Abies balsamea (abete del Canada), liquido chiaro, giallo-verde, usato in microscopia per il suo indice di rifrazione vicino a quello del vetro e il balsamo del Perù liquido denso, rosso-bruno, prodotto da Myroxylon pereirae, usato in farmacologia, profumeria e industrie alimentari e il balsamo del Tolù. I balsami hanno odore gradevole e sono di solito liquidi densi che all’aria rapprendono.

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BAMBINO

L’essere umano nel periodo compreso tra la nascita e la pubertà. Questo periodo della vita, detto età infantile, viene suddiviso in diverse fasi: età neonatale, fino al 30°- 40° giorno prima infanzia, sino al compimento del 2° anno seconda infanzia, sino al 6° anno, terza infanzia o fanciullezza o età della scuola, dal 6° anno in poi. Il limite ultimo dell’età infantile non è determinabile con esattezza, poiché l’inizio della maturazione sessuale, e quindi della pubertà, presenta notevoli variazioni a seconda della razza, del sesso, e anche da individuo a individuo. In generale, tale limite è posto tra gli 11 e i 13 anni per le femmine, tra i 12 e i 15 per i maschi. Durante l’età infantile l’organismo va soggetto a profondi cambiamenti con l’acquisizione progressiva di funzioni, attività, capacità e comportamenti che caratterizzano il soggetto adulto. Da un lato, attraverso le varie fasi dell’accrescimento, si ha l’aumento progressivo di peso e di dimensioni del corpo e parallelamente la maturazione delle strutture e delle funzioni proprie ai diversi sistemi e apparati.D’altro lato lo sviluppo dell’attività motoria, nervosa e psichica costituisce il presupposto per la formazione del linguaggio e per l’evoluzione del pensiero oltre che per tutte le attività che caratterizzano la vita di relazione dell’individuo.Età neonataleL’età neonatale comprende le prime 4 settimane di vita di cui la prima (periodo neonatale precoce) è certamente la più delicata sul piano biologico-clinico, tuttavia, l’intero lasso di tempo è molto importante poichè si assiste al compimento di fenomeni (fenomeni neonatali) che resteranno, per sempre, unici.In rapporto all’epoca di nascita i neonati sono definiti a termine, pretermine, postermine. Secondo la legge italiana è “neonato” ogni essere partorito dopo il 180° giorno di gravidanza prima di tale termine il feto, anche se transitoriamente vitale, è considerato, dal punto di vista legale, aborto. Neonato pretermine (o, meno esattamente, prematuro) si definisce il nato tra la ventiseiesima e la trentasettesimasettimana di età gestazionale, mentre nato a termine è chi nasce tra la trentottesima e la quarantaduesima settimana oltre questo tempo si parla di neonato postermine o postmaturo. I neonati vengono inoltre classificati in base al peso di nascita, non sempre in accordo con l’età gestazionale il peso, infatti, è l’espressione più diretta e sicura dell’entità dell’accrescimento fetale mentre il calcolo cronologico dell’età gestionale, essendo spesso suscettibile di qualche incertezza, è un parametro non sempre esatto. In base alla comparazione del peso di nascita e dell’età gestionale, riportate su di una apposita tavola detta griglia di Denver, il neonato si considera:- appropriato per l’età gestionale, se il peso è compreso tra il 10° e il 90° centile (peso adeguato all’età) - piccolo per l’età gestazionale o dismaturo (SGA-Small for Gestation Age), se il peso è inferiore al 10° centile (neonato piccolo e magro) - grosso per l’età gestazionale, se il peso è superiore al 90° centile (neonato molto grosso).Il peso del neonato a termine oscilla tra i 2500 e i 4500 grammi (o più) ed è influenzato, oltre che da fattori costituzionali e razziali, dalle condizioni di nutrizione della madre e della durata della gravidanza.Nei primi giorni di vita il peso del neonato subisce un calo di 150-300g ca. (calo fisiologico): esso è dovuto a una diminuita assunzione di alimenti, alla perdita di acqua dai tessuti, alla emissione di urina e di meconio. In seguito, quando verso il 4°-5° giorno il b. comincia ad alimentarsi regolarmente, il peso inizia ad aumentare in maniera rapida e progressiva.Il ritmo dell’accrescimento ponderale può a volte, per cause spesso inspiegabili, non essere sempre regolare, subire rallentamenti o arresti temporanei.Comunque, in media, si assiste a un aumento di 25-30 g al giorno nel 1° trimestre di 20-25 g nel 2° trimestre di 15-20 g nel 3° di 10-15 g nel 4°. Il peso alla nascita viene pertanto raddoppiato attorno al 5° mese, triplicato poco dopo i dodici mesi.La statura del neonato, compresa tra i 46 e i 56 centimetri, è mediamente superiore nei soggetti di sesso maschile.Il cranio, le cui ossa non ancora saldate consentono di apprezzare al tatto le linee di sutura e le parti fibrose dette fontanelle, è particolarmente voluminoso (un quarto della lunghezza totale) e spesso deformato o molto allungato per la presenza del tumore da parto, edema dei tessuti del cuoio capelluto in corrispondenza della parte del capo che per prima si affaccia al collo dell’utero dilatato.
I capelli, più spesso cortissimi, talvolta folti e molto fini, sono comunque destinati a cadere a poco a poco per lasciar posto a quelli che formeranno la capigliatura permanente. I lineamenti del volto del neonato possono apparire schiacciati o tumefatti il collo e gli arti sono tozzi il torace cilindrico, con le coste piuttosto orizzontali, si continua con l’addome molto voluminoso e tondeggiante.La cute al momento della nascita è ricoperta dalla vernice caseosa, una sostanza grassa, traslucida, di colore biancastro, che durante la vita intrauterina serve a impedire la macerazione da parte del liquido amniotico la vernice caseosa rimasta sulla cute dopo il primo bagnetto scompare completamente nelle ore successive e lascia scoperta la pelle, delicatissima e vellutata, di colorito rosso acceso, ricoperta da una fine lanugine che sparirà spontaneamente entro la prima settimana.Frequentemente sulle palpebre, sulla fronte e sulla nuca si notano chiazze di colore rosso intenso, che si scuriscono ulteriormente durante il pianto, dovute a dilatazione dei vasi cutanei superficiali (teleangectasie) dette “segni della cicogna” col passare dei mesi scompaiono spontaneamente, senza lasciare alcuna traccia.Gli occhi sono di un indefinibile colore blu-grigio, destinato a mutare nella grande maggioranza dei casi a livello della congiuntiva e delle sclere sono presenti talvolta, specie se il parto è stato difficile, piccole emorragie che si riassorbono rapidamente e non compromettono la funzione visiva. Il neonato non riesce a mettere perfettamente a fuoco le immagini, ma reagisce, strizzando le palpebre, allo stimolo di una luce violenta e segue con gli occhi gli spostamenti di un oggetto grosso e vicino.Sulla mucosa orale, in corrispondenza delle gengive nude, sono talvolta evidenti piccoli rigonfiamenti di colore bianco, perlaceo (perle epiteliali) che scompaiono entro qualche settimana raramente si può notare, nella sede degli incisivi inferiori, un piccolissimo dente destinato ben presto a cadere.Le gambe, lievemenete arcuate (varismo fisiologico), si lasciano divaricare con facilità e non offrono alcuna resistenza se si cerca di ruotarle verso l’esterno. Le mani sono strette a pugno e le dita si serrano fortemente intorno a un piccolo oggetto o a un dito posto sul palmo.Nel rassicurante tepore della culla il piccolo rimane a lungo con gli occhi chiusi e tende a riprendere la posizione tenuta per tanti mesi nella cavità uterina, con le braccia strette al petto, le ginocchia piegate e raccolte vicino all’addome (atteggiamento a rana) nelle 24 ore passa dal sonno profondo, al sonno leggero alla veglia senza precisamente seguire i ritmi del giorno e della notte.Prima infanziaIl periodo della prima infanzia è caratterizzato da tre importanti fattori: l’attività motoria, il linguaggio e la dentizione, che comporta radicali modiche nell’alimentazione.- L’attività motoria nei primi 2-3 mesi è soprattutto di natura riflessa, determinata probabilmente in parte anche da stimoli provenienti dall’interno dell’organismo (per es. dal tubo digerente). Il b. giace sul dorso, con la testa rivolta di lato per la scarsa efficienza dei muscoli del collo il suo atteggiamento è inoltre determinato dal fatto che vi è una prevalenza funzionale dei muscoli flessori: gli arti sono pertanto piegati, i pugni chiusi con il pollice nascosto sotto le altre dita. Durante i primi 2 anni tutta l’attività motoria ha per scopo principale l’acquisizione della stazione eretta e della deambulazione. Verso la fine del 3° mese il b. sa mantenere il capo eretto alla fine del 6° riesce a stare seduto inclinato in avanti al 9°-10° mese sta seduto bene e si muove carponi. Verso la fine del 1° anno finalmente sa alzarsi da solo senza appoggio e riesce a camminare se sorretto verso i 18 mesi riesce a camminare da solo. Al compimento del 2° anno può correre, scendere e salire da solo le scale con il 3° anno è in grado di andare in triciclo e di reggersi su una gamba sola per qualche secondo. Parallelamente a tutti questi progressi si assiste alla comparsa di manifestazioni motorie che denotano la sua capacità di adattarsi all’ambiente e agli stimoli che da esso provengono. Così, durante il 1° mese, riesce a seguire con gli occhi per qualche istante il movimento, e lascia cadere subito un oggetto preso in mano nei mesi successivi solleva qualche volta la testa, sorride, in particolare alla madre, cerca di afferrare gli oggetti che gli sono vicini.
Ai 9 mesi riesce a tenere piccoli oggetti tra il pollice e l’indice. Dal 1° anno in poi è in grado di costruire torri con un numero sempre maggiore di cubi, utilizza discretamente il cucchiaino ripieno di cibo. Verso i 13 mesi maneggia con sicurezza la tazza o il bicchiere verso i 18 mesi effettua i primi lanci (palla o altri oggetti) o esegue movimenti più delicati, come voltare le pagine di un libro. A 20 mesi iniziano i primi tentativi di corsa.- Lo sviluppo del linguaggio, che presuppone l’integrità della funzione uditiva, è notevolmente influenzato dall’ambiente in cui il b. vive e dalla ricchezza di stimoli che da questo gli pervengono così per esempio esso è più rapido e completo nel b. che abbia fratelli più grandi, mentre può essere anche notevolmente ritardato nel b. lungamente ospedalizzato o accolto in brefotrofio, ambienti poveri di stimoli. All’inizio il b. emette suoni privi di significato, il cui timbro è determinato casualmente dalla posizione degli organi fonatori. I primi suoni gutturali vengono emessi già verso la fine del 1° mese tra i 4 e i 6 mesi il b. pronuncia alcune consonanti e i suoni labiali, e mostra di saper distinguere i diversi suoni.A 6-8 mesi combina le consonanti con le vocali, balbettando pa-pa, ma-ma, ta-ta.A 12 mesi capisce che questi suoni gli permettono di raggiungere certi fini (per es. ma-ma gli consente di richiamare l’attenzione della mamma). A 1 anno e mezzo pronuncia le prime combinazioni di due parole, e verso i 18-20 mesi sa collegare tra loro le diverse combinazioni di suoni riuscendo a pronunciare frasi correnti.- La dentizione, tappa importante nella crescita del b., ha inizio già nel 2° mese della vita endouterina, quando, nello spessore degli abbozzi fetali delle ossa mascellari si accumulano piccole masserelle di tessuto epiteliale, dovute alla proliferazione dell’epitelio buccale e dette germi dentari. Sono i primi abbozzi dei futuri denti da latte, chiamati più esattamente decidui perchè sono destinati a cadere, per lasciare il posto a quelli che poi formeranno la dentatura definitiva dell’adulto, cioè ai denti permanenti. I primi denti decidui a spuntare sono gli incisivi centrali inferiori, che di solito compaiono insieme o a brevissima distanza l’uno dall’altro, seguiti poi dai superiori, dagli incisivi laterali, dai primi molari, dai canini, dai canini e dai secondi molari. La comparsa del 1° dentino, che in genere avviene intorno al 7° mese, è un avvenimento abbastanza importante nella vita del b. Tale periodo, fissato come normale, è naturalmente approssimativo: se a 9 mesi il b. è ancora senza denti, la mamma non ha ragione di preoccuparsi poiché un ritardo, anche di 3 mesi, è del tutto normale. Estendendo al massimo i limiti di tempo, possiamo dire che a 1 anno il primo dente da latte deve essere spuntato. Soltanto un ulteriore ritardo può mettere in allarme e in tal caso è necessario ricercarne la causa, che spesso è riconosciuta in un disturbo più generale, legato a un’alimentazione sbagliata, a insufficiente apporto di vitamina D oppure a malattie dovute a disfunzione delle ghiandole endocrine.- Lo svezzamento coincide col momento in cui nella vita del lattante intervengono i primi tangibili cambiamenti di abitudini, non solo alimentari ma anche di comportamento. Per svezzamento si intende il passaggio da una alimentazione esclusivamente a base di latte (materno o furmulato) a una alimentazione “mista” in cui trovano posto i cerali, la carne, la frutta e la verdura.Il periodo più appropriato per l’inizio dello svezzamento si colloca tra il 4° e il 6° mese: Si inizia gradualmente sostituiendo un pasto di latte (di solito quello di mezzogiorno), con una pappa in brodo vegetale a cui si possono aggiungere altri alimenti: crema di riso, carne, olio di oliva e parmigiano grattugiato. Trascorso un mese anche la poppata della sera verrà sostituita da una pappa a base di brodo magro di carne a cui si aggiunge il formaggino. È importante nel 2° semestre di vita fornire al b. almeno mezzo litro di latte al giorno, diviso tra la prima colazione e la merenda, per assicurargli un adeguato e necessario apporto di sali di calcio. Allo scadere del 1° anno di vita il b. è in grado di mangiare di tutto, ed è questo il momento più adatto per cominciare a dargli un’educazione dietetica, che ha lo scopo di abituarlo a mangiare in modo sano.A 2 anni il b., seppure inconsciamente, è capace di autoregolare la propria dieta, cioè di stabilire approssimativamente la quantità di cibo che gli è necessaria per sentirsi sazio e di scegliere quello che più gli piace.Seconda e terza infanziaCon il compimento del 2° anno l’accrescimento ponderale avviene più lentamente verso la fine del 2° anno viene quadruplicato il peso iniziale e successivamente l’aumento è di 1,5 kg ca. l’anno, per crescere poi a mano a mano che si avvicina l’epoca della pubertà, fino a 2-2,5 kg l’anno.La statura aumenta molto più lentamente del peso: solo attorno ai 4 anni viene raddoppiata, attorno ai 13 viene triplicata. Anche per l’accrescimento in altezza il ritmo può subire notevoli variazioni. Nel 2° anno l’aumento complessivo è di 10 cm ca. Negli anni successivi si ha un aumento di 5 cm ca. l’anno in media.Fino ai 10 anni d’età circa i maschi hanno una statura leggermente superiore a quella delle femmine successivamente queste, che vanno incontro prima dei maschi alla maturazione puberale, prendono il sopravvento per venire poi nuovamente raggiunte e superate dai maschi dopo i 14-15 anni. La pubertà infatti coincide con un rapido incremento dell’accrescimento staturale.Peso e statura non procedono quindi strettamente paralleli nel loro aumento anzi, in senso generale si può dire che vi sia alternanza di aumento di peso e aumento di altezza. Dalla fine del 1° alla fine del 4° anno si ha una prevalenza dell’aumento ponderale (turgor primus) dai 5 ai 7 anni una prevalenza dell’aumento di statura (proceritas prima), seguita, dai 9 agli 11 anni, da un nuovo prevalere dell’accrescimento di peso (turgor secondus) e poi ancora da un accrescimento in altezza (proceritas secunda). Si sono costruite tabelle e curve di vario tipo alle quali fare riferimento per valutare il normale procedere dell’accrescimento, o le sue alterazioni. Sono da usare come linee-guida ma non sono, ovviamente, da prendere alla “lettera”.Come già detto, nell’età infantile l’accrescimento è caratterizzato anche da importanti modificazioni morfologiche dei diversi organi e apparati, con maturazione e differenziazione di strutture e funzioni. Sono tali la comparsa dei denti e l’acquisizione della capacità di masticare, l’ossificazione del sistema scheletrico, le diverse modificazioni dell’apparato cardiocircolatorio e della sua attività, i processi involutivi a carico del timo ecc.Le variazioni più importanti e significative riguardano tuttavia lo sviluppo del sistema nervoso centrale, la cui progressiva maturazione comporta l’acquisizione di importanti attività: motilità volontaria e coordinazione di tutte le attività muscolari, sviluppo della fonazione e del linguaggio, sviluppo di attività psichiche che si manifestano con particolari comportamenti individuali e sociali.- Il linguaggio. A 3 anni e mezzo il b. possiede praticamente tutte le strutture sintattiche fondamentali della lingua conosce quasi un migliaio di parole e il proprio nome e cognome fa molte domande (inizia il periodo dei “perché”, che finisce verso i 6 anni). Da questo momento il vocabolario si espande con un ritmo di 300 parole ca. al semestre, e a sei anni si può dire che il suo linguaggio abbia quasi raggiunto la completezza.In tutto il lavorio di apprendimento e di elaborazione successivi del linguaggio interagiscono principi di analisi, apportati dalla struttura mentale del soggetto, e dati linguistici provenienti dall’ambiente.Lo sviluppo armonico dell’attività motoria e del linguaggio, delle funzioni psichiche e dei comportamenti che si collegano al passaggio da una condizione di assoluta dipendenza a una vita in gran parte autonoma, può essere variamente condizionato, talvolta modificato da fattori genetici, malattie neurologiche o muscolari ereditarie o acquisite, stress psichici, o altre cause esse possono determinare ritardi o anomalie di vario tipo, che possono interessare singolarmente o globalmente le diverse funzioni inducendo anche modificazioni del comportamento.Il pensieroLo sviluppo coordinato e armonico degli elementi indicati è condizione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza e la formazione del pensiero. Si può considerare schematicamente che questo avvenga durante 4 stadi.Il 1° stadio dura fino ai 2 anni di età e prepara la base per lo sviluppo del pensiero mediante l’acquisizione di invarianti percettive. Il b. cioè impara a percepire come invarianti certi aspetti dell’ambiente, anche se gli appaiono sotto diverse forme. Impara i significati delle cose che percepisce in base alle qualità sensoriali dirette, e al modo in cui gli oggetti reagiscono a colpi, torsioni ecc. che egli imprime loro.Il 2° stadio dura fino ai 7 anni di età e sviluppa il pensiero intuitivo preoperatorio il b. arriva ai concetti elementari di spazio, tempo, causalità, ma sempre a uno stadio preoperatorio, in cui attua giudizi intuitivi sulle relazioni. Non è ancora arrivato alla nozione di conservazione o invarianza del numero e della quantità presta attenzione a una proprietà per volta, senza tener conto del fatto che due o più proprietà possono influenzarsi reciprocamente. Il 3° stadio, detto del pensiero operatorio concreto, dura fino agli 11 anni di età e si presenta dopo molte esperienze relative allo stadio precedente. Presenta la caratteristica di reversibilità: il soggetto è in grado di risalire mentalmente al punto di partenza di un’operazione fisica, e rendersi conto delle trasformazioni esteriori avvenute. Classifica gli oggetti in gruppi, opera sostituzioni, ma sempre legato a oggetti visibili e tangibili. Non riesce a immaginare rapporti potenziali e neppure a operare su rapporti possibili tra oggetti non immediatamente percepibili. Il 4° stadio prosegue oltre gli 11 anni e presenta proprio questa capacità. Essa si sviluppa con il pensiero operatorio astratto, per il quale il soggetto è capace di pensare in base a proposizioni puramente logiche. Lo sviluppo psichico del b. può essere valutato sottoponendolo a test mentali di difficoltà diversa a seconda dell’età. Con tali test viene definita l’età mentale del soggetto attraverso uno studio e una valutazione complessiva della sua intelligenza, paragonata con quella di soggetti normali di età diversa.
Questo confronto si può esprimere anche mediante il cosiddetto quoziente intellettivo, che si ottiene facendo il rapporto tra età mentale ed età reale (dividendo l’età mentale per l’età reale e moltiplicando per 100). Nel b. normale tale rapporto è uguale a 100, nel b. precoce è superiore, mentre è minore nel b. con un ritardo nello sviluppo psichico.

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BANCA

Termine consuetamente utilizzato in medicina per indicare un centro specializzato in cui si esegue il prelievo e si procede alla conservazione di organi e materiale biologico per un periodo di tempo prolungato. Le banche del sangue, dei tessuti, degli organi, delle ossa ecc. sono collegate ai centri specializzati in trasfusioni e trapianti.

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BANCA DEGLI ORGANI

Complesso di strutture preposte alla conservazione di organi o di tessuti in previsione della loro utilizzazione per un trapianto. La conservazione degli organi prelevati ad un donatore ed in attesa del loro impiego rappresenta il punto critico dei trapianti d’organo. I tessuti biologici infatti, posti in condizioni diverse da quelle naturali, vanno incontro ad una rapida degenerazione. Di qui la necessità di mettere a punto metodi di conservazione dei tessuti espiantati che ripropongano le condizioni di origine, o che quanto meno ritardino i processi degenerativi. I tentativi fatti in tal senso ricorrendo a diversi artifizi (applicazione di basse temperature o di elevate pressioni di ossigeno, perfusione con soluzioni speciali) non consentono di protrarre la conservazione oltre le 48 ore, pertanto la realizzazione delle banche degli organi è ancora in fase sperimentale.

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BANCA DEL SANGUE

Complesso in cui vengono analizzati e successivamente conservati gli emoderivati raccolti dalla donazione spontanea di donatori abituali o occasionali.

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BANCA DEL SEME

Complesso in cui viene raccolto, analizzato e conservato il liquido seminale di donatori o di pazienti infertili o che devono essere sottoposti a terapie che potrebbero renderli tali per poter utilizzare in un secondo momento gli spermatozoi raccolti (vedi scheda BANCA DEI TESSUTI).

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BANTI, malattia di

Detta anche splenomegalia congestizia cronica (prende il nome da Guido Banti, patologo italiano - Montebicchieri, Pisa 1852 - Firenze 1925) malattia caratterizzata inizialmente dall’aumento di volume della milza associata a modica anemia e leucopenia, in seguito da aumento di volume del fegato.

Sintomi
Può presentarsi con disturbi digestivi, segni di ipertensione del circolo portale e infine dall’instaurarsi, anche a distanza di molti anni, della cirrosi epatica con gravi e catastrofiche sindromi emorragiche da varici esofagee o gastriche

Diagnosi
Bisogna verificare l’eventuale presenza di una patologia epatica o di un fatto trombotico a carico della vena splenica.

Terapia
La terapia, a parte le cure dello stato anemico, si basa prevalentemente sull’asportazione della milza.

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BARANY, prova di

(Prende nome da Robert Barany, medico austriaco - Vienna 1876 - Uppsala 1936), esame clinico con cui si studia il sistema vestibolare.Consiste nello stimolare il sistema vestibolare dell’orecchio interno da cui dipende la regolazione dell’equilibrio e dell’orientamento nello spazio, grazie ai canali semicircolari, i quali svolgono un ruolo fondamentale.L’esame si esegue ponendo il paziente, a occhi bendati, su una seggiola rotante che viene progressivamente accelerata, per un tempo opportuno. La risposta dell’apparato vestibolare si esprime attraverso una serie di scosse ritmiche degli occhi (nistagmo oculare), la cui valutazione può dare indicazioni sullo stato funzionale e su eventuali alterazioni dell’orecchio interno e determinare l’origine di certe sordità e quella delle vertigini.L’esame vestibolare può essere effettuato anche con un’altra metodica, versando nell’orecchio un liquido caldo o freddo e stimolando o inibendo artificialmente quest’apparato. Questo può provocare vertigini e un nistagmo, un movimento pendolare dello sguardo, alternativamente lento e rapido. È possibile anche ottenere una registrazione grafica del nistagmo attraverso una derivazione dei potenziali corneoretinici con un esame che si chiama elettronistagmografìa. Di recente sono stati realizzati particolari software in grado di acquisire ed analizzare mediante un computer la registrazione videonistagmoscopica (videonistagmografia) che, probabilmente, è destinata a soppiantare con il tempo l’elettronistagmografia per la sua maggior affidabilità e praticità.

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BARBITURICI

Composti chimici derivati dall’acido barbiturico o malonilurea, che si caratterizzano soprattutto per la loro azione ipnotica e sedativa, in quanto essi deprimono l’attività del sistema nervoso centrale. La durata della loro azione è diversa, in rapporto alla diversa velocità con cui vengono rimossi per essere metabolizzati dal fegato e quindi eliminati dai reni. In questo senso si distinguono in barbiturici:- ad azione prolungata (più di 8 ore) quali il barbitale e il fenobarbitale - ad azione intermedia quali l’amobarbitale - ad azione breve (meno di 8 ore) quali il ciclobarbitale e il pentobarbitale - ad azione brevissima (meno di 2 ore) quali l’esobarbitale e il tiopentale.A seconda del loro effetto farmacologico si dividono in b. ipnotico-sedativi e b. anestetici. Gli altri principali effetti dei b., oltre a quello ipnotico ed anestetico, sono l’effetto anticonvulsivante, che ne giustifica l’impiego nella terapia dell’epilessia, del tetano, dell’eclampsia, o per contrastare l’azione dei farmaci convulsivanti l’effetto analgesico, considerato un effetto minore, sfruttato per combattere il dolore dopo interventi operatori l’effetto sedativo sul sistema nervoso vegetativo, che provoca ipotermia e depressione dell’attività respiratoria: quest’ultimo effetto è la causa della morte nei casi di avvelenamento.L’azione dei b. è parzialmente ostacolata da sostanze cosiddette “stimolanti del sistema nervoso centrale” quali caffeina e stricnina, soprattutto se somministrate nello stesso tempo, mentre l’azione dei b. viene potenziata dall’alcol, dalla reserpina, da farmaci tranquillizzanti fenotiazinici e da altri ipnotico-sedativi non b. Se somministrati in dosi eccessive, o se assunti in grande quantità a scopo suicida provocano una forma di avvelenamento che si manifesta essenzialmente con perdita della coscienza e coma, cui può seguire la morte. Oggi l’uso clinico dei b. è drasticamente ridotto rispetto al passato, anche perché in gran parte sostituiti dalle benzodiazepine. Alcuni usi residui sono relativi a particolari applicazioni in anestesia, nella cura dell’epilessia o ad altre situazioni specifiche e limitate.Intossicazione AcutaLe manifestazioni più caratteristiche sono: alito agliaceo, polipnea con respiro superficiale e talvolta cianosi, ipertermia centrale precoce per un’alterazione dei centri termoregolatori, tachicardia e tendenza all’ipotensione, progressiva scomparsa dei riflessi tendinei, di quello pupillare, corneale, plantare, talora quello di Babinski. Relativamente frequente è l’insorgenza durante il decorso della malattia di complicanze broncopolmonari (polmonite ipostatica, broncopolmonite, edema polmonare), di decubiti nei punti di appoggio, di paresi intestinali. Le morti precoci sono normalmente da ascriversi ad uno stato di shock con arresto respiratorio.Il trattamento dell’intossicazione da b. si rivolge in due direzioni: allontanamento del veleno e terapia sintomatica. La prima è realizzata mediante l’attuazione di lavanda gastrica (se il malato è cosciente), diuresi forzata e, nel caso di coma prolungato, emodialisi quella sintomatica mediante la messa in opera di tutti i mezzi di rianimazione necessari.Intossicazione CronicaUn altro aspetto della tossicologia da b. è quello connesso alle intossicazioni croniche, sia da prolungato uso terapeutico, sia da abuso, che sfocia in gravi tossicomanie (le cosiddette tossicomanie minori) seguite spesso da sindromi da astinenza. In entrambi i casi le manifestazioni dell’impiego cronico sono indebolimento dell’attività mentale e delle facoltà critiche, confusione, depressione, melanconia, regressione psichica, per cui il soggetto continua ad assumere il farmaco anche fino alla morte.La sindrome da astinenzaCome d’altra parte avviene per gli stupefacenti, è caratterizzata da agitazione, tensione, tachicardia, febbre sintomi che compaiono particolarmente nelle ore notturne e si susseguono a intervalli durante i quali il tossicomane rimane in uno stato stuporoso. Si possono inoltre verificare in questo stadio episodi convulsivi, che possono erroneamente essere diagnosticati come manifestazioni di epilessia: in questa evenienza esiste il pericolo che il medico somministri ancora b. portando ovviamente ad un progressivo aggravamento della situazione.

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BARESTESIA

Tipo di sensibilità dei tessuti profondi alla pressione esercitata su vari segmenti del corpo. Alterazioni della b. si hanno nelle tabe, nelle polineuriti pseudotabetiche e nelle affezioni cerebellari.

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BARIO

Sostanza usata in radiologia in quanto opaca ai raggi X. Si usa sotto forma di solfato di b. purissimo con il quale si preparano sospensioni in acqua. Insolubile nell’acqua e nei liquidi organici, non è assorbito dalle pareti del tubo digerente per questo motivo è il mezzo di contrasto per eccellenza nell’esame radiologico dell’apparato digerente.

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BARIO, avvelenamento da

I sali assorbibili di b. (carbonato, idrato e cloruro) sono altamente tossici. La dose letale di b. assorbito è 1 g. Le intossicazioni hanno di solito carattere accidentale (il carbonato di b. è un componente di prodotti antiparassitari).Le principali manifestazioni cliniche della intossicazione acuta sono tremori e convulsioni. La morte può sopraggiungere in seguito a depressione cardiaca e respiratoria.La terapia consiste nella rapida somministrazione orale di un solfato solubile in acqua che agisca facendo precipitare il b. come solfato insolubile.

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BARIOLITO

Termine usato in gastroenterologia per indicare residui di solfato di bario rimasti nel tubo digerente dopo la ingestione di tale sostanza per esami radiografici. I barioliti possono causare disturbi di varia gravità in relazione al loro volume e alla loro posizione. Si eliminano con la somministrazione di purganti oleosi o con clisteri.

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BARLOW, morbo di

(Prende il nome da Thomas Barlow, pediatra britannico - Edgeworthstown, Lancashire 1845 - Londra 1945), o morbo di Moeller-B. o scorbuto infantile, malattia causata da carenza di vitamina C (acido ascorbico) che si presenta soprattutto nei lattanti alimentati artificialmente con latte sterilizzato. L’acido ascorbico è formato da una catena di 6 atomi di carbonio e presenta quindi analogie strutturali con i glucidi, più precisamente con gli esosi. La vitamina C è necessaria alla biosintesi del collageno, la proteina strutturale del tessuto connettivo. Questa sua azione spiega, almeno in parte, i sintomi dello scorbuto: le modificazioni patologiche dei denti e delle gengive (infiammazioni ed emorragia), la fragilità dei vasi e dei capillari, la difficoltà di guarigione delle ferite e la formazione di ulcere, pallore, tumefazioni dolorose in corrispondenza delle epifisi delle ossa lunghe e delle articolazioni costo-cartilaginee, dovute a ematomi sottoperiostei in particolare le coste presentano nodulazioni in parte simili a quelle che si hanno nel rachitismo (rosario scorbutico).A differenza di quanto avviene per la maggior parte delle vitamine idrosolubili, l’organismo è in grado di accumulare, naturalmente entro certi limiti, riserve di vitamina C, perciò la comparsa dei sintomi dello scorbuto in soggetti che si sottopongono volontariamente a una dieta carente accade dopo più di quattro mesi.La vitamina C è contenuta nella frutta e nella verdura fresche. La cottura e i trattamenti industriali provocano una perdita sensibile di acido ascorbico.Il livello di assunzione raccomandato è di 45 mg/die. È stato anche suggerito di somministrare molti grammi di vitamina C il giorno per mantenere un buono stato di salute e per aumentare le difese contro le infezioni, in particolare per combattere il comune raffreddore.Oggi questi suggerimenti sono messi seriamente in dubbio. Alcuni autori sostengono inoltre che l’assunzione prolungata di vitamina C possa essere controindicata in particolare nei soggetti con tendenza all’osteoporosi.Quindi la consuetudine di assumere nella dieta supplementi vitaminici in modo arbitrario dovrebbe essere bandita.

Terapia
La terapia consiste nella somministrazione di vitamina C, ma è soprattutto importante con tale mezzo prevenire la manifestazione della malattia nei bambini allattati artificialmente.

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BAROCETTORE

Stutture recettoriali specializzate nella rilevazione della pressione all’interno dell’albero vascolare del nostro corpo. Tali strutture risentono dello stiramento subito dalla parete vascolare e trasmettono impulsi per modificare la pressione (se la pressione sale l’aumento degli impulsi in uscita dai barocettori stimola il nervo Vago, il centro cardioacceleratore e il centro vasocostrittore con conseguente riduzione della pressione arteriosa. Al contrario se la pressione si abbassa tali strutture sono in grado di farla risalire).I b. più importanti sono quelli situati nel seno carotideo e nell’arco aortico.I b. del seno carotideo sono le cause degli svenimenti improvvisi degli uomini che si stanno rasando la barba o si stringono troppo la cravatta (questo perché tali manovre determinano una stimolazione inappropriata di tali recettori che interpretano la compressione come un eccessivo aumento della pressione circolatoria).

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BAROPATIA

Sindrome clinica determinata dalla sensibilità dell’organismo alle variazioni di pressione atmosferica. Le escursioni pressorie dovute al variare delle condizioni meteorologiche non si accompagnano a quadri clinici apprezzabili. Diversa rilevanza hanno invece sull’organismo le variazioni di pressione che si creano in condizioni particolari in tali casi possono essere superate le possibilità di adattamento cui l’organismo ricorre attuando meccanismi di compenso.

Cause
Una forte diminuzione del livello di pressione atmosferica si osserva alle grandi altitudini raggiungibili in montagna o con mezzi volanti. Le sindromi cliniche correlate prendono il nome di mal di montagna o di malattia degli aviatori e sono legate sostanzialmente alla diminuzione della pressione parziale dell’ossigeno atmosferico. Tale diminuzione infatti comporta una minore capacità dello stesso ossigeno di legarsi all’emoglobina del sangue, cui consegue una generale depressione del metabolismo organico.

Sintomi
I sintomi più lievi comprendono malessere, perdita di forze, mal di testa, capogiro sintomi più accentuati sono la nausea, il vomito, la caduta della pressione arteriosa, la perdita di conoscenza. Naturalmente nella determinazione di tale sindrome hanno parte anche altri fattori, quali le condizioni dell’organismo, l’entità dello sforzo muscolare, l’allenamento fisico, l’abitudine alle basse pressioni ecc. L’organismo reagisce a tali condizioni sfavorevoli aumentando la frequenza del battito cardiaco e la frequenza e la profondità degli atti respiratori, mettendo in circolo le riserve di sangue mantenute in vari distretti (muscoli, milza, fegato) e, se l’esposizione alle basse pressioni è protratta, incrementando la produzione dei globuli rossi. I disturbi descritti si riducono e scompaiono con il ritorno a quote inferiori, con l’uso di analettici e ricorrendo alla inalazione di ossigeno.Le baropatie legate all’aumento della pressione atmosferica non dipendono tanto dall’aumento in sé dei livelli pressori, che sono tollerati assai bene dall’organismo, quanto dal ritorno a regimi pressori normali. Infatti l’incremento pressorio si accompagna ad un aumento, anche molto rilevante, del volume dei gas disciolti nel sangue. Il ritorno lento e controllato alle condizioni basali consente la graduale eliminazione della quota di gas in eccesso. Al contrario, la decompressione rapida provoca una tumultuosa liberazione dei gas disciolti cui consegue la formazione di embolie. Si riconoscono due principali quadri patologici, che possono portare anche alla morte si osservano in pescatori subacquei, palombari, tecnici che lavorano nelle profondità marine, e sono conosciute con il nome di malattia dei cassoni o malattia dei palombari (aeroembolismo discarico) e sovradistensione polmonare (o embolia traumatica). Nel primo caso i tessuti più a rischio sono quelli più ricchi di grassi e scarsamente vascolarizzati. La sindrome più nota dovuta all’inalazione di aria a pressione elevata viene detta baronarcosi essa è dovuta alla notevole solubilità dell’azoto nel tessuto nervoso e consiste in un disturbo della coscienza caratterizzato da euforia, senso di ebbrezza, perdita del controllo delle proprie azioni. La sovradistensione polmonare può colpire soggetti che respirano una miscela sottopressione e che, in risalita, trattengono il respiro senza compensare: aumenta a dismisura il gas contenuto nell’albero respiratorio, con possibili lesioni a livello polmonare (pneumotorace, embolia etc.).

Terapia
La terapia, in entrambi i casi, consiste, dopo rianimazione se necessaria, nell’immediata ricompressone del paziente in particolari strutture (camere iperbariche): si eliminano le bolle gassose e si eliminano i sintomi, decomprimendo poi gradualmente.

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BAROTRAUMA

Danno fisico a tessuti corporei, secondario ad una differenza di pressione tra uno spazio aereo interno o prossimo al corpo e il gas o il liquido circostante. Un barotrauma colpisce tipicamente spazi aerei intracorporei nel momento in cui il corpo proviene o si dirige verso ambienti a pressione più elevata, come nel caso di immersioni subacquee o atterraggi o decolli aerei. L’interrelazione tra il volume di uno spazio aereo e la pressione ambientale è definita dalla legge di Boyle, che correla volume, pressione e temperatura di un gas ideale. La legge di Boyle consente di comprendere perché è importante compensare (aumentare il volume di aria nelle trombe di Eustachio per bilanciare la compressione in volume dell’aria) in corso di un’immersione ed esalare aria dai polmoni (per evitare una eccessiva distensione) in fase di risalita.Il barotrauma riguarda i tessuti circostanti spazi aerei intracorporei perché i gas sono assai più comprimibili dei tessuti. In caso di aumenti repentini della pressione ambientale l’aria interna offre scarso supporto ai tessuti circostanti, mentre in caso di marcata riduzione della pressione ambientale il relativo amento pressorio dei gas interni può danneggiare i tessuti circostanti se i gas rimangono intrappolati.Gli organi più soggetti a barotrauma in occasione di immersione subacquee sono l’orecchio medio, i seni paranasali, i polmoni (il rischio è particolarmente elevato in caso di immersioni con bombole, visto che la pressione di erogazione del respiratore è di circa il doppio della pressione atmosferica), gli occhi (in questo caso lo spazio aereo è rappresentato dall’aria intrappolata dentro la maschera) e la cute (se il sub indossa una muta capace di intrappolare una quantità significativa di gas).
Un barotrauma è causato da un’inefficace manovra di compensazione della pressione. Durante una discesa subacquea, la pressione crescente sulla membrana timpanica, non compensata, ne causa un’introflessione (che dal punto di vista clinico può generare senso di ottundimento e otalgia vera e propria) e persino la rottura. È necessario attuare specifiche manovre che aumentino la pressione a livello rinofaringeo: deglutizione, masticazione e manovra di Valsava. Quest’ultima si esegue stringendo con le dita le narici, spingendo a bocca chiusa l’aria verso il naso e contraendo l’addome. In tal modo l’aria, attraverso i condotti tubarici, riesce a equilibrare i valori pressori dell’orecchio medio con quelli esterni.

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BARRETT, esofago di

Quadro clinico descritto nei soggetti colpiti da esofagite cronica da reflusso e diagnosticabile con l’esame endoscopico. Questo rivela, all’estremo distale dell’esofago, la presenza di chiazze rosse riferibili alla trasformazione (metaplasia) dell’epitelio pavimentoso dell’esofago in un epitelio cilindrico simile a quello gastrico.

Sintomi
Sintomi clinici dell’esofago di B. sono quelli del reflusso gastroesofageo, ma l’esperienza recente dimostra che nel 10% ca. dei casi la lesione metaplastica può evolvere in adenocarcinoma.

Diagnosi
Viene effettuata endoscopicamente. È necessario effettuare controlli bioptici ripetuti per valutare il grado di displasia o le alterazioni precoci dell’adenocarcinoma.

Terapia
Si basa sugli antiacidi (H2-antagonisti e inibitori di pompa protonica). In caso di persistenza della displasia grave e addirittura di presenza di cellule tumorali l’unica terapia è quella chirurgica, che prevede l’esofagectomia.

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BARRIERA EMATOENCEFALICA

(O barriera emato-liquorale) “membrana” che si comporta non come un semplice filtro ma esercita una selezione attiva, tra circolazione sanguigna e liquido cefalorachidiano, consentendo il passaggio di alcune sostanze, ma non di altre (come accadrebbe se ciò ubbidisse soltanto a un processo chimico-fisico di filtrazione). La barriera emato-encefalica è importante anche sul piano terapeutico la sua attività selettiva assicura inoltre la “costanza” della composizione del liquor e, con essa, la stabilità dell’ambiente chimico in cui si trova il sistema nervoso centrale. Il liquor ha una funzione meccanica di sostegno e di protezione: esso, infatti, avvolgendo in ogni punto della loro superficie l’encefalo e il midollo spinale li sostiene e impedisce che vengano a contatto con le pareti ossee della cavità che li contengono in caso di urti o bruschi movimenti. Contribuisce, inoltre, per la sua mobilità, a mantenere costante il rapporto pressione-volume nella scatola cranica e nel cavo rachideo (canale vertebrale). Al liquor viene anche attribuita una funzione metabolica, a significato nutritivo (quale veicolo di sostanze, anaboliti, provenienti dal sangue arterioso e destinate al tessuto nervoso) ed escretivo (quale veicolo di prodotti del catabolismo delle cellule nervose destinati a essere eliminati).

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BARTOLINI, ghiandole di

(Prende il nome da Caspar Bartholin, anatomico danese - Copenaghen 1655-1738), ghiandole disposte ai lati del canale vaginale annesse al vestibolo, dotate di un condotto escretore che sbocca internamente alle piccole labbra, in prossimità della vagina. Piccole nella bambina, esse si accrescono all’epoca della pubertà e producono un secreto vischioso, particolarmente durante il rapporto sessuale. Sono analoghe delle ghiandole bulbo-uretrali di Cowper nel maschio. Hanno la forma di una piccola mandorla (diametro max 10-15 mm). Dal punto di vista istologico sono ghiandole tubulo-alvelari.

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BARTOLINITE

Infiammazione della ghiandola di Bartolini, dovuta a infezione della stessa da parte dei comuni germi piogeni o del gonococco (agente della blenorragia). Può interessare una sola o entrambe le ghiandole, e si manifesta con una tumefazione del terzo inferiore del grande labbro, associata a dolore vivo, arrossamento e tensione della cute sovrastante: tale tumefazione può accrescere fino a raggiungere le dimensioni di una noce e provoca forte dolore nella deambulazione, nella stazione seduta e durante i rapporti sessuali.Il processo evolve verso la suppurazione e richiede terapia antibiotica e intervento chirurgico di incisione e drenaggio. Come conseguenza dell’infiammazione si può avere l’occlusione del dotto escretore: l’accumulo del secreto trasforma la ghiandola in una cisti che va asportata chirurgicamente. Soprattutto in fase post-acuta è possibile praticare la cosiddetta marsupializzazione, cioè incidere ed estroflettere mediante punti di sutura i due margini esterni della ghiandola, al fine di evitare nuovamente la chiusura della struttura ghiandolare con rischio aumentato di recidive cliniche.

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BARTONELLOSI

(Dal nome del genere Bartonella), malattia infettiva provocata da un microrganismo, la Bartonella bacilliformis, che ha forma di un corto bacillo mobile Gram-positivo e che si moltiplica nei globuli rossi e nelle cellule endoteliali. Tale malattia si osserva solo nell’America meridionale in alcune valli delle Ande ed è trasmessa dalla puntura di un insetto, il Phlebotomus verrucanum.

Sintomi
Si manifesta, dopo un periodo di incubazione di 2-16 settimane dalla puntura dell’insetto infettato, con la comparsa improvvisa di febbre alta (febbre di Oroya, dal nome di una città delle Ande peruviane), che persiste molto a lungo insieme a debolezza estrema, grave anemia e intensi dolori muscolari e articolari, potendo portare anche a morte. Nei soggetti che sopravvivono, dopo un periodo di tempo variabile si sviluppano lesioni nodulari alla cute della faccia e degli arti, determinate da un processo infiammatorio cronico granulomatoso (verruca peruviana). Tali lesioni persistono a lungo con tendenza a sanguinare o ad infettarsi, per poi regredire lentamente.

Diagnosi
Per la diagnosi è importante il riconoscimento dei germi negli strisci di sangue durante la fase acuta, o negli endoteli vascolari dei noduli cutanei nello stadio della verruca.

Terapia
La terapia si basa sulla somministrazione di antibiotici, il farmaco più usato è il Cloramfenicolo.

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BASALIOMA

(O epitelioma basocellulare). È un tumore maligno che, in pratica, non dà luogo a disseminazione metastatica. La sua malignità è pertanto locale, in quanto, lasciato a sé, tende a estendersi in superficie e in profondità, compromettendo organi e strutture con le quali si trova in rapporto di contiguità e determinando danni sempre più gravi che possono concludersi con la morte del paziente per erosione di un vaso ed emorragia infrenabile. L’andamento clinico di questo tumore è lentissimo. Il tumore compare prevalentemente sulle zone fotoesposte (fronte, alle tempie, al naso, alle palpebre), però non esiste rapporto fra regione del viso maggiormente esposta alle radiazioni e comparsa dell’epitelioma basocellulare. Frequentemente infatti si riscontra l’epitelioma basocellulare sulle regioni palpebrali, sull’angolo interno dell’occhio o in regione retroauricolare o temporale. È più frequente nell’uomo, rispetto alla donna e nelle persone di pelle chiara, cosparsa di efelidi, mentre è raro nelle razze colorate.

Quadro clinico
Si presenta sotto aspetti diversissimi: più comunemente inizia come una piccola area traslucida, rotondeggiante od ovalare, che si estende molto lentamente in superficie, raggiungendo talvolta dimensioni enormi, impiegandovi decine di anni. In altri casi vi sono forme caratterizzate da una maggiore o minore tendenza all’ulcerazione, lesione denominata ulcuns rodens, questa di solito ha una forma allungata e presenta bordi costituiti da una serie ravvicinata di piccoli noduletti perlacei, traslucidi, i quali formano un orletto rilevato molto caratteristico mentre il fondo è leggermente sanguinante. Altre forme sono caratterizzate dalla tendenza ad accrescersi in profondità altre assumono un aspetto cicatriziale e altre ancora, per il prevalere del pigmento nel loro contesto, si presentano di colore scuro e vengono perciò denominate epiteliomi basocellulari pigmentati. La presenza di numerosi melanociti nel contesto del tumore medesimo conferisce a quest’ultimo un colore nero, mentre istologicamente saranno osservabili anche ammassi di pigmento che si trova libero nello stroma che circonda il tessuto tumorale vero e proprio.Dal punto di vista istologico le cellule che compongono il tumore sono tutte uguali e ricordano, per la loro forma e per i caratteri tintoriali, quelle che costituiscono lo strato basale dell’epidermide. Il nome di epitelioma basocellulare si giustifica dunque per la somiglianza che le cellule tumorali hanno nei confronti delle cellule dello strato basale o germinativo dell’epidermide. Questa somiglianza è ancora più evidente nelle cellule che sono disposte alla periferia dei blocchi tumorali, in quanto esse dimostrano una disposizione “a palizzata” e una forma cilindrica talvolta molto evidente. La proliferazione tumorale, in sezione longitudinale, può assumere aspetti ramificati molto caratteristici “a corna di cervo” o risultare costituita da grossi blocchi cellulari omogenei che si spingono profondamente nel derma nel contesto delle masse tumorali talvolta si formano cavità pseudocistiche. In altri casi, la disposizione delle cellule tumorali può ricordare la struttura delle ghiandole sudoripare e, in tal caso, si parla di basalioma adenoide.Le teorie sull’istogenesi dell’epitelioma basocellulare sono numerose: la variabilità del quadro istologico lascia ammettere la sua derivazione da più d’una delle strutture epiteliali che compongono la cute. Si suppone quindi che l’epitelioma basocellulare possa avere anche un’origine multicentrica. Si deve tenere presente che le strutture istologiche con aspetto cistico o adenoide possono assumere aspetti simili agli annessi della cute, senza peraltro avere una vera e propria derivazione diretta dagli annessi cutanei.

Diagnosi
La diagnosi differenziale dell’epitelioma basocellulare si pone soprattutto nei confronti del carcinoma spinocellulare, anche se esistono numerose altre affezioni dermatologiche da tener presenti (nevi, verruche, cheratosi senili, sifilodermi nodulari, lupus volgare ecc.) L’esame istologico perciò si raccomanda in tutti i casi e ha valore dirimente su ogni altra considerazione clinica.

Terapia
Nonostante l’epitelioma basocellulare, sia un tumore maligno che non dà metastasi, questo tende inevitabilmente, se non trattato, ad estendersi in superficie e in profondità fino ad aggredire, dopo un decorso che può durare molti anni, strutture vitali con compromissione della vita stessa del paziente.
Lesioni piccole, ben circoscritte, di cui è possibile apprezzare la superficialità, possono essere distrutte mediante curettage più diatermocoagulazione. In altri casi sarà preferibile provvedere all’asportazione chirurgica di tutta la lesione, comprendendo una stretta striscia di cute sana periferica, cosa che consentirà di ottenere una precisa definizione istologica della sua estensione in superficie e in profondità. In alcuni casi è opportuno applicare la plesioroentgenterapia, una particolare modalità di terapia radiante. La tecnica di rimozione delle neoplasie secondo Mohs può essere vantaggiosamente impiegata in quei casi nei quali l’estensione della neoplasia, la sede o l’età del paziente rendono problematico il trattamento della neoplasia con altre metodiche.

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BASE

Termine usato in chimica con cui si definisce una sostanza che dissociandosi assume idrogenioni dalla soluzione.

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BASE CRANICA

Una delle due parti in cui è divisa la scatola cranica. Risulta costituita da numerose ossa che dall’avanti all’indietro sono: il frontale, l’etmoide, lo sfenoide, il temporale e l’occipitale.

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BASEDOW, morbo di

(Prende il nome da Karl von Basedow, medico tedesco - Dessau 1799 - Marsenburg 1854, o morbo di Graves o morbo di Flaiani-Basedow), malattia dovuta ad eccessiva produzione di ormone tiroideo per aumento della funzionalità della tiroide.Più frequente nelle giovani donne è spesso accompagnato da oftalmopatia (in genere bilaterale, ma può essere più pronunciato da un lato rispetto all’altro) e da gozzo. Tra gli altri segni caratteristici rispetto alle altre forme di ipertiroidismo ricordiamo, oltre all’oftalmopatia (esoftalmo e infiammazione orbitaria) anche il mixedema pretibiale. È definito anche gozzo tossico diffuso. Si riscontrano spesso alti titoli di TsAb, cioè autoanticorpi antirecettore per la tireotropina, che causano ipertiroidismo simulando l’azione del TSH sul tessuto tiroideo. Spesso la produzione di questi anticorpi è innescata da un danno della tiroide capace di stimolare i linfociti B a produrre TsAb. Nelle cellule di questi pazienti vi possono essere antigeni di istocompatibilità di classe seconda (HLA-Dr) che potrebbero avviare un’anomala funzione linfocitaria. Appartiene ai disordini ipertiroidei associati ad alta captazione di iodio.

Terapia
La terapia si può attuare a tre livelli:- terapia medica: si basa sull’uso di farmaci in grado di bloccare la produzione ormonale da parte della tiroide. Tra questi i farmaci tireostatici sono quelli di più largo impiego (propiltiouracile, metimazolo, carbimazolo in Europa). Essi agiscono bloccando la sintesi degli ormoni tiroidei. Il trattamento, in genere ben tollerato, va di norma proseguito per 12-14 mesi, sebbene alcuni suggeriscano un’azione immunomodulante in grado di portare a remissione completa. Nell’ipertiroidismo possono essere usati anche farmaci beta-bloccanti (propranololo) che agiscono a livello periferico con un rapido effetto sintomatico su alcune manifestazioni (tremori, tachicardia, sudorazioni ecc.). In alcuni casi la terapia con propanololo porta ad una riduzione dei livelli sierici della T3, poiché inibisce la conversione tra T4 e T3 in ogni caso per mantenere la sua efficacia va assunto ogni 6 ore. Altri farmaci come l’atenololo possono essere somministrati ad intervalli più lunghi.- terapia radiante: ben tollerata, dà buoni risultati in numerosi casi. Purtroppo può imprevedibilmente condurre, anche a distanza di anni, a ipotiroidismo. Benché questo accada con una frequenza inferiore al 5%, si limita il suo uso al caso di insuccesso o inattuabilità delle terapie precedenti. Negli USA il radioiodio è utilizzato come terapia definitiva per l’ipertiroidismo e viene preferito da gran parte degli specialisti del settore. Viene somministrato sotto forma di soluzione orale o capsule e distrugge il tessuto tiroideo in 6-24 settimane. In alcuni casi (<1%) è possibile riscontrare una tiroidite dolorosa da radiazioni. È per taluni opportuno far precedere il trattamento da un ciclo di terapia con tionamidi, al fine di raggiungere più velocemente l’eutiroidismo (3-8 settimane al massimo) e al fine di evitare un transitorio incremento dell’ipertiroidismo dovuto all’infiammazione della ghiandola in occasione dell’inizio della terapia con radioiodio (particolarmente pericoloso in pazienti anziani e cardiopatici).- terapia chirurgica: la semplicità e il basso costo dei farmaci antitiroidei e della terapia con I131 hanno limitato l’impiego della tiroidectomia subtotale solo al caso di massa tiroidea voluminosa determinante compressione e/o deviazione tracheale oppure in caso di presenza di nodulo freddo, nelle pazienti gravide allergiche alle tionamidi. Il trattamento preoperatorio consiste nella somministrazione di farmaci antitiroidei per 1-2 mesi e di ioduri per 7-10 giorni. Se necessario si può usare l’atenololo durante l’intervento chirurgico. Complicanze del trattamento chirurgico sono l’ipoparatiroidismo e le lesioni del nervo laringeo ricorrente.

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BASICO

Termine utilizzato in chimica per indicare il pH superiore a 7.0. In medicina il pH è considerato basico se superiore a 7.4.

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BASOFILO

Cellula del sangue appartenente ai leucociti (globuli bianchi), caratterizzata da un nucleo di forma irregolare con granulazioni colorabili da coloranti basici. I granulociti basofili hanno dimensioni di 10-15 mm di diametro, la loro vita media è di circa tre giorni manifestano moltissimi caratteri analoghi a quelli dei mastociti, presenti soprattutto nei tessuti, ma derivano da uno stesso precursore midollare, comune agli altri granulociti e ai monociti-macrofagi, detto precursore comune mieloide. I granulociti basofili costituiscono lo 0,5-2% dei leucociti presenti nel sangue. Tra le numerose sostanze secrete da queste cellule (oltre a fattori chemiotattici, a enzimi lisosomiali, comuni agli altri granulociti, e a radicali di ossigeno a effetto antibatterico) vi è l’istamina, che rappresenta circa il 10% del contenuto dei granuli. È importante nella induzione dell’allergia. Infatti, nella sua membrana cellulare si trovano recettori per le immunoglobuline (IgE), anticorpi prodotti dall’organismo in seguito all’introduzione di una sostanza con caratteristiche di antigene. La prima esposizione provoca solo la produzione di IgE, che vengono catturate dai basofili, dove rimangono in attesa senza provocare ulteriori disturbi. Quando l’antigene viene introdotto una seconda volta, trova gli anticorpi già formati e vi si lega. Tale legame induce una serie di reazioni biochimiche che provocano la fuoriuscita dai basofili di istamina e di altre sostanze in grado di scatenare reazioni allergiche, per esempio la contrazione della muscolatura liscia nelle ramificazioni bronchiali (con sviluppo di asma), la fuoriuscita di liquido dai capillari sanguigni (edema), la vasodilatazione dei capillari (con abbassamento della pressione arteriosa). Incremento dei basofili si ha in svariate forme morbose quali reazioni allergiche, anemie emolitiche, nefrosi, colite ulcerativa, leucemia.

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BASTONCELLO RETINICO

Cellula nervosa situata nella retina che, insieme ai coni, costituisce il complesso dei recettori sensibili alle radiazioni luminose (fotorecettori), nei quali si genera l’impulso nervoso che, trasmesso ai centri della corteccia cerebrale, determina la sensazione visiva.I bastoncelli retinici sono cellule nervose particolarmente modificate hanno forma allungata, in quanto sono provviste di un’espansione cilindrica lunga e sottile (detta segmento esterno) che contiene un gran numero di lamelle disposte trasversalmente rispetto all’asse maggiore del segmento stesso. Tra le lamelle è contenuto un pigmento, la rodopsina che, per effetto delle radiazioni luminose, subisce modificazioni strutturali tali per cui nella cellula si determina una variazione del potenziale di membrana si crea così l’impulso che, trasmesso ad altre cellule nervose, raggiunge poi i centri cerebrali della visione lungo le fibre del nervo ottico.I bastoncelli sono distribuiti soprattutto nelle porzioni periferiche della retina essi sono molto sensibili alle radiazioni luminose, ma non danno informazioni sui colori sono deputati soprattutto alla visione in condizioni di scarsa illuminazione.

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BATES, metodo di

Metodo ideato dal medico statunitense William Bates (1860-1931), che mise a punto una serie di esercizi mirati a migliorare la vista e a limitare, se non a eliminare, il bisogno di portare occhiali.La vista è condizionata dal cervello Per Bates la vista è in gran parte condizionata dal cervello. Questa affermazione è provata dal fatto che i non vedenti che riacquistano la vista a seguito di un intervento chirurgico devono “imparare” a vedere. Durante i primi giorni successivi all’operazione, infatti, non sono in grado di distinguere un oggetto da un altro in seguito, il cervello apprende a interpretare le immagini che si fissano sulla retina. In ogni istante, il nostro cervello è impegnato in un processo di confronto, valutazione e immaginazione che gli permette di dare un senso a ciò che vede. Gli occhi compiono decine di impercettibili movimenti per adattarsi alla frenetica attività della mente. Solo se la mente e gli occhi sono in completo accordo la visione è perfetta. Questo delicato equilibrio può facilmente alterarsi. È quindi sbagliato pensare che la capacità di visione sia sempre la stessa in qualsiasi momento e situazione. È invece vero il contrario.La visione perfetta non può durare per più di un minuto o due. Questo fatto deve essere ben chiaro nella mente di chi vuole migliorare la propria vista. Spesso, chi non vede bene tende a contrastare questo fenomeno fisiologico: si sforza di fissare lo sguardo sottoponendo a una fatica costante non solo gli occhi ma anche la parte superiore del corpo. Il collo proteso in avanti e le spalle incurvate sono un tipico atteggiamento di coloro che hanno qualche difficoltà visiva. Si può migliorare la vista Il funzionamento dell’occhio assomiglia a quello di una macchina fotografica. Nel caso della miopia, la messa a fuoco è eccessiva e l’immagine cade troppo in avanti rispetto alla retina. Al contrario, nel caso della presbiopia l’immagine cade troppo indietro rispetto alla retina. Bates sostiene che si può rieducare l’occhio, così da riacquistare la capacità di messa a fuoco. Nel caso della miopia, il meccanismo secondo il quale ciò può avvenire è di facile comprensione, almeno teorica: basta imparare a rilassare i muscoli dell’occhio in modo da diminuire la deformazione eccessiva del cristallino. Nel caso della presbiopia, invece, gli oppositori di Bates contestano il fatto che si possa riuscire a curvare il cristallino quando è diventato rigido. A questi il medico statunitense risponde che il segreto sta “nell’insegnare” ai muscoli dell’occhio a modificare la propria forma solo di una frazione di millimetro, quanto basta cioè a far cadere l’immagine nel punto giusto, esattamente sulla retina. Questa affermazione è tuttora considerata da molti oculisti priva di ogni fondamento scientifico. Rimane però il fatto che un grande numero di presbiti, tra cui lo stesso Bates, sono riusciti ad abbandonare per sempre gli occhiali, recuperando una buona capacità visiva.Gli eserciziLa rieducazione degli occhi richiede una certa disponibilità di tempo e una buona dose di pazienza e di perseveranza. Nella storia dei successi del metodo si sono registrate guarigioni pressoché istantanee, ma si tratta di eccezioni. In genere, i primi risultati si possono constatare solo dopo 2-3 mesi.Un esercizio semplicissimo è coprirsi gli occhi con i palmi delle mani. Spesso lo si esegue spontaneamente quando si è stanchi, ma nel metodo Bates è una tecnica che va praticata in modo sistematico.Qualsiasi difetto della vista riduce la capacità degli occhi di muoversi e di mettere a fuoco gli oggetti. L’errore in cui più comunemente incorrono coloro che vedono male è quello di sforzarsi di vedere fissando l’oggetto. Bisogna invece fare esattamente l’opposto. Lo si può verificare facilmente: se gli occhi sono stanchi basta muoverli per recuperare parte della loro acuità visiva.Bates suggerisce tre esercizi molto semplici per riabituare a poco a poco gli occhi alla mobilità e al coordinamento: sbattere le palpebre velocemente, lanciare sguardi rapidi, spostare lo sguardo da un punto all’altro.Esercitare la flessibilità della spina dorsaleBates consiglia alcuni esercizi anche per la spina dorsale. La loro utilità è confermata dai cultori della tecnica di Alexander e del metodo Feldenkrais, i quali hanno notato che, modificando la posizione della colonna vertebrale, si ottiene in molti casi un miglioramento della vista.Condurre una vita sanaSecondo Bates l’esercizio fisico, la pratica delle tecniche di respirazione profonda, un’alimentazione equilibrata e sana sono indispensabili per la salute degli occhi nella stessa misura in cui sono necessari per mantenere efficienti e sani gli altri organi del corpo.

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BATMOTROPISMO

Sensibilità o eccitabilità delle fibre muscolari cardiache allo stimolo di contrazione. Questa proprietà può essere modificata mediante la somministrazione di farmaci. Un aumento dell’eccitabilità (effetto batmotropo positivo) si ottiene somministrando digitale, una diminuzione (effetto batmotropo negativo) somministrando sali di potassio.

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BATTERICA

Alcuni germi come streptococchi, stafilococchi, pneumococchi, micrococchi, possono essere ospiti abituali (saprofiti) delle fosse nasali o venire introdotti con l'aria inspirata. Questi batteri possono improvvisamente moltiplicarsi sulla mucosa nasale, specie se un raffreddore comune o anche una semplice perfrigerazione l'hanno già irritata o ne hanno ridotto i poteri difensivi. La moltiplicazione dei germi, unita alla loro capacitˆ di recare danno, diviene causa appunto di un raffreddore o r. batterica che costituisce una delle pi comuni complicazioni del raffreddore comune.

Sintomi
A differenza del raffreddore comune, nelle riniti batteriche gli starnuti sono meno frequenti, mentre lÕessudato nasale  sempre abbondante, denso, con carattere mucopurulento o nettamente purulento. A un esame rinoscopico, la mucosa delle fosse nasali appare arrossata, rigonfia (edematosa), e ricoperta da un essudato giallastro che, al microscopio, si rivela costituito da cellule della mucosa stessa, da batteri, da leucociti provenienti dai vasi sanguigni e da muco, prodotto ed emesso dalle cellule mucipare e dalle piccole ghiandole annesse alla mucosa nasale. La sintomatologia generale pu˜ essere modesta, ma lÕinfiammazione, specialmente se esistono condizioni anatomiche favorenti (deviazioni del setto, ipertrofia dei turbinati), pu˜ protrarsi per qualche settimana. Queste riniti batteriche, persistenti o recidivanti lungo tutta la stagione invernale, sono particolarmente comuni nei bambini, per la loro predisposizione ad ammalare di infezioni respiratorie, per la loro incapacitˆ a soffiare il naso, per la presenza delle vegetazioni adenoidi. Inoltre sono soprattutto le riniti batteriche che vanno incontro a complicazioni, per diffusione dell'infiammazione alle regioni confinanti con le fosse nasali: faringiti, bronchiti, otiti, sinusiti.

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BATTERICIDA

Qualsiasi agente fisico, chimico o biologico che ha la proprietà di uccidere i batteri. Fra i mezzi fisici si ricordano il calore, i raggi UV, le radiazioni ionizzanti ecc. fra quelli chimici gli alcali, la formaldeide, il fenolo e molti altri disinfettanti fra i principi biologici le lisine, il lisozima e la properdina (una proteina del sangue). Molti antibiotici e chemioterapici posseggono proprietà b., altri invece svolgono unicamente un’azione batteriostatica in quanto impediscono solo la crescita dei batteri, senza ucciderli.

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BATTERIEMIA

Presenza di batteri nel sangue circolante può dipendere dalla presenza di focolai di infezione che comunicano con il sistema circolatorio (per es. in caso di endocarditi), oppure può rappresentare, nell’evoluzione di una malattia infettiva, la fase di invasione dell’organismo che precede la localizzazione dell’agente infettante in uno o più organi.

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BATTERIO

Termine indicante i microrganismi unicellulari costituenti la classe degli Schizomiceti. Hanno dimensioni microscopiche (da 0,2 a 500 µm l’ordine di grandezza più frequente è di 1 µm) e forma variabile: globosa (cocchi), allungata (bacilli), ripiegata come piccole virgole (vibrioni) o ricurva in uno o più giri di spirale (spirilli). Possono però svilupparsi in forme di aggregazione quali ammassi, catene, filamenti. La cellula batterica, che può essere avvolta da una capsula talora rigida, talora mucillaginosa con funzione protettiva, presenta all’interno un citoplasma con mitocondri e con un nucleotide privo di membrana nucleare.Partendo dall’esterno si incontrano i seguenti componenti:– cell-wall o parete. Componente caratteristica del b. che si può colorare o no con la colorazione di Gram: i batteri Gram-positivi hanno una capsula rigida e i batteri Gram-negativi oltre a possedere questa capsula sono ricoperti da un ulteriore strato di proteine e lipidi che svolgono importanti funzioni di protezione dell’organismo stesso. Gli strati superficiali della cellula batterica appaiono estremamente importanti perché correlati alla patogenicità del b. rappresentano anche il bersaglio per alcuni farmaci antibatterici che inibiscono elettivamente la sintesi del cell-wall – citoplasma cellulare. Molto simile al citoplasma delle cellule degli organismi superiori – materiale nucleare. Nei batteri non esiste un vero e proprio nucleo, ma il materiale nucleare è diffuso nel citoplasma.Molti batteri sono in grado di spostarsi grazie a oscillazioni o rotazioni del corpo oppure mediante il movimento di ciglia o flagelli variamente disposti intorno alla cellula.La riproduzione avviene solitamente per scissione trasversale (da cui il nome di Schizomiceti, cioè funghi che si dividono) non manca però la riproduzione per gemmazione o mediante spore. Fisiologicamente eterogenei, i batteri possono essere aerobi, cioè vivere solo in presenza di ossigeno, o anaerobi, cioè non sopportare la presenza di ossigeno. Per quanto riguarda l’alimentazione, la maggior parte dei batteri è eterotrofa, ovvero in grado di metabolizzare solo composti organici già sintetizzati da altri organismi.A questo gruppo appartengono le specie saprofite, parassite e simbionti.Meno numerosi sono i batteri autotrofi, che per sintetizzare le sostanze organiche necessarie al loro organismo utilizzano o l’energia luminosa (batteri fototrofi) o l’energia chimica, cioè l’energia che si libera in ossidazioni di composti minerali da essi stessi elaborati (batteri chemiotrofi). A quest’ultimo gruppo appartengono i nitrobatteri, i ferrobatteri, i solfobatteri. Date le loro dimensioni microscopiche e le ridotte esigenze alimentari, i batteri sono presenti ovunque: nell’aria, nell’acqua, nel suolo, nel corpo dell’uomo, degli animali e delle piante. La loro presenza però è maggiore dove esistono sostanze organiche da demolire, da cui rimettono in libertà gli elementi costitutivi (carbonio, azoto, idrogeno, ossigeno, zolfo ecc.): ad essi si devono infatti i processi di fermentazione e di putrefazione che avvengono in natura. Questa particolare attività batterica è sfruttata industrialmente dall’uomo, per esempio nella fermentazione acetica o nella sintesi di vitamine e antibiotici.Nonostante i batteri siano causa di gravi malattie anche per l’uomo (tifo, colera, tetano, tubercolosi, lebbra), nell’ambito dell’intera classe sono scarse le specie patogene in rapporto a quelle utili.

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BATTERIOFAGO

(O fago), virus parassita di cellule batteriche. Ogni b. può infettare solo una specie batterica e poche altre a essa correlate. I batteriofagi, le cui dimensioni variano da 200 Ã… a 1000 Ã…, sono costituiti da un involucro proteico (testa), che racchiude una molecola di acido nucleico (DNA o RNA), e da una coda. Questa è cava e forma un tubo tramite il quale l’acido nucleico viene iniettato all’interno del batterio infettato inoltre le fibre della coda servono per fissare il b. alla superficie del batterio. Quando l’acido nucleico penetra in un batterio, esso è costretto a sintetizzare nuovi batteriofagi che, a loro volta, determinano la lisi della cellula infettata. Esistono batteriofagi virulenti, che provocano la lisi del batterio infettato, e batteriofagi temperati che convivono con il batterio senza danneggiarlo.

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BATTERIOLISI

Rottura della cellula batterica.I fattori responsabili della lisi batterica presenti nel siero di sangue sono l’anticorpo specifico e il sistema complemento-properdina, che fissandosi ai batteri che hanno reagito con l’anticorpo provocano la lisi con meccanismo enzimatico. Lisi può essere indotta anche dal batteriofago.

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BATTERIOLOGIA

Branca della microbiologia che studia le caratteristiche e l’azione dei batteri. Lo studio dei batteri richiede diverse operazioni che implicano una tecnica molto avanzata e apparecchiature complesse: allestimento delle colture, isolamento delle specie, realizzazione dei preparati microscopici e loro esame. Qualche volta è necessario aggiungere all’osservazione microscopica dei batteri (batterioscopia) il controllo delle proprietà biologiche e di quelle immunitarie mediante esperimenti diretti su animali da laboratorio (topi, cavie, conigli, scimmie). La b. è divisa in diverse branche: generale e sistematica, medica, agraria, industriale.

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BATTERIURIA

Emissione di batteri con le urine. Normalmente non vi sono germi né nei reni né nella vescica, mentre qualche germe può contaminare le urine al momento del loro passaggio nell’uretra. Il riscontro di germi nelle urine prelevate a livello della vescica (mediante cateterismo in condizioni di sterilità) è un dato importante ai fini diagnostici esso significa per lo più che esiste una infiammazione sostenuta da batteri lungo le vie urinarie, oppure, più raramente, che attraverso il rene vengono eliminati i germi provenienti dal sangue.Il rilievo della b. assume valore diagnostico solo su urine fresche: dopo qualche tempo le urine, anche se sterili all’atto della loro emissione, vengono inquinate da germi presenti nell’aria che trovano in esse elemento favorevole al loro sviluppo. L’osservazione microscopica dei batteri nel sedimento urinario può offrire indicazioni sull’identità dei germi in causa, tuttavia la loro identificazione si ottiene in laboratorio inseminando le urine infette su appositi terreni di coltura. Importante ai fini prognostici e terapeutici è la determinazione della carica batterica che si ottiene mediante la conta batterica, determinando cioè il numero dei germi presenti in un dato volume di urine.

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BATTITO CARDIACO

Contrazione ritmica del cuore (60-70 battiti al minuto). Il cuore batte con un certo ritmo, producendo tutta una serie di fenomeni fisiologici sincroni con il ritmo stesso, e rilevabili sia con l’esame clinico sia con adatte indagini strumentali. Per prima cosa si può rilevare l’itto della punta, cioè l’urto della punta del cuore contro la parete toracica: lo si può sentire, sia all’ispezione sia alla palpazione, in corrispondenza del quinto spazio intercostale di sinistra. La contrazione cardiaca determina inoltre una ritmica espansione delle arterie (polso arterioso) e variazioni ritmiche della pressione arteriosa.La manifestazione più importante del b. cardiaco, soprattutto per l’interesse che presenta ai fini dello studio clinico dell’attività del cuore, sono i suoni che ad esso si associano, detti toni cardiaci: si possono percepire mediante l’ascoltazione diretta sulla parete del torace, o con lo stetoscopio o il fonendoscopio, che permettono di analizzarne meglio le particolarità acustiche ancora meglio si possono studiare attraverso una registrazione grafica (fonocardiografia).In condizioni normali si hanno due suoni, il primo e il secondo tono, separati da un breve intervallo di tempo: il primo tono, rilevato come un suono sordo e prolungato, è associato all’improvvisa chiusura delle valvole atrioventricolari (mitrale e tricuspide), all’entrata in tensione della muscolatura ventricolare ed alla rapida uscita del sangue dai ventricoli nelle arterie il secondo tono, più breve e secco, è prodotto solo dalla chiusura delle valvole semilunari (aortica e polmonare), all’inizio della diastole ventricolare.In condizioni patologiche si hanno modificazioni dei vari fenomeni collegati col b. cardiaco, che indirizzano il medico alla diagnosi della malattia in gioco: in particolare per quanto riguarda i toni cardiaci, si possono manifestare alcune modificazioni in intensità (indebolimento, rinforzo), nel timbro, nel numero, nel ritmo (comparsa di aritmie a tre o quattro tempi, ritmo di galoppo ecc.).Tra i battiti patologici possiamo ricordare:- Il battito di cattura. Battito condotto che avviene in un contesto di dissociazione atrio-ventricolare, per esempio durante un blocco completo quando, un’onda P è condotta attraverso la giunzione AV ai ventricoli o durante una tachicardia ventricolare quando una P, attraverso la giunzione, può catturare un QRS normale o ancora se c’è una conduzione retrograda stabile.- Il battito prematuro: battito anticipato rispetto a quello atteso.- Il battito prematuro atriale (extrasistole atriale): depolarizzazione atriale iniziata prima di quanto atteso, con conseguente soppressione del segnapassi sinusale.- Il battito di scappamento: depolarizzazione che origina in un punto diverso dal seno atriale, ma non prematura.Avvengono in caso di soppressione (generalmente temporanea), del segnapassi che normalmente avrebbe una frequenza più elevata.

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BCG

(Sigla di Bacillo di Calmette-Guérin), ceppo di bacilli della tubercolosi bovina che, in seguito a numerosi passaggi su terreni di coltura costituiti da normali patate trattate con sali biliari, ha perso quasi completamente la sua virulenza, conservando questo carattere anche nei successivi trapianti su comuni terreni di coltura. In genere, si adopera il vaccino liofilizzato, che si conserva per 12 mesi se tenuto al riparo dalla luce. Questo, una volta ricostituito, viene inoculato nel braccio per via intradermica in un’unica dose. Nella sede di inoculo compare dopo circa due settimane una papula eritematosa che scompare entro due mesi. Nei Paesi dove la tubercolosi è endemica il vaccino viene somministrato già in epoca neonatale.In Italia la vaccinazione antitubercolare è stata resa obbligatoria dalla legge n. 1088, 14 dicembre 1970, art. 10, per:a) figli di tubercolotici in età compresa fra 5 e 15 anni, o soggetti coabitanti con ammalati o ex ammalati di tubercolosi b) figli del personale di assistenza di ospedali sanatoriali c) soggetti di età compresa fra 5 e 15 anni, abitanti in zone depresse ad alta morbosità tubercolare d) addetti ad ospedali, cliniche ed ospedali psichiatrici e) studenti in medicina f) soldati all’atto dell’arruolamento.Tutti i soggetti elencati in queste categorie vengono vaccinati se alla reazione cutanea con tubercolina risultano negativi: ciò indica infatti che essi non sono mai venuti in contatto con il bacillo tubercolare e quindi sono soggetti alla possibilità di ammalarsi.La vaccinazione è attualmente praticata mediante iniezione intradermica, o per punture cutanee multiple, o per scarificazione cutanea la durata dell’immunità varia da 3 a 5 anni dopo i quali, se la reazione tubercolinica ritorna negativa, è opportuna una rivaccinazione. Alcuni studi hanno dimostrato che la protezione può persistere fino a 20 anni dopo l’inoculo, dimostrabile dalla positività alla reazione alla PPD.La vaccinazione di un tubercolino-negativo, cioè di un soggetto non infetto, può indurre un grado di protezione in una percentuale superiore al 90% dei vaccinati. Il BCG ha anche un effetto stimolante sulle reazioni immunitarie dell’organismo e per questo è usato talvolta per la cura di alcune neoplasie (leucemie acute dell’infanzia, melanomi, carcinomi della cute, del colon e del polmone).

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BE - BH
BECHICI

(O antitussivi o tossifughi), farmaci usati per combattere la tosse.Vengono impiegati soprattutto nelle malattie dell’apparato respiratorio in cui spesso la tosse (che pure rappresenta un atto riflesso utile all’organismo, che così può espellere quanto ostacola la normale canalizzazione delle vie respiratorie) diventa fastidiosa e il suo continuo ripetersi crea nel paziente notevole disturbo, per esempio impedendo il sonno. L’effetto bechico è ottenuto agendo sulle strutture nervose che intervengono in questo riflesso. Il meccanismo fisiologico della tosse è complesso a tutt’oggi il meccanismo d’azione antitosse degli analgesici stupefacenti non è completamente noto. Vengono impiegati come antitussivi la codeina, alcaloide dell’oppio e la diidrocodeina, mentre non stupefacenti sono: clofedianolo, cloperastina, destrometorfano, clobutinolo, difenidramina, oxolamina, butamirato ecc.Poiché i b. agiscono sul sintomo della tosse ma non sulle cause che l’hanno determinata, è necessario identificare e curare anche la malattia di base. È inoltre opportuno umidificare l’ambiente, evitare polveri o fumo ed eventualmente associare un’aerosolterapia.

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BECLOMETASONE

Farmaco del gruppo dei glucocorticoidi (famiglia del cortisone). Insieme al triamcinolone, budesonide e flunisolide rientra nei glucocorticoidi liposolubili. Questa caratteristica permette la somministrazione per aerosol, aumentando la concentrazione nelle vie aeree e allo stesso tempo riducendo l’assorbimento sistemico e i conseguenti effetti collaterali.Il b. viene impiegato nella terapia dell’asma.

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BEHAVIORISMO

(Dall’ingl. behaviour, comportamento), o comportamentismo o psicologia del comportamento, scuola psicologica nordamericana fondata da J.B. Watson ai primi del Novecento e ancor oggi dominante nel mondo culturale statunitense. Opponendosi alla psicologia dell’introspezione, giudicata soggettiva e incontrollabile e, in quanto tale, non vera scienza, il b. studia il fenomeno psicologico sulla base del comportamento visibile e oggettivo, e quindi misurabile e riducibile a dato di una scienza esatta. Secondo Watson, compito della psicologia è stabilire leggi causali tra le proprietà dell’ambiente e il comportamento dell’organismo rispetto a esso. Pur molto criticato per la insostenibilità della riduzione del fenomeno psichico a puro meccanismo fisico, il b. ha fornito validi contributi in sede sperimentale alla psicologia animale e infantile.

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BEHCET, sindrome di

Vasculite a distribuzione multifocale, con patognesi autoimmune, di vene e arterie. Ha decorso accessuale recidivante per anni.

Cause
L’eziologia è incerta (forse infezione virale, forse fattori genetici).

Sintomi
I sintomi principali sono afte recidivanti nel cavo orale, ulcere genitali indolori, uveite cronica recidivante (che con il tempo può determinare cecità), a cui si possono associare sintomi collaterali: eritema nodoso, pustole sterili, reazione cutanea iperallergica aspecifica, tromboflebiti recidivanti, artropatia, epididimite, orchite, sintomi intestinali. Possono associarsi manifestazioni neurologiche a decorso accessuale con sintomatologia di difficile classificazione con il quadro di ischemie cerebrali, trombosi del seno e vene cerebrali, nevrite del nervo ottico, paresi cerebrali, attacchi epilettici, meningite.

Diagnosi
La diagnosi clinica si basa su almeno 2 sintomi principali e 2 collaterali.I reperti della RMN sono aspecifici, con alterazioni analoghe a quelle della sclerosi multipla, ma senza la tipica localizzazione periventricolare. Si hanno inoltre alterazioni all’esame del liquor: pleocitosi (in genere linfocitaria ma possibile anche granulocitaria come nella meningite purulenta), compromissione della barriera emato-encefalica, bande oligoclonali.

Terapia
La terapia si basa su cortisonici ed immunosoppresori.

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BELL, paralisi di

Il fenomeno di B. fa parte del quadro clinico della paralisi periferica del VII nervo cranico (nervo facciale) e ne costituisce l’elemento caratterizzante: consiste nel fatto che, dal lato della paralisi, nel tentativo di chiudere l’occhio si ha rotazione del bulbo verso l’alto.Fanno parte del quadro clinico, oltre al fenomeno di B., l’abbassamento dell’angolo della bocca, deficit della chiusura delle palpebre (lagoftalmo), incapacità di corrugare la fronte, di arricciare il naso, di gonfiare le guance. Tipicamente compare di notte ed il paziente se ne accorge al mattino quando si specchia.

Sintomi
Spesso asintomatica, può essere preceduta da dolore retroauricolare.

Diagnosi
Si effettua per esclusione ossia dopo aver escluso tutte le cause infettive (Herpes oticus, HIV, malatta di Lyme), neoplastiche (meningiti carcinomatose), infiammatorie, demielinizzanti di paralisi del nervo facciale si può parlare di paralisi di B.

Terapia
Non condivisa da tutti, la terapia steroidea sembra migliorare il decorso della malattia che rimane favorevole nella maggior parte dei casi.

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BELLADONNA

(Atropa B.) pianta medicinale con foglie lanceolate, fiori color bruno e bacche di color nerastro lucide. Il nome sembra derivare dall’uso “cosmetico” sfruttato in passato dalle donne per avere occhi più belli. La pianta contiene atropina, prototipo della famiglia delle molecole parasimpatico-mimetiche. Queste sostanze determinano midriasi (dilatazione delle pupille).

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BELLINI, tubuli di

(Dal nome di Lorenzo Bellini, medico e poeta italiano - Firenze 1643-1704), segmenti dei canali collettori dell’urina che nel rene attraversano le piramidi del Malpighi.

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BELL-MAGENDIE, legge di

(Prende il nome da Charles Bell, fisiologo britannico - Edimburgo 1774 - presso Worcester 1842), legge secondo la quale la radice anteriore dei nervi spinali trasmette impulsi motori efferenti, mentre la radice posteriore degli stessi trasmette impulsi sensitivi afferenti.

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BENDAGGIO

(O fasciatura), ricopertura di talune parti del corpo, affette da lesioni traumatiche o infiammatorie, con mezzi adatti per proteggerle dall’azione di agenti esterni, oppure per applicare sostanze medicamentose o per metterle a riposo o immobilizzarle. Il b. deve essere funzionale, non deve provocare alcun danno e, nel suo aspetto, deve anche rispettare l’estetica. Esso viene eseguito con fasce o bende di tessuto speciale (garza o mussola) semplice, elastico o impregnato di sostanze differenti (amido, gesso) che hanno lo scopo di renderle più rigide e resistenti. Il b. viene eseguito con varie tecniche a seconda dello scopo per il quale è applicato e a seconda della parte del corpo che dev’essere ricoperta.

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BENDERELLA

(Dim. di benda, dal germanico binda, fascia, legame), denominazione di strutture anatomiche a forma di nastro aventi una funzione di collegamento. Le benderelle più note sono le ottiche, le olfattorie e le ileopettinee.- Benderelle ottiche. Tratto delle vie ottiche che si origina posteriormente al chiasma ottico, si divide in due rami che si dirigono ai corpi genicolati mediale e laterale.- Benderelle olfattorie. Tratto di fibre nervose mieliniche compreso tra il bulbo olfattorio e le radici olfattorie.- Benderelle ileopettinee. Espansione fibrosa della fascia iliaca compresa tra l’arcata femorale e l’osso iliaco.

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BENEDIKT, sindrome di

(Prende il nome da Moritz Benedikt, neurologo e psicologo ungherese - Eisenstadt 1835 - Vienna 1920), dovuta a lesione del tronco cerebrale a livello del mesencefalo e caratterizzata da paralisi del nervo oculomotore comune omolaterale alla lesione, con tremore, movimenti involontari controlaterali e, talvolta in associazione, emiparesi controlaterale.

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BENZAMIDI

Gruppo di psicofarmaci appartenente alla classe dei neurolettici o antipsicotici, utilizzati nella terapia di patologie gravi come la schizofrenia.Vengono assorbiti rapidamente e l’effetto farmacologico dura a lungo.

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BENZOAR

vedi BEZOAR

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BENZOCAINA

Sostanza farmacologica, ad azione anestetica locale, impiegata in campo dermatologico e odontostomatologico. Come tutte le sostanze anestetiche anche la molecola di B. è costituita da un gruppo liofilo unito ad un gruppo ionizzabile.

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BENZODIAZEPINE

Classe di psicofarmaci ad azione spiccatamente ansiolitica e ipnotica (inducente il sonno). Sono sicuramente una della classi di farmaci più usati al mondo. Tra le più usate ricordiamo: diazepam, lorazepam, alprazolam, ecc. In base al loro dosaggio possono essere utilizzate sia in forme lievi di ansia e di insonnia, che in forme di gravi psicosi.Le b. agiscono sul sistema del GABA, un neurotrasmettitore inibitorio, che ha cioè il compito di inibire la trasmissione tra i neuroni. Stimolando il GABA si ottiene un effetto calmante e rilassante. Ricerche più recenti hanno scoperto che questi farmaci agiscono anche su altri sistemi di trasmissione cerebrale, modulando l’azione di altri neurotrasmettitori quali la serotonina, la noradrenalina, l’acetilcolina e la dopamina. Le b. sono farmaci sintomatici: agiscono cioè sul sintomo ansia ma non sulla malattia. Cessato il loro effetto, la patologia ansiosa ritorna.Vengono somministrati solitamente per via orale si differenziano tra di loro per la rapidità e durata d’azione (emivita), e su queste basi il medico sceglie l’ansiolitico più adatto al singolo caso. La distinzione tra ansiolitiche e ipnotiche corrisponde solo a una scelta di mercato: qualunque molecola può avere l’uno o l’altro effetto, è solo una questione di dosaggio. In linea teorica le b. a emivita breve sono preferibili per indurre il sonno, quelli a emivita lunga per alleviare l’ansia.Possono essere usati anche come farmaci anticonvulsivanti e come coadiuvanti nelle anestesie generali.In generale sono farmaci ben tollerati, ma possono determinare la perdita di concentrazione, l’allungamento dei tempi di reazione, la tendenza ad addormentarsi (che deve sempre essere considerata quando ci si deve mettere alla guida) e le difficoltà di deambulazione. Inoltre c’è un alto rischio che si instaurino i fenomeni di tolleranza e dipendenza: chi si abitua a prendere una benzodiazepina quotidianamente è costretto ad aumentare man mano la dose per ottenere lo stesso effetto, correndo il rischio di incorrere in un’intossicazione acuta, caratterizzata da irritabilità, aggressività, difficoltà di coordinazione, deficit di attenzione e memoria, compromissione della capacità di interazione con gli altri.

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BENZOLISMO

Intossicazione causata dall’esposizione ai vapori di benzene. Colpisce particolarmente quei soggetti che soffrono di insufficienza epatica o carenza vitaminica. La forma acuta si manifesta con disturbi del sistema nervoso (depressioni, convulsioni), dell’apparato digerente (nausea), di quello respiratorio (tosse) e tegumentario (secchezza della pelle, possibile assorbimento) l’esposizione ad altissime concentrazioni può essere grave e rapidamente letale.La forma cronica è caratterizzata da disturbi dell’apparato respiratorio (catarro), emorragie, albuminuria, danni al sistema emopoietico in toto, statosi epatica, dermatite cronica. Tra gli accertamenti elettivi ricordiamo il dosaggio dei fenoli urinari.

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BERI-BERI

(Da una voce indigena: malabarese beliberi, singalese beri, debolezza).

Cause
Sindrome da carenza di vitamina B1, per scarsa o mancata introduzione di essa con gli alimenti o per malassorbimento della stessa a livello intestinale. La scoperta delle vitamine (1911) e la loro classificazione definirono l’eziologia della malattia. Nelle nazioni civilizzate compare solo negli etilisti o nei dializzati, mentre in alcune zone in via di sviluppo è legato alla dieta con riso brillato e, probabilmente, altre sostanze antagoniste.

Sintomi
È una polinevrite che si manifesta all’inizio con stanchezza, torpore, dispnea, cardiopalmo, edemi ai malleoli.Successivamente appaiono atrofie muscolari, paralisi, parestesie, accompagnate da disturbi cardiaci gravi. Sono note due forme prevalenti: una caratterizzata da edemi (b. umido), l’altra da paralisi e atrofia (b. secco). Nei paesi occidentali si riscontra raramente, spesso come conseguenza dell’alcolismo grave. La cardiopatia comprende la vasodilatazione periferica, la ritenzione di fluidi (edema) e l’insufficienza miocardica biventricolare. La neuropatia comprende la neuropatia periferica, l’encefalopatia di Wernicke e la sindrome di Korsakoff.

Terapia
La terapia è unica per tutte le forme e consiste nella prolungata somministrazione di vitamina tanto per via endovenosa che intramuscolare, provvedendo naturalmente ad equilibrare la dieta o a rimuovere i fattori che ostacolano l’assorbimento intestinale.La prognosi è benigna, nonostante la gravità delle forme, specie se la terapia è tempestiva.

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BERILLIOSI

Malattia determinata dall’inalazione di polveri di berillio.

Cause
Ne sono colpiti soprattutto coloro che estraggono tale metallo dal minerale grezzo, o che lo maneggiano nelle varie lavorazioni in cui esso trova impiego. Il berillio viene inalato sotto forma di polvere con l’aria inspirata, e quindi determina essenzialmente un danno a livello dei polmoni tuttavia esso può causare lesioni disseminate nell’organismo, interessando cute, fegato, reni, milza, linfoghiandole. Nei polmoni si instaura un processo infiammatorio cronico granulomatoso, che evolve lentamente portando a una fibrosi dell’organo.

Sintomi
Possono manifestarsi anche molto tempo dopo l’esposizione (fino a 20 anni). Sono caratterizzati da progressiva difficoltà alla respirazione, tosse, dolori al torace, debolezza e facile affaticabilità, diminuzione di peso. Tali sintomi si aggravano progressivamente fino a condurre all’insufficienza respiratoria.

Diagnosi
In base alle notizie anamnestiche raccolte dal paziente, si può formulare una diagnosi di sospetto che può essere confermata con la dimostrazione istologica dei granulomi. Il metallo può essere dosato nei campioni di tessuto e sulle urine.

Terapia
Si basa sulla somministrazione di cortisonici, allo scopo di limitare o rallentare il processo di fibrosi polmonare, e su trattamenti sintomatici per migliorare la funzionalità respiratoria.

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BERNARD-HORNER, sindrome di

(Prende il nome da Claude Bernard, fisiologo francese - Saint-Julien, Rodano 1813 - Parigi 1878).

Sintomi
Sindrome caratterizzata da contrazione della pupilla, abbassamento della palpebra con apparente infossamento dell’occhio, vasodilatazione e mancanza di sudorazione nella metà della faccia corrispondente. Tale complesso di sintomi può essere determinato da processi patologici di diversa natura (traumi, tumori, trombosi ecc.) che ledono le fibre nervose del simpatico cervicale.

 

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BERTIN, colonne di

(Dal nome di Exupère-Joseph Bertin, anatomico francese - Trembley, Bretagna 1712 - Gohard 1781), prolungamenti della sostanza corticale del rene nella zona midollare sono anche comunemente chiamate colonne renali.

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BESNIER-BOECK-SCHAUMANN, malattia di

vedi SARCOIDOSI

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BESTIALITÀ

(O zoofilia erotica). Perversione sessuale di chi si congiunge con animali, al fine di ottenere il soddisfacimento sessuale. La b. non è infrequente nei malati di mente in stato di grave decadimento psichico, oltre che in persone che vivono a lungo in compagnia di animali e non hanno, quindi, la possibilità di normali rapporti. Gli animali hanno, in genere, una funzione passiva, solo raramente attiva.

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BETA-2 ADRENERGICI, AGONISTI DEI RECETTORI

Gruppo di farmaci simpaticomimetici con azione selettiva verso i recettori beta-2 bronchiali. L’attivazione di tali recettori determina broncodilatazione. Comprendono salbutamolo, terbutalina, salmeterolo ed altri.L’uso clinico principale è nella terapia dell’attacco acuto di asma bronchiale di lieve o media gravità, la via di somministrazione preferibile è inalatoria (spray), ma deve essere attuata correttamente per garantire il completo assorbimento del farmaco. Essendo molto selettivi gli effetti sistemici sono minimi.

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BETA-BLOCCANTI

Farmaci capaci di interferire nella trasmissione degli impulsi nervosi condotti dalle fibre adrenergiche in quanto si combinano con i recettori alfa e beta (beta-1 e beta-2) a livello degli organi periferici. Sono suddivisi in base alla loro selettività nei confronti di questi recettori (beta-selettivi o non selettivi). Tra i più usati ricordiamo: atenololo, propanololo, carvedilolo, ecc.Agiscono in particolar modo sul cuore e sul sistema cardiovascolare, riducendo la frequenza del ritmo e la gittata cardiaca, e diminuendo leggermente la pressione arteriosa trovano impiego soprattutto nel trattamento dei disturbi del ritmo cardiaco, dell’angina pectoris, delle sindromi anginose e nell’ipertensione arteriosa. In gocce vengono usati dagli oculisti nella terapia del Glaucoma in quanto riducono la pressione intraoculare.Gli effetti collaterali sono rossore cutaneo, freddo alle estremità, bradicardia, broncocostrizione, ipotensione e impotenza.Controindicazioni sono scompenso cardiaco, asma bronchiale, terapia antidiabetica.

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BETA-CAROTENE

Precursore della vitamina A. Una molecola di b. è composta da due molecole di Vit. A. Agisce contro H2O2, H-, O2+ (radicali liberi). È una molecola insolubile in acqua mentre è facilmente solubile in acetone, etere, grassi e olii.I carotenoidi si trovano negli organismi vegetali, frutta, verdura di colore arancione e negli ortaggi di colore verde scuro (melone, pesche, albicocche, zucca, cachi, carote, spinaci, bieta, lattuga, etc.).Il b. è necessario per la corretta crescita e riparazione dei tessuti corporei aiuta a mantenere pelle liscia e morbida e sana aiuta a proteggere le mucose della bocca, del naso, della gola e dei polmoni, riducendo così la suscettibilità alle infezioni protegge contro gli agenti inquinanti (azione antiossidante contro gli effetti nocivi dei radicali liberi) contrasta la cecità notturna e la vista debole, ed è quindi fondamentale per una buona vista aiuta nella formazione di ossa e denti. Inoltre, diversamente dalla vitamina A, è un antiossidante che combatte le sostanze cancerogene intrappolando le molecole pericolose che contribuiscono allo sviluppo di una neoplasia maligna.I risultati di diversi studi suggeriscono che i tumori dell’esofago, della laringe, dello stomaco, del colon/retto, della vescica, e della prostata possano beneficiare dell’assunzione di b.È utile assumere 10-20 mg di b. quando ci si espone al Sole.Le dosi raccomandate sono da 5000 UI a 25.000 UI sotto forma di integratore (stesse dosi per adulti e bambini).Queste dosi assunte quotidianamente, insieme ad alcuni alimenti ricchi di carotenoidi, aiuteranno a prevenire e proteggere da carenze e favoriranno il normale funzionamento cellulare. Ovviamente, quando possibile, è preferibile assumere tale pro-vitamina attraverso una corretta alimentazione, piuttosto che con integratori (una carota di dimensioni medie dà 5000 UI di b.).Le verdure contengono la vitamina solo sotto forma di precursore o provitamina (b.) e questa sostanza non può trasformarsi abbastanza rapidamente da creare un’intossicazione.Tuttavia, se vengono consumate grandi quantità di alimenti ricchi di carotene, come i pomodori o il succo di carote insieme a integratori alimentari, può esserci accumulo nelle cellule grasse sotto la pelle, che possono diventare gialle.Un colore giallastro sotto la pelle indica un consumo eccessivo tuttavia se anche diminuendo le dosi la colorazione rimane può essere un sintomo di ipotiroidismo (ridotta attività della tiroide) o di diabete.Se l’intossicazione viene scoperta, i sintomi, con l’abbassamento della quantità di carotene assunto, scompariranno in pochi giorni.
La carenza di beta-carotene può essere prevenuta consumando molte varietà di frutta e verdura. Ne sono particolarmente ricchi le albicocche, i cachi, i meloni, le pesche, le arance, le carote, i pomodori, la zucca gialla, i peperoni rossi ma anche verdure a foglia verde come gli spinaci, i broccoli, le rape e la cicoria. Il beta-carotene è resistente alla cottura purché non sia troppo prolungata (può quindi essere rinvenuto anche nelle verdure cotte), ma viene dissolto dalla frittura. È inoltre sensibile alla luce, e pertanto gli alimenti che lo contengono vanno conservati in luoghi poco illuminati. E per aumentarne la concentrazione cellulare, occorre evitare il fumo di sigaretta. L’integrazione a base di beta-carotene è perciò consigliata ai fumatori, ma anche agli anziani, ai diabetici e agli individui che professionalmente sono esposti alle radiazioni solari.

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BETA-LATTAMICI

Antibiotici che inibiscono selettivamente la sintesi della parete delle cellule batteriche, caratterizzati dalla presenza, nella loro struttura chimica, di un anello beta-lattamico. Sono b. tutte le penicilline e le cefalosporine (vedi). La resistenza ai b. ha luogo nel momento in cui il batterio produce l’enzima beta-lattamasi, che inattiva strutturalmente il farmaco. Esistono b. nei quali l’anello beta-lattamico è protetto, e che pertanto superano le resistenze batteriche.

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BETATERAPIA

Tecnica di radioterapia che si basa sull’utilizzo delle radiazioni beta emesse da isotopi radioattivi o prodotte da appositi generatori (betatrone).Tali radiazioni hanno uno scarso potere di penetrazione nei tessuti, in quanto sono assorbite in tempi rapidi, e quindi vengono impiegate soprattutto per il trattamento di tumori cutanei superficiali oppure anche di tumori profondi circoscritti, nel qual caso si immette l’isotopo radioattivo in appositi tubi e aghi i quali vengono introdotti direttamente nei tessuti.

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BEZOAR

(O benzoar o belzuar), agglomerato di fibre vegetali (fitobezoari) o di peli animali (tricobezoari) che si forma nello stomaco dell’uomo a seguito dell’ingestione abbondante di tali componenti. Si osserva più spesso in soggetti psicopatici che ingeriscono indiscriminatamente notevoli quantitativi di detti elementi. Si avviluppa mescolandosi a mucosità, cellule di sfaldamento della mucosa e residui alimentari. Nello stomaco determina uno stato infiammatorio cronico, provocando con la sua presenza anche lesioni sanguinanti della mucosa e intralciando il normale transito degli alimenti attraverso il piloro.

Diagnosi
La diagnosi si pone con l’esame radiologico dello stomaco o con la gastroscopia.

Terapia
Il trattamento consiste essenzialmente nell’asportazione chirurgica.

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BI - BN
BIAS

Termine usato per definire i fattori confondenti di uno studio statistico.Costituisce la deviazione dei risultati osservati dai risultati veri, e quindi il meccanismo di raccolta, analisi, interpretazione, pubblicazione o revisione dei dati che può portare a conclusioni che sono sistematicamente diverse dalla “verità”.

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BICARBONATE, acque

vedi ACQUA MINERALE

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BICARBONATO-CALCICHE, acque

vedi ACQUA MINERALE

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BICARBONATO-SOLFATE, acque

vedi ACQUA MINERALE

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BICIPITE

Nome di due muscoli flessori, uno del braccio, l’altro della coscia.- B. del braccio. È situato nella parte anteriore di tale segmento dell’arto superiore e, quando è contratto, forma con la sua massa carnosa la rilevatezza presente in questa sede. Tale muscolo si estende dalla scapola, ove si inserisce in due punti diversi a mezzo di due tendini distinti, fino all’estremità superiore del radio il b. quindi percorre tutto il braccio senza prendere inserzione sull’omero.È irrorato da rami dell’arteria omerale e innervato dal nervo muscolocutaneo del plesso brachiale.Esso determina la flessione dell’avambraccio sul braccio, partecipa al movimento di supinazione dell’avambraccio e di flessione del braccio sulla spalla.- B. della coscia. È situato nella regione laterale della medesima e si inserisce in alto, con due capi distinti, al bacino e al femore, in basso sulla fibula. È irrorato da rami dell’arteria femorale ed innervato da rami collaterali del nervo ischiatico.Con la sua contrazione determina tre movimenti: la flessione e la rotazione laterale della gamba rispetto alla coscia e l’estensione della coscia rispetto al bacino.

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BICUSPIDE, valvola

vedi MITRALE, VALVOLA

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BIFORCAZIONE AORTICA

Punto in cui l’aorta addominale si divide nelle due arterie iliache, precisamente all’altezza della quarta vertebra lombare, dove viene a trovarsi lievemente spostata a sinistra rispetto alla linea mediana. Qui, oltre alle due arterie iliache comuni, termina con l’arteria sacrale mediana.

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BIFOSFONATI

Farmaci che inibiscono il riassorbimento osseo, efficaci nella terapia della osteoporosi, delle ipercalcemie di tipo paraneoplastico, nella malattia di Paget. Comprendono alendronato, pamidronato, etidronato.Essi devono essere assunti al mattino appena alzati, non masticati né tenuti in bocca (rischio di ulcerazioni oro-faringee) ed almeno 30’ prima di qualsiasi alimento, o bevanda che non sia acqua. Non bisogna coricarsi fino a che non si abbia ingerito qualche cosa, per l’alto rischio di irritazione esofagea.Attualmente l’alendronato è disponibile nella formulazione a lento rilascio, che consente una sola somministrazione alla settimana (per via orale o intramuscolare), riducendo al minimo gli effetti collaterali legati alla modalità di assunzione. Gli a. sono controindicati nei pazienti con gastrite e nei bambini.Se insorgessero dolore retrosternale o toracico, la terapia con a. deve essere interrotta e bisogna contattare il proprio medico curante.

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BIGEMINISMO

Disturbo del ritmo cardiaco caratterizzato dal susseguirsi, in modo regolare e continuo, di una contrazione cardiaca normale e di una anomala, detta extrasistole. Quest’ultima insorge in una sede diversa da quella ove di solito originano gli stimoli alla contrazione del miocardio e interviene prima del tempo normale, così che risulta seguita da una pausa più lunga di quella che intercorre ordinariamente tra due sistoli esistono pertanto due focolai di attivazione con due segnapassi distinti. Gli esempi più comuni sono il ritmo sinusale alternato a battiti prematuri atriali, nodali o ventricolari che danno origine rispettivamente al b. atriale, nodale, ventricolare. All’esame del polso, palpando l’arteria radiale, si avverte, dopo una pulsazione normale, una pulsazione più debole e più tenue della precedente, seguita da una lunga pausa e poi dal ripetersi dello stesso ritmo (polso bigemino). Il b. può essere del tutto inavvertito dal paziente, o determinare senso di palpitazione o d’angoscia, o dolori alla regione cardiaca. È dovuto in molti casi a intossicazioni (tabacco, caffè ecc.) o a processi patologici a carico del miocardio anche gli squilibri del sistema nervoso vegetativo, soprattutto nei soggetti giovani, possono manifestarsi con disturbi del sistema cardiaco di questo tipo, in genere però fugaci.La prognosi è diversa da caso a caso in rapporto alle diverse cause.

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BIGUANIDI

Farmaci ipoglicemizzanti orali, utilizzati nella terapia del diabete non insulino-dipendente, nei pazienti in cui dieta ed esercizio fisico non siano sufficienti. Comprendono la metformina e la fenformina. Agiscono aumentando la penetrazione del glucosio dentro le cellule e diminuendone l’assorbimento ed associano un modesta azione anoressizzante.Gli effetti collaterali sono prevalentemente gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea) sono stati segnalati casi di acidosi lattica fatale. Le controindicazioni riguardano i pazienti con problemi epatici o renali, con storia di acidosi lattica, che seguono cure dimagranti, che abusano di alcol, in gravidanza, che devono subire esami con mezzi di contrasto endovenosi e fino a due settimane dopo un intervento chirurgico. Sono da assumere sotto stretta sorveglianza medica.

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BILANCIO IDRICO

B. tra l’acqua assorbita e l’acqua eliminata da un organismo. L’organismo tende a mantenere costante la composizione dei propri liquidi interni, in modo che in un determinato periodo di tempo il b. idrico sia in pareggio, cioè che la quantità d’acqua assunta eguagli la quantità d’acqua eliminata. L’eliminazione d’acqua (in tutto ca. 2,8 l/giorno) viene operata: dal rene, tramite le urine, in ragione di 1,5 l/giorno (questo volume è tuttavia suscettibile di ampie variazioni, ma non può in alcun caso ridursi al disotto di 300-400 cc/giorno, necessari per eliminare le scorie metaboliche dell’organismo) dalla pelle, con la traspirazione, in ragione di 600-800 cc/giorno (questo volume può essere fortemente aumentato, quando ciò sia necessario per la regolazione termica dell’organismo, con la secrezione di sudore) dall’apparato respiratorio: prima di raggiungere gli alveoli polmonari, l’aria inspirata viene saturata d’umidità (con l’aria espirata vengono eliminati 400 cc ca. di acqua al giorno) dall’apparato digerente con le feci (100 cc/giorno, volume che viene fortemente aumentato in caso di diarrea) si hanno inoltre perdite idriche nelle donne che allattano anche piangendo si ha una piccola perdita d’acqua con le lacrime. L’apporto totale d’acqua dev’essere tale da pareggiare la costante disidratazione dell’organismo e deve perciò ammontare a ca. 2,8 l/giorno tale assunzione avviene tramite: acqua bevuta: ca. 1,5 l/giorno acqua contenuta negli alimenti: ca. 1 l/giorno acqua di combustione: i processi metabolici ossidativi dei tessuti mettono capo alla produzione di CO2 ed acqua in ragione di 300 cc/giorno.I disturbi del b. idrico sono rappresentati dal deficit e dall’eccesso di acqua. Nel primo caso si verifica a condizione di iperosmolarità (osmolarità plasmatici > 300mOsm/kg). Le cause sono la diminuita assunzione, l’incremento della perdita idrica, incremento di assunzioni di soluti o condizioni come il diabete, la combinazione di questi fattori. I segni sono per lo più di tipo neurologico: agitazione, irritabilità, atassia, tremito, spasmi, epilessia. La terapia consiste in una reidratazione graduale per non danneggiare le cellule cerebrali. Nel secondo caso (eccesso di acqua) si verifica ipoosmolarità per eccessivo introito, diminuita escrezione o perdita renale di sodio. I sintomi dipendono dal quadro clinico sottostante e di norma sono sete, anoressia, crampi muscolari, agitazione, debolezza, stato confusionale, delirio, talvolta morte (vedi scheda BILANCIO IDRICO).

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BILANCIO METABOLICO

B. tra le sostanze assunte (alimenti) e quelle eliminate dall’organismo umano e la loro trasformazione in energia chimica e in altre forme di energia, come il lavoro, il calore ecc. Essendo possibile determinare quantitativamente tale ricambio, si riesce a stabilire, in un periodo dato, il b., cioè la differenza tra l’entrata e l’uscita. Tale b. energetico o materiale può essere riferito a un particolare elemento (carbonio, ossigeno, azoto ecc.) o costituente (acqua, cloruro di sodio ecc.). Alla determinazione del b. contribuiscono altri fattori come la qualità e la quantità degli alimenti assunti, i prodotti di eliminazione urinaria e fecale, l’ossigeno assunto e la CO2 emessa. Se il b. è negativo l’organismo mobilizza ed utilizza i depositi tessutali (con conseguente perdita di peso), se è positivo incrementa i suddetti depositi.

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BILANCIO TERMICO

B. fra il calore prodotto in un organismo (nel lavoro muscolare dalle reazioni metaboliche esotermiche) ed il calore da esso disperso (per evaporazione del sudore, per irradiazione e per conduzione). Queste quantità di calore devono essere uguali affinché si mantenga costante la temperatura corporea. L’essere umano, come tutti i mammiferi e gli uccelli, è omeotermo questo significa che il nostro organismo è in grado di aumentare la temperatura corporea (aumento del catabolismo, provocando i brividi e l’orripilazione) o di abbassarla (sudorazione insieme alla vasodilatazione periferica). Tutti questi meccanismi hanno ovviamente dei limiti oltre i quali la temperatura corporea viene influenzata dall’ambiente esterno con i conseguenti danni da ipotermia e da ipertermia.

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BILE

Liquido vischioso di colore giallo oro, di sapore amaro, secreto dal fegato. La b. viene prodotta in continuazione dalle cellule epatiche ed immessa in un sistema di canali (vie biliari intraepatiche). I canali confluiscono poi in un unico condotto, il coledoco, che sbocca nell’intestino in corrispondenza del duodeno. Il punto di sbocco è normalmente mantenuto chiuso da un anello di fibre muscolari che lo circonda (sfintere di Oddi). Il coledoco comunica, per mezzo del dotto cistico, con la cistifellea, o colecisti. Il passaggio della b. nell’intestino avviene solo periodicamente, durante la digestione degli alimenti nei periodi di tempo intermedi essa si accumula e si concentra nella colecisti. Secrezione della b. e svuotamento della colecisti sono regolate da stimoli nervosi (mediati dal nervo vago) ed ormonali (secretina e colecistochinina prodotte da cellule della mucosa duodenale). Il fegato produce 700-800 ml di b. nelle 24 ore e l’intensità massima della secrezione si raggiunge 5-6 ore dopo il pasto.La b. è costituita da: acqua (82%), acidi biliari (12%), fosfolipidi (4%), colesterolo non esterificato (0.7%), componenti minori (1.3%), quali bilirubina coniugata, proteine, elettroliti, muco e farmaci. La b. epatica ha una diversa composizione percentuale rispetto a quella colecistica, poiché la cistifellea svolge una funzione di concentrazione della b., mediante assorbimento di elettroliti (sodio, potassio ecc.), da parte della sua parete. Gli acidi biliari che compongono la b. (acido colico e chenodesossicolico), vengono prodotti dagli epatociti o cellule epatiche a partire dal colesterolo e, successivamente, uniti a due aminoacidi, la glicina e la taurina da questo processo deriva, di conseguenza, la formazione di sali biliari. Nell’intestino, essi vengono ulteriormente modificati dalla flora batterica, che li scinde in glicina, taurina e acidi biliari, i quali, a loro volta, sono in parte trasformati in acidi biliari secondari (acido desossicolico e litocolico). A livello del tratto terminale dell’intestino tenue, i sali biliari vengono assorbiti e ritornano al fegato attraverso la vena porta (circolo entero-epatico). Nel fegato possono essere ulteriormente elaborati con sintesi di acidi biliari terziari, (acido ursodesossicolico, usato in terapia), e/o nuovamente uniti alla glicina e alla taurina ed eliminati nella b. Gli acidi biliari sono detergenti che in soluzione acquosa formano degli aggregati, le micelle. La loro funzione è quella di consentire la solubilità nella b. del colesterolo, che di per sé non è solubile in ambiente acquoso inoltre, sono fondamentali per l’assorbimento intestinale dei lipidi o grassi. La bilirubina è un pigmento derivato dalla demolizione dell’emoglobina, contenuta nei globuli rossi, e della mioglobina, contenuta nel tessuto muscolare. L’emoglobina proviene dai globuli rossi invecchiati i quali, dopo il normale ciclo vitale di 120 giorni, vengono distrutti nel sistema reticolo-endoteliale essa viene così convertita in bilirubina ed immessa in circolo legata all’albumina. Questa forma, definita bilirubina non coniugata, non può superare il filtro renale e non è presente nelle urine.
Circa il 20% della bilirubina deriva dalla distruzione di globuli rossi immaturi (emolisi). Una volta immessa in circolo, la bilirubina viene captata dagli epatociti, tramite il legame con proteine situate sulla loro membrana cellulare e chiamate ligandine (proteine Y e Z). Dopo che è stata introdotta nell’epatocita, la bilirubina viene legata, o coniugata, con l’acido glicuronico. Questo processo metabolico, detto glicuronazione, si rende necessario perché la bilirubina non coniugata non è solubile nell’acqua e, pertanto, non potrebbe essere escreta con la b. Completata la glicuronazione, la bilirubina coniugata, o diretta, viene escreta nei canalicoli biliari con i quali l’epatocita è a contatto e passa nell’intestino. Essendo una struttura polare, cioè solubile in acqua, non viene riassorbita dalla mucosa intestinale: ciò ne consente l’eliminazione con le feci, della cui colorazione è responsabile. La flora batterica intestinale ne modifica la struttura con formazione di urobilinogeno che, al contrario della bilirubina coniugata, viene riassorbito dalla parete intestinale e, attraverso la vena porta, torna al fegato (circolo entero-epatico). Dal fegato l’urobilinogeno viene in parte riescreto nella b., in parte reimmesso in circolo e, pertanto, passa nelle urine attraverso il filtro renale. Quando la bilirubina aumenta in circolo a causa di varie malattie epatiche, essa tende a localizzarsi in vari tessuti e liquidi organici, ed è responsabile della colorazione giallastra della cute e delle sclere che è l’ittero.La sua funzioneNell’intestino la b. interviene nei processi digestivi emulsionando le gocciole di grassi presenti nel chimo, facilitandone così la digestione ad opera di enzimi e l’assorbimento da parte della mucosa. Malattie del fegato o delle vie biliari (per es. infiammazioni, tumori, calcolosi) possono ostacolare o comunque alterare in vario modo i processi di produzione ed escrezione della b. In questi casi si può avere tra l’altro passaggio nel sangue di componenti biliari e colorazione giallastra della cute (ittero), emissione di urine di colore scuro contenenti sali o pigmenti biliari, eliminazione di feci untuose e ricche di grassi che non vengono assorbiti se la b. non giunge nell’intestino.

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BILHARZIOSI

vedi SCHISTOMIASI

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BILIARI

Della bile.

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BILIARI, acidi

Sostanze di natura steroidea presenti nella bile. Alcuni di essi vengono prodotti dal fegato e costituiscono il principale prodotto di demolizione del colesterolo: sono gli acidi colico e chenodesossicolico. Altri acidi b. si formano invece nell’intestino, dai primi, per l’azione di vari microrganismi della flora batterica intestinale: sono gli acidi desossicolico e litocolico. Essi compaiono nella bile in quanto vengono assorbiti dalla mucosa intestinale nell’ileo, giungono attraverso la circolazione sanguigna portale al fegato, e da questo vengono escreti nelle vie biliari. Nella bile gli acidi b. sono per lo più coniugati con la glicina o con la taurina (dando così acido glicocolico, taurocolico, glicodesossicolico, taurodesossicolico ecc.), e si trovano in parte indissociati e in parte come sali dissociati. La quasi totalità dei sali biliari e degli acidi b. indissociati viene riassorbita attraverso la mucosa intestinale e ritorna al fegato per essere di nuovo escreta nella bile (circolazione enteroepatica dei sali biliari). La piccola quota che giunge nel colon viene metabolizzata dalla flora batterica intestinale: degli acidi che si formano il desossicolico viene riassorbito, mentre l’acido litocolico, essendo insolubile a temperatura corporea, non viene praticamente riassorbito, e quindi non compare che in tracce nella bile.La quota di acidi b. che non viene riassorbita neanche nel colon è eliminata con le feci. I sali biliari svolgono importanti funzioni nei processi di digestione e di assorbimento dei grassi: essi infatti ne facilitano l’emulsione, formano complessi idrosolubili con gli acidi grassi, attivano le lipasi intestinali, stimolano la riesterificazione degli acidi grassi e la sintesi del glicerolo dal glucosio nelle cellule della mucosa intestinale. Hanno inoltre un’azione coleretica in quanto aumentano il flusso della bile.Quando per processi patologici di varia natura (per es. per interruzione del flusso della bile nell’intestino, o per malattie intestinali che ostacolino il riassorbimento dei sali biliari e la loro circolazione enteroepatica) la loro funzione digestiva venga a mancare, il 20-30% ca. dei grassi ingeriti non può essere assorbito e viene eliminato con le feci.

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BILIARI, pigmenti

Sostanze presenti nella bile, alla quale impartiscono il caratteristico colore giallo oro. I pigmenti b. derivano dal catabolismo dell’emoglobina liberatasi in seguito alla distruzione dei globuli rossi che hanno completato il loro ciclo vitale. Il distacco del ferro e l’apertura dell’anello porfirinico nell’eme porta alla formazione della biliverdina, che per la maggior parte viene ridotta a bilirubina.Queste trasformazioni hanno luogo nelle cellule fagocitarie della milza, del midollo osseo, del fegato e di altre sedi, ove avviene il processo di distruzione fisiologica dei globuli rossi.La bilirubina passa poi nel sangue, ove si trova legata all’albumina, e dal sangue nelle cellule epatiche: qui essa viene coniugata con acido glicuronico ed escreta nelle vie biliari sotto forma di mono- o di diglicuronide. Una piccola parte della bilirubina coniugata nel fegato passa nel sangue e si lega all’albumina.La bilirubina coniugata presente nella bile passa nell’intestino, subisce un processo di riduzione e si trasforma in urobilinogeno.Questo in parte passa nelle feci, viene ossidato e si trasforma in stercobilina, che contribuisce alla colorazione delle feci. In parte l’urobilinogeno viene riassorbito dalla mucosa intestinale, e attraverso la circolazione sanguigna portale torna al fegato: in certa quantità viene di nuovo escreto nella bile, in parte passa nella circolazione generale ed è eliminato dal rene con le urine. Il prodotto di ossidazione dell’urobilinogeno presente nelle urine è detto urobilina.In condizioni normali la bilirubina è presente nel plasma in quantità variabile da 0,2 a 1,2 mg%, di cui l’80-85% non coniugata. In rapporto alla modalità con cui le due frazioni vengono valutate mediante la reazione di Van den Bergh, la quota non coniugata e quella coniugata vengono denominate rispettivamente bilirubina indiretta e bilirubina diretta.In diverse condizioni patologiche si può avere un abnorme aumento della concentrazione di bilirubina nel sangue quando i suoi valori superano 1,5-2 mg%, la cute, le mucose visibili e le sclere diventano di colore giallastro (ittero). Quando l’aumento della bilirubina dipende da un’eccessiva distruzione di globuli rossi, o da un difetto dei meccanismi di captazione e di coniugazione a livello delle cellule epatiche, si avrà prevalentemente un aumento della bilirubina indiretta quando si ha un ostacolo al deflusso della bile nell’intestino (per calcoli, o tumori, o altri processi patologici a carico delle vie biliari extraepatiche) si osserverà un aumento della frazione di bilirubina diretta (cioè coniugata), in quanto la bile che ristagna nelle vie biliari è in parte riassorbita e passa nel sangue.

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BILIARI, sali

Sali di sodio e di potassio degli acidi biliari coniugati con la glicina e con la taurina. Nella bile e nell’intestino sono soprattutto gli acidi biliari coniugati con taurina, che essendo acidi forti al pH ambientale si trovano come sali dissociati (anioni).I sali biliari (costituiti da acidi complessi, aventi una struttura chimica simile al colesterolo, e salificati da basi forti), giocano un ruolo essenziale nell’assorbimento dei grassi essi, infatti, agiscono come potenti agenti emulsionanti, favorendo la minuta suddivisione dei grassi, in modo che questi siano più facilmente attaccati dalla lipasi pancreatica.

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BILIRUBINA

vedi BILIARI, PIGMENTI

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BILIRUBINEMIA

Quantità di bilirubina nel sangue. È un indicatore della funzionalità del fegato e delle vie biliari.

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BINGE EATING DISORDER

Quadro clinico caratterizzato da episodi di ingestioni di alimenti in gran quantità con perdita di controllo sul proprio comportamento, senza metodi di compenso.Il soggetto affetto da b. è tipicamente una donna in età adolescenziale e adulta obesa, ma anche normopeso. Il soggetto vorrebbe limitarsi ad un semplice assaggio, ma non riesce a smettere pur non volendo mangiare così tanto.Questa malattia va distinta dalla bulimia nella quale il soggetto mette in atto dopo l’assunzione dei cibi metodi di compenso (vomito, lassativi, esagerata attività fisica).

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BIOCHIMICA

Scienza che studia i composti chimici di cui siamo formati e i processi chimici che avvengono tra di loro. Per esempio la b. ci permette di studiare i meccanismi con cui digeriamo i cibi e li trasformiamo in energia per le nostre cellule.

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BIODISPONIBILITÀ

Parametro che rappresenta la quota di farmaco che è effettivamente in grado di svolgere la sua attività, quota peraltro condizionata dai processi dell’assorbimento e del metabolismo organici (definito in farmacologia come metabolismo di primo passaggio). Si parlerà d’alta b. di un farmaco, quando esso è assorbito completamente, distribuito rapidamente e non metabolizzato, quindi teoricamente dotato al 100% di attività terapeutica. Nel caso di somministrazione per via endovenosa la b. è il 100% per definizione. La b. varia a seconda della via di somministrazione del farmaco.

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BIOELETTRICITÀ

Insieme di fenomeni di natura elettrica riscontrabili negli organismi viventi. Nel corpo umano ogni cellula mantiene una differenza di potenziale elettrico tra l’interno e l’esterno della sua membrana (potenziale di membrana) inoltre importanti funzioni quali la trasmissione degli impulsi nervosi e le contrazioni dei muscoli avvengono in base a fenomeni elettrici. Anche metodi diagnostici, quali l’elettroencefalogramma (EEG) e l’elettrocardiogramma (ECG), sfruttano l’esistenza di differenza di potenziale elettrico tra regioni diverse dell’organismo. Solo recentemente gli studi si sono estesi ai campi magnetici generati dalle correnti ioniche delle cellule, aprendo un nuovo e potenzialmente interessante campo d’indagine

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BIOENERGETICA

L’analisi b. è un metodo di derivazione psicanalitica, proposto da Alexander Lowen, che combina terapia corporea e psicoterapia verbale. Il concetto di integrazione è basato sul fatto che mente e corpo formano un’unità. Noi siamo i nostri pensieri, emozioni, sensazioni, impulsi ed azioni. Il legame tra psicanalisi e b. è rappresentato da Wilhel Reich (1897-1957), che fu paziente ed allievo di Freud. Mentre Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l’osservazione del corpo, come l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensioni muscolari. Descrisse per primo quello che noi oggi chiamiamo linguaggio del corpo. Nello stesso modo in cui Freud notò una spaccatura fra memoria conscia ed inconscia, Reich notò una scissione fra le varie espressioni del corpo. Reich osservò che, appena questi pazienti iniziavano la terapia, le tensioni muscolari cambiavano. Le spalle e le braccia della persona depressa si rilassavano, le mascelle diventavano meno contratte e i denti meno serrati. La ragione per cui il paziente frenava gli impulsi e reprimeva i ricordi dolorosi era, in primo luogo, per evitare di mostrarsi vulnerabile. Quindi, allentando le tensioni muscolari croniche, il paziente sperimentava la propria vulnerabilità. Reich sperimentò come rilassare i muscoli cronicamente tesi mediante la pressione diretta. In questo modo il paziente poteva entrare in contatto con emozioni forti e a lungo dimenticate e con ricordi dolorosi. L’unità di mente, corpo ed emozioni divenne più chiara. Egli notò anche che, a questo punto, il paziente cominciava a sembrare più vivo, la sua pelle più rosea, i movimenti più spontanei, gli occhi più luminosi. Era come se avesse più energia: energia da Reich definita organismica o orgone. Alexander Lowen, paziente ed allievo di Reich, coniò per essa il termine di bioenergia. Lowen ampliò le finalità del lavoro corporeo e introdusse il lavoro bioenergetico a casa. Anziché limitarsi alla sola pressione e manipolazione delle tensioni muscolari croniche, egli definì alcune posizioni che potevano aiutare queste tensioni a rilasciarsi. Lowen osservò che blocchi muscolari impediscono il libero scorrere dell’energia. Per esempio, un diaframma cronicamente contratto, come una strozzatura, interrompe l’onda respiratoria, provocando una respirazione superficiale. Come risultato diminuisce l’apporto di ossigeno e cala il livello energetico. Secondo Lowen una persona il cui flusso energetico è bloccato, ha perso una parte della sua vitalità e della sua personalità. Questa perdita fa sì che questa persona si senta depressa, sia sempre il lotta e usi costantemente la forza di volontà per eseguire i compiti quotidiani.

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BIOETICA

Disciplina che si occupa dei problemi etici suscitati dai progressi delle scienze biologiche. Da tali progressi è derivata la necessità di valutare i rischi connessi all’impatto ambientale e sociale delle nuove scoperte e delle nuove tecnologie, e l’esigenza di introdurre una normativa che regoli la ricerca biologica, limitandone o controllandone i settori di sperimentazione e di applicazione. Le tematiche che costituiscono motivo di riflessione b. possono essere molto vaste e il dibattito può estendersi fino a porre nuovi quesiti alla coscienza e alla ragione non solo degli scienziati, ma anche di legislatori e giuristi, oltre che dei potenziali fornitori delle nuove metodiche.Oggi il medico e lo scienziato si trovano nella possibilità di manipolare geni e cellule, di influire sulle più intime funzioni dell’organismo umano, di tenere in uno stato di vita artificiale individui considerati cerebralmente morti devono affrontare i problemi dell’aborto e dell’eutanasia, dei trapianti d’organo e della definizione esatta del concetto di morte: tutto questo apre a nuove interpretazioni del concetto di etica per il medico, il quale si trova ad affrontare problematiche che lo fanno riflettere sulla attualità di quanto è imposto dal “giuramento di Ippocrate” e dal “giuramento di Ginevra” del 1949, analogo a quello antico. È pertanto in via di elaborazione una nuova filosofia della vita, la b. appunto, che può essere definita come “quella parte della filosofia morale che riguarda gli interventi dell’uomo, e del medico in particolare, in campo biologico e medico”.L’elaborazione di ciò che è lecito e di ciò che non è lecito nell’ambito biomedico è però materia assai complessa e dibattuta, tant’è che in tutto il mondo esistono ormai centinaia di cattedre universitarie di b., riviste e trattati dedicati a questa disciplina, che coinvolge medici e filosofi, moralisti e teologi, biologi e politici. Un codice bioetico non è, al momento, facile da stilare, soprattutto per il legislatore, che prima o poi dovrà pronunciarsi sulla liceità e sui rischi di metodiche quali il dono di cellule seminali, le ibridazioni tra specie diverse, l’eutanasia attiva e passiva, la sterilizzazione coatta, le forzature terapeutiche, lo stesso aborto, la cui liceità legale non scioglie, in molti casi, le perplessità sulla sua liceità etica, e il cui tema è ora tornato di grande attualità, anche da quando è stata scoperta e introdotta sul mercato una pillola che consente di interrompere la gravidanza farmacologicamente.Data la complessità e la delicatezza dei problemi sollevati, in diversi Paesi sono state istituite Commissioni che hanno il compito di valutare i problemi morali posti dalle moderne sperimentazioni e tecnologie e di esprimere in merito pareri che servano da indicazione per interventi legislativi opportuni e da guida per l’opinione pubblica.Commissioni nazionali composte di esperti in vari settori della biologia, della medicina, della filosofia, del diritto e, talora, anche di persone comuni, sono state attivate dapprima negli Stati Uniti, poi in Francia e in alcuni Paesi europei, quali Regno Unito, Germania e Spagna.Recentemente anche il Parlamento Europeo ha proposto l’istituzione di una Commissione internazionale che consideri gli aspetti etici delle ricerche biologiche attuali. In Italia, i problemi relativi alla fecondazione artificiale sono stati già oggetto di studio da parte di una Commissione nel 1984. In un recente Convegno, tali problemi sono stati ripresi in considerazione, unitamente ad altri quali, per esempio, quelli posti dalla vivisezione tra le opinioni che sono emerse vi è quella, peraltro non da tutti condivisa, anzi discussa, che l’embrione umano sia da considerare come persona solo dopo il 14° giorno dal concepimento, quando ha inizio la differenziazione dei tessuti prima di questa data, ci si troverebbe di fronte a un pre-embrione: il problema del suo eventuale utilizzo per scopi scientifici e/o terapeutici dovrebbe essere risolto da scienziati consapevoli e regolato da normative di legge. Si tratta quindi di una questione aperta, una delle tante affrontate dal nuovo Comitato nazionale per la b., insediato alla fine di marzo 1990, che comprende 40 esperti, tra cui anche teologi e giuristi.Genetica e bioeticaAttualmente l’attenzione degli scienziati e dell’opinione pubblica sembra focalizzata sui possibili pericoli intrinseci agli sviluppi dell’ingegneria genetica. Il bisogno di avere dei limiti in questo settore è stato in primo luogo sentito dagli stessi biologi molecolari che, dopo gli esperimenti pionieristici sul DNA ricombinante, hanno sospeso per un certo periodo questo tipo di studi. Solo in seguito al convegno di Asilomar nel 1975, in cui di comune accordo vennero stabilite varie misure di sicurezza, la sperimentazione fu ripresa. I progressi dell’ingegneria molecolare (o genetica) consentono ora di inserire nuovi geni in organismi che ne sono privi, per dotarli di nuove funzioni o per migliorarli.
Si possono così ottenere vegetali più resistenti o animali che, per esempio, hanno una crescita maggiore o maggior produttività l’immissione nell’ambiente o sul mercato di questi vegetali e animali transgenici può suscitare timori nell’opinione pubblica e necessita di controlli. Ci si preoccupa, in sostanza, della possibilità di creare in laboratorio dei “mostri” che, immessi nell’ambiente, possono sconvolgerne l’equilibrio in modo catastrofico.I problemi etici più sentiti vengono tuttavia dalla possibilità di applicare all’uomo queste nuove tecnologie. In particolare essi riguardano la diagnostica e la terapia genica delle malattie ereditarie.La diagnostica genica delle malattie ereditarie si avvale ora di sonde e di marcatori di restrizione e permette di individuare geni mutati anche prima che siano note le alterazioni nelle proteine per le quali essi codificano. Questi progressi possono consentire da un lato una diagnosi prenatale precoce, compatibile con un aborto terapeutico, dall’altro il riconoscimento degli adulti che portano i geni difettosi. Talora sorgono problemi drammatici riguardo alle informazioni da dare ai soggetti interessati essi possono essere destinati ad ammalarsi di una malattia grave e incurabile di contro hanno il diritto di decidere riguardo alla loro pianificazione familiare. La corea di Huntington, per esempio, è una malattia dovuta a un Gene dominante che si esprime di solito intorno ai 30-40 anni e provoca disturbi neurologici, ingravescenti fino alla demenza, per i quali non esiste una terapia adeguata.Dopo che tale gene è stato localizzato sul cromosoma 4, è stata possibile sia la diagnosi prenatale sia l’identificazione dei portatori adulti ma gli scienziati stessi sono discordi sull’opportunità di sottoporre a test i soggetti a rischio che costituiscono il 50% dei figli di un genitore malato.La terapia genica, d’altronde, è ancora a livello sperimentale. I suoi obiettivi sono attualmente limitati a malattie dovute a un singolo gene recessivo, i cui effetti, reversibili, si manifestino in un tessuto in attiva proliferazione bersaglio d’elezione, le malattie del sistema ematopoietico. Il protocollo tipo di tale malattia comporta il prelievo dal paziente di cellule malate, la loro coltura in vitro, l’inserimento nel loro genoma della forma normale del gene difettoso e infine il reimpianto delle cellule così trasformate.I problemi maggiori derivano dal fatto che i vettori più efficaci di geni sono di norma virus il cui inserimento nel genoma umano potrebbe avere conseguenze anche gravi. Inoltre, la localizzazione del nuovo gene e il numero di copie di esso che vengono introdotte è del tutto casuale mentre può essere assente una normale regolazione.A questi problemi tecnici, alcuni dei quali peraltro in via di soluzione, sono correlati quelli bioetici e le normative che regolano la sperimentazione. Negli USA, per esempio, affinché i protocolli sperimentali siano approvati devono essere soddisfatti vari requisiti: la malattia deve essere mortale e incurabile in altro modo, inoltre la trasformazione deve avvenire solo a livello di cellule somatiche e non di cellule germinali.Questioni di carattere bioetico sono state sollevate anche in relazione al cosiddetto progetto genoma che ha come scopo la decifrazione di tutto il patrimonio genetico dell’uomo. Esse riguardano la possibilità che i dati ottenuti siano usati per discriminare individui o popolazioni che portino geni svantaggiosi. Peraltro le modalità di sviluppo del progetto prevedono due fasi: nella prima verranno utilizzati frammenti di DNA di varia provenienza e anonimi soltanto nella seconda si passerà all’indagine sulle caratteristiche individuali sarà questa la fase che comporterà probabilmente le maggiori difficoltà, e non solo di ordine bioetico.La terapia genica e il progetto genoma sono da considerare soprattutto in prospettiva futura sono invece attuali le situazioni difficili determinate dai progressi in altri settori delle scienze biomediche, per esempio dalle possibilità che offre la tecnica della fecondazione in vitro (FIV).Nella procreazione naturale, l’ovulo femminile viene fecondato dallo spermatozoo entro la tuba della donna poi lo zigote si trasferisce nell’utero, ove si impianta e progredisce nello sviluppo embrionale.Vari problemi possono ostacolare lo svolgersi di questo processo a molti di essi oggi è possibile ovviare.
Se, per esempio, il partner maschile di una coppia è sterile, si può effettuare inseminazione artificiale con sperma di un donatore sconosciuto. Se invece la sterilità è femminile e dipende dall’ovulazione, gli ovuli di una donatrice possono essere fecondati in vitro dallo sperma del partner. Si ottengono così vari embrioni uno di essi viene impiantato nell’utero della donna precedentemente sterile che potrà portare a termine una normale gravidanza. Se la donna ha problemi a livello delle tube, e questo è il caso più frequente, per la FIV si possono usare i suoi stessi ovuli, dopo aver provocato artificialmente una fecondazione multipla. Ancora, se la sterilità ha origine uterina, dopo la FIV si può trasferire l’embrione nell’utero di un’altra donna utero in affitto.In ogni caso la FIV comporta la produzione di un eccesso di embrioni e pone il problema del loro congelamento e della loro conservazione in previsione di gravidanze future. Il destino di questi embrioni è stato recentemente causa di gravi controversie tra coniugi divorziati, e decidere della loro sorte diventa particolarmente difficile qualora entrambi i genitori siano deceduti.Altre questioni riguardano, per esempio, la possibilità di utilizzare queste tecniche anche per coppie che abbiano già figli, o il diritto del bambino di conoscere il genitore genetico che ha donato l’ovulo o lo sperma. La mercificazione in questo settore poi, e in particolare quella delle madri in affitto, costituisce un’ulteriore, non semplice problema, degno di riflessione. È inoltre da risolvere il problema posto dalla scienza dell’utilizzazione degli embrioni per fornire cellule, tessuti o organi (vedi scheda BIOETICA).

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BIOFEEDBACK

Parola inglese difficilmente traducibile che indica la capacità dell’organismo di autoregolarsi, controllando i risultati delle proprie reazioni.Fin dai tempi più antichi i fachiri, i monaci zen e i maestri yogi sono riusciti a controllare alcune reazioni del corpo: infilarsi spilloni nella pelle, camminare sui carboni ardenti, rimanere sepolti per lunghi periodi di tempo.La medicina occidentale ha sempre guardato con sospetto queste manifestazioni, considerandole stravaganti e di scarso interesse scientifico. Oggi, la tecnica definita b. ha dimostrato che alcune attività del corpo, fino a oggi considerate al di fuori del controllo della volontà, possono invece essere sottoposte, almeno in parte, al volere della mente. Del resto è anche vero il contrario: i pensieri influenzano la temperatura del corpo, modificano le onde cerebrali, aumentano i battiti del cuore.Le applicazioni che si possono ricavare dallo sviluppo di queste tecniche sono numerose. La sua efficacia si è dimostrata rilevante in alcuni tipi di disturbi: asma, ansia e attacchi di panico, cefalea da tensione, insonnia, ipertensione arteriosa, malattia di Raynaud, soglia di percezione del dolore, riabilitazione in seguito ad incidenti o paralisi. Un campo di recente e attualmente diffusa applicazione di tecniche di b. è il controllo degli sfinteri anale e vescicale, e il b. è comunemente utilizzato nei trattamenti di riabilitazione dei muscoli perineali in caso di incontinenza urinaria e/o fecale.Le sedute terapeutiche moderne di b. utilizzano generalmente apparecchiature elettroniche aventi la finalità di portare a livello di coscienza le variazioni del parametro fisiologico oggetto del trattamento (es.: l’apparecchio si illumina se è contratto il muscolo desiderato). L’operatore sanitario (medico, fisioterapista) guida il paziente nella esecuzione delle tecniche appropriate e sottolinea e illustra i risultati conseguiti e le eventuali variazioni indotte nel parametro fisiologico desiderato.

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BIOINGEGNERIA

Scienza che studia le possibili interazioni tra l’ingegneria e la biologia, con particolare riguardo alle applicazioni pratiche in campo medico. Nello specifico ha lo scopo di progettare e realizzare apparecchiature scientifiche impiegate per la diagnosi e la terapia delle malattie (Risonanza Magnetica Nucleare, TAC spirale, PET ecc.) ricercare nuovi materiali sempre più biocompatibili da utilizzare come materiale protesico, nella costruzione di apparecchiature di supporto alle funzioni vitali (macchina cuore-polmoni, macchina per emorecupero e autotrasfusione, macchina per emodialisi ecc.) e nel settore degli organi artificiali effettuare ricerche nel campo della robotica.

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BIOLOGIA

Scienza che studia gli organismi viventi e le leggi che ne regolano la vita e le funzioni. Si suddivide in molte discipline secondo l’ambito di studio: b. generale, b. speciale applicata e b. molecolare, branca della b. moderna relativamente recente che studia le strutture elementari della materia vivente, in particolare il materiale genetico racchiuso nelle catene del DNA e dell’rna. Dalla b. molecolare è derivata l’ingegneria molecolare che, attraverso sofisticate tecniche, è oggi in grado di intervenire sulla struttura stessa delle catene del DNA e dell’RNA.

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BIOMAGNETISMO

Generazione di campi magnetici da parte degli organismi viventi, come conseguenza delle correnti elettriche che percorrono le cellule.

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BIOMATERIALI

Nome attribuito alle sostanze preparate per sintesi, che dovrebbero vicariare alcune funzioni tipiche della materia vivente. Tipici b. sono i materiali protesici come quelli impiegati nella chirurgia vascolare, ortopedica ecc (vedi scheda BIOMATERIALI).

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BIOMICROSCOPIA

In oculistica, esame microscopico dell’occhio effettuato con particolari apparecchi (lampada a fessura e microscopio corneale) che consentono di esaminare l’organo nella sua sede naturale, in particolare la congiuntiva, la cornea, il cristallino, il vitreo e la camera anteriore dell’occhio, anche il fondo oculare e l’angolo irido-corneale (gonioscopia).

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BIOPSIA

Prelievo di un frammento di tessuto o di organo da un organismo vivente per sottoporlo ad esame microscopico tale indagine permette di ottenere elementi o informazioni importanti per la diagnosi di molte malattie, quali tumori, malattie del fegato, del rene, della cute, delle linfoghiandole ecc.La b. viene effettuata con tecniche diverse a seconda dell’organo da esaminare, della sua struttura e della sua accessibilità, utilizzando eventualmente opportuni aghi sotto guida ecografica o TAC, o sonde, o particolari strumenti per l’esame di cavità accessibili dall’esterno (b. delle mucose bronchiale, gastrica, intestinale ecc.) o ricorrendo a veri e propri interventi operatori (come in caso di biopsie cutanee, linfoghiandolari, muscolari).Talvolta la b. viene eseguita nel corso di un intervento chirurgico (b. incisionale o b. escissionale) e il tessuto trattato in modo particolare per consentire un esame microscopico immediato (b. estemporanea): tale operazione consente spesso di chiarire la natura del processo patologico in atto (benignità o malignità di una proliferazione tumorale), permettendo al chirurgo la scelta dell’intervento che riterrà più adatto al caso.

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BIORITMO

Dicesi di attività biologica che si ripete ciclicamente. Nell’uomo diverse caratteristiche fisiche, biochimiche o funzionali dell’organismo presentano variazioni ritmiche con oscillazioni il cui periodo si avvicina alle 24 ore (ritmo circadiano), oppure con ritmo che appare dipendente dall’alternarsi della notte e del giorno (ritmo nictemerale).Le variazioni della temperatura corporea sono state le più studiate: essa oscilla continuamente raggiungendo i suoi valori più alti nel pomeriggio, quelli più bassi nelle prime ore dopo la mezzanotte. Anche la secrezione di urine, di elettroliti, di ormoni (per es. ormoni della corteccia surrenale), la frequenza del polso, la pressione sanguigna, l’attività cardiaca mostrano variazioni circadiane.L’esistenza di tali ritmi biologici è alla base dei disturbi che si osservano in quei soggetti che cambiano il fuso orario spostandosi in aereo da una zona all’altra della superficie terrestre.

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BIOTECNOLOGIE

Tecnologie che utilizzano organismi viventi (germi, cellule di organismi superiori) o di parte di essi (proteine, geni) per creare o modificare, per usi diversi e peculiari, piante, animali, microrganismi o loro costituenti con il fine ultimo di produrre qualcosa di utile all’uomo. Possono in tal senso essere considerate forme antichissime di b. l’uso dei batteri del lievito per ottenere la lievitazione del pane, il caglio per produrre il formaggio e la fermentazione della birra e del vino. Agli inizi degli anni ’70 ha iniziato a svilupparsi una b. moderna, cosiddetta b. avanzata, che non si limita ad impiegare organismi viventi già esistenti in natura ma tende a modificare organismi esistenti per ottenerne di nuovi capaci di impieghi che offrano i vantaggi più disparati. Un esempio di questa b. avanzata è la manipolazione di alcuni batteri al fine di renderli capaci di produrre in quantitativi abbondanti e in condizioni di laboratorio asettiche e controllate l’insulina, un ormone necessario alla cura dei malati di diabete, che prima veniva estratta in piccoli quantitativi da cadaveri umani o animali. Altri impieghi della b. spaziano dalla produzione di farmaci, al miglioramento di varietà vegetali, all’impiego di batteri modificati a scopo antiinquinamento. In anni recenti l’uso sempre più diffuso del termine b. (per lo più nella sua variante plurale) soprattutto da parte dei media ne ha modificato e esteso il significato sino a portarlo a coincidere con quello di qualunque applicazione o conoscenza legata agli sviluppi della biologia (umana, animale o vegetale). La b. avanzata si avvale della cosiddetta ingegneria genetica, termine che vuole sottolineare l’obiettivo di modificare l’organizzazione del patrimonio genetico di un organismo. È infatti ormai stabilito che le istruzioni che stabiliscono e regolano la forma e le interazioni con l’ambiente esterno di un organismo risiedano nel suo DNA, molecola contenuta all’interno del nucleo di ogni sua cellula. Manipolando con varie tecniche (dette appunto di ingegneria genetica) il DNA di un microrganismo, i ricercatori in b. sono in grado di modificare in maniera stabile forma e funzione di un organismo vivente esempi di modifiche già ottenute riguardano la produzione da parte di batteri di sostanze (come l’insulina) che prima il loro metabolismo non producevano o il rendere una determinata pianta capace di sopravvivere in condizioni climatiche decisamente più ostili rispetto a quelle tradizionali per la specie. Le potenzialità della b. sono come si può immaginare moltissime, e i campi in cui le applicazioni sono già oggi di straordinaria utilità (farmaci, vaccini, industria, agricoltura) sono innumerevoli. È evidente che lo sviluppo e le potenzialità della b. e dell’ingegneria genetica portino con sé straordinario interesse, ma anche diversi gradi di competenza e comprensione dei problemi e delle tecniche, implicazioni tecniche, industriali, economiche ma anche etiche e filosofiche estremamente diverse. Il dibattito fra scienziati, politici, giornalisti, uomini di cultura e di religione è intenso e a volte estremamente conflittuale, viziato talvolta da pregiudizi ideologici ed incomprensioni tecniche e scientifiche.La bioetica è la nuova branca dell’etica che si occupa specificamente di queste problematiche, ed è scienza anch’essa in grande sviluppo e di sempre maggiore rilevanza pratica nella vita quotidiana di tutti noi.

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BIOTINA

Vitamina idrosolubile del gruppo B contenente zolfo, detta anche vitamina H. La b. è una piccola molecola abbastanza stabile al calore, soprattutto in soluzioni acquose, ma viene rapidamente distrutta dai raggi ultravioletti. Con la cottura, grazie alla combinazione di ossigeno e calore se ne può perdere anche fino al 60%. Essa svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo e in particolare è un coenzima in diverse carbossilasi, enzimi che catalizzano l’incorporazione della CO2 in molte molecole. Partecipa alla sintesi di acidi grassi, del glucosio e delle basi puriniche dei nucleotidi. La b. è introdotta esclusivamente con gli alimenti. Fonti naturali di b. sono le carni di bue, vitello, maiale, agnello e pollo, cavolfiore, funghi, carote, pomodori, spinaci, fagioli, piselli secchi, mele, latte umano e vaccino, pesci, uova e formaggi. Non esistono informazioni sufficienti per stabilire il livello di assunzione raccomandato (LARN). Il livello medio di assunzione europeo è compreso fra 15 e 100 µg /giorno. Un eccessivo consumo di uova crude o alla coque può determinare ipovitaminosi in quanto l’albume contiene una proteina che rende indisponibile la b., impedendone l’assorbimento intestinale. Il deficit di b., estremamente raro, si manifesta con alterazioni a carico della cute (desquamazioni).
Le deficienze di biotina si rendono visibili con una dermatite in cui la cute assume un aspetto secco e rugoso, accompagnata da pallore, dolori muscolari e facile affaticabilità. Un’evenienza che può manifestarsi ingerendo grandi quantità di albume crudo. Il bianco dell’uovo, infatti, contiene una proteina chiamata avidina che si lega con tenacia alla biotina sottraendola all’assorbimento intestinale. Ma basta consumare cotte le uova, in quanto il calore toglie a questo componente dell’albume la capacità di sequestrare la biotina.

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BIOTIPO

Complesso dei caratteri morfologici, funzionali e psicologici propri di ciascun uomo, che risultano dall’interazione tra le sue caratteristiche genetiche e le condizioni ambientali in cui esso cresce e si sviluppa e che fanno dello stesso qualche cosa di unico, un individuo diverso dagli altri.

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BIOTIPOLOGIA

Branca della medicina che si occupa della classificazione e dello studio dei tipi costituzionali e indaga i rapporti esistenti tra caratteristiche morfologiche e funzionali e stati morbosi a cui i diversi tipi costituzionali possono andare più facilmente soggetti.

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BIPOLARE, disturbo

Malattia psichiatrica caratterizzata dall’alternarsi di normali stati dell’umore con episodi di mania e depressione. Il disturbo b. generalmente inizia nell’adolescenza o nell’età giovanile-adulta e si ripresenta nell’arco della vita con frequenza variabile, ma in genere si intensifica o peggiora con gli anni spesso non viene riconosciuto come malattia e chi ne è affetto può continuare a soffrirne per anni o addirittura decenni.

Cause
Diversi membri della stessa famiglia possono presentare questa patologia per cui si pensa che in molti casi sia determinata da una componente genetica. La malattia negli altri membri della famiglia può essere più o meno grave o sfumata, e può anche presentare solo gli aspetti depressivi. Non è raro trovare un membro della famiglia particolarmente dinamico, produttivo e “pieno di energia” (ipomaniacale), mentre un altro membro è costantemente instabile a causa di una depressione grave o di gravi crisi maniacali.

Sintomi
I periodi di mania e di depressione insorgono senza alcuna causa apparente e sono intervallati da altri periodi di normalità, nei quali comunque il soggetto rivela una personalità di tipo ciclotimico (alternanza di depressione e buon umore, socievolezza, risonanza affettiva con l’ambiente). Nei periodi maniacali il soggetto è eccitato, euforico, con iperattività, sensazione di non stancarsi mai (diminuisce il bisogno di sonno), ideazione vivissima, fuga di idee, facilità a distrarsi tale eccitazione può portare a comportamenti inappropriati (acquisti folli, guida pericolosa, abuso di droghe, comportamento sessuale diverso dal solito) oppure la successione di idee diverse può farsi talmente rapida da impedire di compiere qualsiasi azione (a un’idea ne succede immediatamente un’altra, senza soluzione di continuità). Nelle fasi depressive, il sintomo dominante è la malinconia, con sentimento intenso di tristezza, povertà ideativa, abulia, spesso ansia. Talvolta una persona può sperimentare solo episodi di mania o solo episodi di depressione alternati a periodi asintomatici.

Diagnosi
La diagnosi precoce è fondamentale per poter instaurare un trattamento efficace. Un valido aiuto nel porre diagnosi di bipolarità è la presenza del disturbo in una delle sue varianti in almeno un famigliare.Per porre diagnosi sicura di mania, deve presentarsi un distinto periodo di anormale e persistente elevazione del tono dell’umore, con caratteristiche di espansività o irritabilità. I disturbi dell’umore devono essere abbastanza gravi da compromettere le attività di studio, di lavoro o le capacità di relazione sociale. Per la diagnosi di depressione è necessario un periodo di almeno due settimane con perdita di interesse o di piacere in tutte o buona parte delle attività. La depressione deve essere abbastanza grave da produrre una modificazione nell’appetito, nel peso corporeo, nel sonno o nella capacità di concentrarsi così come deve essere presente un sentimento di colpa, di inadeguatezza o disperazione possono anche essere presenti pensieri di morte o suicidio. È importante escludere che questi sintomi siano causati da farmaci o patologie internistiche. Il medico deve eliminare questa possibilità sottoponendo il paziente ad accertamenti medici può anche essere necessaria una visita neurologica.

Terapia
La cura principale del disturbo b. è farmacologica. Nel trattamento della fase acuta della mania sono usati antipsicotici o neurolettici, e altri farmaci come il diazepam o altre benzodiazepine. Per prevenire le ricadute sono utilizzati farmaci stabilizzatori dell’umore, come il litio e alcuni anticonvulsivanti. Durante le fasi depressive della malattia vengono utilizzati antidepressivi.In caso di episodi acuti e gravi, può rendersi necessario costringere il paziente a farsi curare in ambiente ospedaliero, per tutelarlo e per praticare una terapia adeguata.
Fondamentale, in questa fase, l’appoggio dei famigliari e degli amici che devono dare all’ammalato incoraggiamento e sostegno.

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BISACODIL

Farmaco lassativo di tipo irritante o stimolante, aumenta la motilità intestinale. Va assunto alla sera, con una adeguata quantità di acqua, per ottenere una evacuazione al mattino. Dose: 10 mg/die. Gli effetti collaterali sono spasmi colici. Il b. non deve mai essere usato, come tutti i lassativi, per piu di 7 giorni consecutivi. Se la stipsi persiste, consultare il medico per approfondimenti diagnostici.

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BISESSUALITÀ

In psicosessuologia b. indica l’orientamento sessuale di un individuo che trae piacere e soddisfazione erotica nell’avere rapporti con persone dello stesso e dell’altro sesso. Da non confondere con l’ermafroditismo, ossia la coesistenza, nello stesso individuo, di caratteristiche anatomiche sessuali di entrambi i sessi.La teoria Freudiana dà una notevole importanza al concetto di b. biologica (la duplice potenzialità embrionale secondo cui ciascun essere umano può lasciar emergere in sé una supposta “parte” psicologica corrispondente al sesso opposto) considerandola un fenomeno universale che ha una ricaduta anche sulla sfera psichica.Riguardo all’orientamento sessuale, vi sono persone che hanno sentimenti e fantasie di tipo omosessuale pur continuando a vivere una vita eterosessuale e altre che, sebbene abbiano avuto in passato rapporti con lo stesso sesso, non hanno sviluppato un orientamento in tal senso.Spesso la b. rappresenta un periodo di transizione tra l’etero o l’omosessualità, oppure un “esperimento” o “una fase di passaggio dell’adolescenza” o ancora semplicemente una scelta “circostanziale”, come nel caso in cui ci si trovi detenuti in un carcere per un lungo periodo di tempo.Ad ogni modo, le persone con esperienza bisessuale di solito hanno una chiara preferenza per l’uno o l’altro sesso.

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BISMUTO

Sali di bismuto come il carbonato e il sottonitrato sono stati largamente usati in passato come protettivi nell’ulcera gastrica e come antidiarroici sono stati abbandonati per i loro effetti collaterali. Può provocare una colorazione nera della lingua e delle feci. I suoi composti salicilati usati come terapia antidiarroica possono dare tinniti a causa dell’assorbimento dei salicilati.

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BISOGNO

Spinta o pulsione presente nell’individuo a soddisfare una propria esigenza attivando un comportamento finalizzato.Si ha nel b. il coesistere di due fattori fondamentali: la presenza di una esigenza/richiesta e la manifestazione di un comportamento motivato e finalizzato per soddisfarla. Infatti l’individuo è in interazione con l’ambiente esterno in tale rapporto si modificano continuamente sia le condizioni ambientali sia quelle più specificamente individuali.Un b. nasce allorché si è prodotto uno squilibrio, e tale squilibrio è sempre rapportabile alla relazione esistente tra l’individuo e l’ambiente. La fame è considerata come un b. primario: la sensazione di aver fame comunica all’individuo che l’equilibrio esistente nei confronti dell’ambiente, inteso in termini di energie utilizzabili, forza, capacità di iniziativa, lucidità ecc., si va alterando. A questo punto viene attivato un comportamento, motivato dalle particolari sensazioni organiche che si sono prodotte e che risulta finalizzato alla soddisfazione del b. tramite la ricerca di alimenti: l’obiettivo finale è quello di ristabilire l’equilibrio perso.Altri bisogni primari, quelli cioè che sembrano derivare esclusivamente da richieste provenienti dall’organismo e dalla sua fisiologia, sono la sete, il sonno, il b. di ossigeno (quest’ultimo non è avvertito direttamente dall’individuo, ma è comunque soddisfatto da un’attività riflessa: la respirazione infatti il centro deputato all’attività della respirazione viene sollecitato dall’aumento del tasso di ossido di carbonio presente nel sangue). La non soddisfazione dei bisogni primari descritti mette l’organismo in pericolo di sopravvivenza. Vi sono poi bisogni primari che però non mettono in pericolo diretto la sopravvivenza dell’individuo, almeno nel rapporto immediato di causa-effetto, sono l’attività sessuale, l’attività esplorativa (il b. di manipolare oggetti e situazioni, la “curiosità”) e l’attività cosiddetta “materna”. I bisogni, definiti come “secondari”, non sono direttamente motivati da specifiche modificazioni biologiche dell’organismo, bensì appaiono più chiaramente collegati a influenze tipicamente ambientali.Inoltre, la pressione della cultura sociale e le abitudini acquisite tendono a indurre nell’individuo il prodursi di bisogni che possono facilmente assumere lo stesso valore dei bisogni primari, come nel caso dell’affermazione personale, della carriera nel lavoro, della lotta politica ecc. La presenza di un b. è comunque sempre individuata dall’attivazione di un comportamento motivato e finalizzato. Nel caso in cui quest’ultimo manchi, non c’è b.: anche se viene esplicitamente dichiarato, la mancanza di attivazione di comportamenti specifici diventa sintomo di copertura/soddisfazione di altri bisogni non dichiarati e non presenti a livello di coscienza. Il dichiarare di avere un b., e non attivare comportamenti specifici per soddisfarlo, significa fuorviare gli altri e se stessi circa la vera natura del b., che può essere molto diversa da quella effettivamente dichiarata.

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BISTURI

Caratteristico strumento chirurgico tagliente che può avere forme e dimensioni diverse: serve per incidere tessuti. In un solo pezzo e a lama fissa (ormai solo monouso), attualmente è molto spesso a lame intercambiabili. Gli strumenti di proporzioni più grandi sono a lama fissa, come gli amputanti, i tenotomi (per tendini) ecc.

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BISTURI A ULTRASUONI

Strumento che provoca una emostasi efficace e circoscritta a basse temperature.

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BISTURI AD ARGON

Utile soprattutto per la dissezione-coagulazione dei parenchimi come quello epatico.

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BISTURI ELETTRICO

Apparecchio che utilizza correnti ad alta frequenza per incidere e provocare l’emostasi dei piccoli vasi sezionati con i tessuti.

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BLASTOCISTI

Denominazione dell’embrione durante le prime fasi del suo sviluppo, quando esso ha l’aspetto di una vescicola tale fase corrisponde al periodo compreso dal 5° al 7° giorno circa dal momento in cui è avvenuta la fecondazione dell’uovo. La parete della b. è costituita da uno o più strati di cellule sovrapposte la cavità è detta blastocele. Le cellule che daranno origine al corpo dell’embrione costituiscono una masserella che sporge verso l’interno della cavità (bottone cellulare interno o embrioblasto), mentre le cellule della parete costituiscono il trofoblasto. La b. al 6°-7° giorno, quando si attacca alla mucosa dell’utero, ha dimensioni di 250 µm ca., appena superiori a quelle dell’uovo fecondato. La fecondazione dell’uovo avviene nella tuba circa 24 ore dopo l’ovulazione. Successivamente hanno inizio le suddivisioni cellulari e l’impianto nell’utero avviene circa una settimana dopo l’ovulazione allo stadio di b.La prima fase dello sviluppo è costituita dalla segmentazione. Essa consiste in una serie di mitosi successive, quindi la cellula-uovo si divide in un numero sempre maggiore di cellule che prendono il nome di blastomeri. Col progredire della segmentazione, lo zigote percorre la tuba di Falloppio, in questo aiutato dal movimento delle ciglia dell’epitelio dell’organo, e quando raggiunge lo stadio costituito da 12 a 16 blastomeri prende l’aspetto e il nome di morula.I blastomeri più interni danno origine ai tessuti embrionali, mentre quelli più esterni formano il trofoblasto, dal quale si sviluppano gli annessi embrionali, cioè quelle strutture destinate a svolgere le funzioni di scambio e di regolazione fra madre e feto nel corso dello sviluppo successivo, fino alla nascita. Allo stadio di circa 16 blastomeri, la morula raggiunge la cavità uterina (nel tempo di circa 3-5 giorni dalla fecondazione) e qui subisce una serie di modificazioni caratteristiche che condizionano tutto lo sviluppo successivo.Durante questa settimana l’uovo in via di sviluppo non ha contatto diretto con l’organismo materno ed è protetto da diversi agenti potenzialmente pericolosi (tali sono, per esempio, virus, batteri, farmaci sostanze chimiche ecc.).Può essere tuttavia suscettibile ad agenti esterni, come radiazioni, e l’impianto è condizionato dall’anatomia dell’utero e dallo stato di salute dell’endometrio. In questa fase è probabile che fattori potenzialmente teratogeni abbiano sulla b. un effetto letale piuttosto che malformativo. In realtà sembra che almeno il 25% delle uova fecondate si perda prima dell’impianto e ciò prevalentemente come risultato di un’anormale costituzione genetica.Questi sono i cosiddetti microaborti, i quali insieme agli aborti che avvengono in fase più avanzata di gravidanza rappresentano quei processi di selezione naturale contro gli organismi anormali, che iniziano già prima dell’impianto e continuano poi dopo la nascita. Più è grave l’anomalia del prodotto del concepimento più precoce è la sua eliminazione da parte dell’organismo materno.

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BLASTOMICOSI

Malattie provocate da funghi microscopici appartenenti al genere Blastomyces. Sono diffuse soprattutto in alcune zone del continente americano, dell’Africa e del Medio Oriente e se ne distinguono due forme principali.

- La b. nordamericana, detta anche malattia di Gilchrist, è provocata da Blastomyces dermatidis e si osserva in particolare in alcune regioni sudorientali degli Stati Uniti il fungo può penetrare nell’organismo attraverso una ferita cutanea, oppure, per inalazione, con l’aria inspirata. Nel primo caso esso provoca lesioni della cute, in quanto determina un processo infiammatorio cronico granulomatoso nelle sedi interessate (di solito mani, avambracci, volto) con tendenza alla suppurazione e alla fibrosi. Se invece il microrganismo penetra per via aerea, si avranno focolai infiammatori disseminati nel tessuto polmonare. Tanto la forma cutanea quanto quella polmonare possono essere seguite, dopo molto tempo, da una disseminazione del fungo ad altre sedi dell’organismo, con comparsa di sintomi generali quali febbre, malessere, dimagramento.

- La b. sudamericana è provocata da Blastomyces (o Paracoccidioides) brasiliensis. Il fungo penetra di solito attraverso la mucosa nasofaringea o buccale, determinando lesioni ulcerose di solito accompagnate da ingrossamento dei linfonodi laterocervicali e interessamento della cute.Anche in questa forma si può avere una disseminazione dell’infezione a organi interni.La diagnosi delle b. può essere molto difficile e richiede l’individuazione e l’isolamento del fungo dai tessuti colpiti. Caratteristica è la comparsa simultanea di lesioni ossee, polmonari e cutanee. La prognosi delle forme disseminate è grave.

La terapia delle b. si fonda sull’impiego di antibiotici e chemioterapici, somministrati per via topica (nistatina, derivati azolici) o per via generale (itraconazolo, anfotericina B).

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BLEFARITE

Processo infiammatorio interessante il margine delle palpebre, spesso associato a contemporanea infiammazione della congiuntiva (congiuntivite).

Cause
Può essere dovuta a infezione di queste strutture da parte di germi, a irritazione da parte di fattori ambientali (fumo, polveri), eventualmente associate a predisposizione allergica dell’organismo o ad un cattivo stato di salute del soggetto (diabete, gotta, processi infiammatori a livello nasale e dei seni paranasali, eczemi ecc.).

Sintomi
Spesso inizia con un leggero gonfiore e arrossamento, talora vengono a formarsi tra le ciglia minuscole squame. La presenza di piccole ulcere e di piccoli ascessi è indice di una forma più grave, nella quale c’è anche la possibilità di complicazioni il decorso è assai lungo.

Diagnosi
Ispezione delle palpebre.

Terapia
La cura, che deve essere effettuata sotto controllo medico, richiede la pulizia accurata della zona infetta e l’uso di adatte pomate che, generalmente, sono a base di antibiotici.

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BLEFAROFIMOSI

Restringimento patologico dello spazio tra una palpebra e l’altra.

Cause
Può essere congenito, o rappresentare l’esito di infezioni croniche della congiuntiva o del bordo palpebrale, oppure essere conseguenza di ferite o ustioni delle palpebre.

Sintomi
La sua presenza altera in modo più o meno grave il meccanismo di apertura e chiusura delle palpebre, favorisce il persistere delle infiammazioni già stabilite in sede e può giungere fino al punto di intralciare la visione.

Diagnosi
Ispezione delle palpebre, visita oculistica

Terapia
Conservativa nei casi lievi, chirurgica in quelli più avanzati. In quest’ultima evenienza è necessario curare preventivamente il processo infiammatorio che ne è stato la causa.

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BLEFAROPLASTICA

Intervento che mira a ricostruire con lembi cutanei la palpebra nei casi in cui una parte di essa sia andata perduta per traumi o dopo escissione di tessuto cicatriziale deturpante o retraente, in seguito ad asportazione di tumori. Tale intervento può essere anche di tipo esclusivamente estetico, qualora si attui su palpebre sane ma ptosiche (cioe cadenti) in seguito ai normali processi di invecchiamento dei tessuti.

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BLEFAROPTOSI

Abbassamento permanente di una o di entrambe le palpebre superiori che determina parziale chiusura della rima palpebrale.La motilità delle palpebre è determinata da due gruppi di muscoli antagonisti (cioè che agiscono in senso contrario): l’orbicolare, a forma di anello, innervato dal nervo facciale, è deputato alla chiusura delle palpebre (particolarmente quella forzata) l’elevatore della palpebra superiore, innervato dal nervo oculomotore comune, e la muscolatura liscia o muscolo di Müller, innervata da alcuni rami del simpatico, sono invece deputati alla loro apertura. Nei casi di apertura forzata delle palpebre interviene anche il muscolo frontale, che contemporaneamente solleva il sopracciglio.

Cause
Può essere congenita (da difetto di sviluppo del muscolo elevatore della palpebra superiore), oppure conseguente a lesioni del nervo oculomotore comune (III paio dei nervi cranici, da cui partono le fibre destinate al muscolo), o del sistema nervoso simpatico cervicale. In altri casi, può essere la manifestazione di una malattia muscolare generalizzata.

Sintomi
Il paziente, per contrastare l’effetto dell’abbassamento palpebrale, tenta di sollevare la palpebra corrugando la fronte, o piega la testa all’indietro per far coincidere la pupilla con la rima palpebrale.

Diagnosi
Visita oculistica, visita neurologica.

Terapia
La terapia è diversa a seconda della causa in gioco, può far ricorso a interventi di chirurgia plastica.

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BLEFAROSPASMO

Contrazione spastica intermittente o prolungata del muscolo orbicolare delle palpebre.

Cause
Si osserva in corso di malattie del sistema nervoso in soggetti isterici o in casi di malattie psichiatriche.

Sintomi
Il b. provoca la chiusura involontaria delle palpebre e sfugge, nella generalità dei casi, alla volontà del malato di riaprirle.

Diagnosi
Visita oculistica, visita neurologica, consulto psichiatrico.

Terapia
Varia a seconda della malattia all’origine del disturbo.

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BLENORRAGIA

Infiammazione acuta o cronica delle vie urinarie, detta anche gonorrea, provocata da un germe detto gonococco. Quest’infezione è la più frequente e diffusa delle malattie veneree e si contrae quasi sempre in modo diretto attraverso i contatti sessuali, mediante la deposizione di pus blenorragico nelle vie genitali maschili o femminili. Meno facilmente essa si trasmette per mezzo di materiale infetto deposto su indumenti o biancheria (asciugamani, lenzuola). Altamente contagiosa, la gonorrea si presenta con caratteri clinici differenti nell’uomo e nella donna in quest’ultima la malattia può decorrere in forma inapparente o quasi e, pertanto, vi è la possibilità che una donna infetta trasmetta la malattia senza esserne al corrente.

Cause
La gonorrea è sostenuta da un germe Gram-negativo, il gonococco (Neisseria gonorrhoeae) il quale viene facilmente evidenziato nelle secrezioni genitali. Al microscopio il gonococco risulta formato da una coppia di elementi, la cui forma viene paragonata a quella di due chicchi di caffè che si guardano con le loro facce piane. Questi germi si rinvengono sia all’interno che all’esterno dei leucociti e si mettono in evidenza facilmente mediante la colorazione con il metodo Gram.

Sintomi
Le manifestazioni cliniche della b. sono molto più vistose nell’uomo. Avvenuto infatti il contagio, i germi che si trovano in prossimità del meato urinario, ossia dello sbocco esterno dell’uretra, vi penetrano e cominciano a svilupparsi determinando, a distanza di poco più di un giorno, un prurito che si fa sempre più intenso trasformandosi successivamente in un violento bruciore. Dopo un periodo d’incubazione di 48/72 ore, il meato uretrale si presenta arrossato, edematoso, congesto dopo poche ore, alla semplice spremitura, ma anche spontaneamente, si ha la fuoriuscita di abbondante pus (scolo) giallo-verdastro. La sensazione soggettiva di bruciore si fa sempre più intensa e talvolta rende difficile la minzione. Possono comparire inoltre erezioni frequenti, prolungate e dolorose, eccitazione sessuale dovuta alla congestione uretrale, emissione discontinua di urina a getto sottile si possono associare cefalea, astenia, svogliatezza, pallore, febbre, ma, generalmente, la malattia decorre senza gravi sintomi generali. Se si fa urinare il paziente in due bicchieri (prova di Thompson), si nota che l’urina contenuta nel primo bicchiere è torbida, e in essa galleggiano numerosi fiocchi e filamenti, alcuni dei quali si portano rapidamente al fondo. Le urine del secondo bicchiere invece sono limpide. In tal caso, si dice che il malato è affetto da uretrite anteriore gonococcica acuta: si parla di uretrite anteriore perché il processo è localizzato alla primissima porzione dell’uretra in una dilatazione che viene chiamata, per la sua forma, fossetta navicolare. Se per trascuratezza o per cure inadeguate, questa forma non guarisce, la malattia si cronicizza. In tal caso, la secrezione diviene molto meno abbondante e anche la sintomatologia soggettiva si attenua parecchio. In questa fase, tuttavia, possono comparire le complicanze della gonorrea. Queste complicanze, oggi divenute piuttosto rare, erano un tempo assai temibili e si manifestavano con sintomi che denotavano il decorso ascendente della malattia. Questa, infatti, poteva colpire, oltre ad alcune ghiandole annidate nello spessore dell’uretra (ghiandole del Littré, ghiandole di Cowper), anche la prostata, le vescichette seminali, l’epididimo, la vescica. Non era raro un tempo, assistere anche a gravissime setticemie gonococciche mortali. Tra le complicanze che ancora oggi si possono osservare si devono ricordare la prostatite e l’epididimite. La prostatite si manifesta con sensazioni di pesantezza alla regione perianale, dolore alla defecazione e alla minzione. La palpazione della prostata per via transrettale risveglia vivo dolore e alla spremitura della ghiandola, nelle urine si raccolgono filamenti e fiocchi molto caratteristici.
L’epididimite, preceduta spesso da un arresto della secrezione di pus dall’uretra, insorge bruscamente e si manifesta con dolore vivissimo, spontaneo e alla palpazione, a livello del testicolo colpito, con tumefazione di tutto l’organo e dello scroto, con febbre elevata e compromissione dello stato generale. Se l’affezione è bilaterale e se non si interviene rapidamente con le opportune misure terapeutiche, si può andare incontro alla sterilità per ostruzione del dotto spermatico. Nella donna la gonorrea decorre con sintomi e segni molto meno vistosi che nell’uomo, tanto che a volte passa inosservata o viene trascurata. La gonorrea colpisce in genere il canale cervicale cioè quella parte dell’utero che mette in comunicazione la vagina con la cavità uterina. La sua sintomatologia è caratterizzata dalla presenza di abbondante secrezione purulenta giallo-verdastra dalle vie genitali. Ad un esame ginecologico praticato in queste fase, il cosiddetto muso di tinca, ovvero quella parte dell’utero che sporge nella vagina, si presenta edematoso, congesto, vivacemente arrossato e tumefatto. La mucosa circostante è spesso abrasa e sanguina facilmente è inoltre evidentissima la secrezione purulenta che sgorga più o meno abbondantemente dal canale cervicale. Nella donna l’infezione gonococcica può interessare anche l’uretra. A differenza dell’uomo, per la sua brevità e semplicità non dà luogo ad una sintomatologia molto accentuata e i disturbi si limitano a una sensazione di bruciore alla minzione. Anche nella donna le complicanze della gonorrea sono legate alla progressione ascendente dell’infezione. Si avrà così nell’ordine: l’infezione di alcune ghiandole situate nello spessore delle grandi labbra (le ghiandole del Bartolini), l’infezione della cavità uterina (endometrite), alla quale segue facilmente la diffusione del processo alle tube uterine (salpingite) e quindi alle ovaie, mono o bilateralmente. Di tutte queste forme la più temibile, per le gravi conseguenze che comporta, è la salpingite: questa, se bilaterale, conduce quasi sempre alla ostruzione delle tube e conseguentemente alla sterilità. La bartolinite (l’infezione delle ghiandole del Bartolini) è caratterizzata da tumefazione notevole di un grande labbro, che si accompagna a forte dolore, arrossamento e fuoriuscita di pus dal dotto escretore della ghiandola. La bartolinite è praticamente scomparsa e comunque facilmente dominata dalla terapia medica. Sono rare anche le complicanze a carico delle tube uterine e delle ovaie. La sintomatologia consiste in dolori in sede addominale profonda, con forte reazione di difesa e talvolta irrigidimento delle pareti addominali dovuta a compromissione del peritoneo. Le complicanze sono sempre accompagnate da febbre alta e da interessamento dello stato generale. Si deve ancora ricordare l’infezione gonococcica del neonato che viene contagiato dalla madre infetta al momento del parto. L’infezione neonatale che un tempo provocava un grave danno oculare, con congiuntivite e panoftalmia, fino alla cecità, oggi non si verifica più. Infatti, per evitare questa complicanza, subito dopo il parto, viene effettuata di routine la cosiddetta profilassi alla Credé mediante instillazione di nitrato d’argento all’1% o di antibiotici negli occhi del neonato. Nella donna, a causa della particolare struttura istologica della vagina non è possibile una infezione gonococcica della vagina stessa. Questa invece può verificarsi nella bambina o per stupro o per contagio da parte di pannolini infetti, termometri, materiale di medicazione infetto ecc. In questi casi la sintomatologia assume caratteri di notevole gravità: la bambina accusa dolore alla minzione e bruciori le piccole e le grandi labbra appaiono arrossate, edematose, congeste e dall’orifizio vaginale scola abbondante il pus. La febbre è elevata e lo stato generale notevolmente compromesso.

Diagnosi
La diagnosi è facile nelle forme acute: la sintomatologia è indicativa e l’esame del secreto uretrale mette in evidenza i gonococchi dalla caratteristica forma a chicco di caffè. Nelle forme croniche si hanno invece difficoltà anche legate al fatto che la fase acuta può avere avuto un decorso attenuato e quindi non individuato dal paziente. La diagnosi di gonorrea si ottiene mediante striscio della secrezione purulenta su vetrino e osservazione al microscopio, dopo colorazione con il metodo di Gram.
L’esame microscopico infatti, mostra i tipici gonococchi in posizione sia intra che extra cellulare. Inoltre, mentre nell’uomo il reperto microscopico è quasi sempre inconfondibile, poiché nel pus si trova soltanto il gonococco, nella donna è facile osservare, assieme ad esso, molte altre specie di germi, i quali possono diventare virulenti a causa delle alterate condizioni locali. In questo caso, sarà necessario un occhio molto esercitato per riconoscere i gonococchi tra le altre specie di germi non sempre facilmente differenziabili. Infine si può anche ricorrere alla coltura e all’isolamento del gonococco, il quale si coltiva bene e si accresce sul terreno di Thayer-Martin.

Terapia
Il trattamento antibiotico precoce e corretto è in grado di controllare rapidamente l’infezione e ridurre drasticamente l’incidenza delle complicanze. Antibiotici di elezione sono la penicillina, le aminopenicilline, le tetracicline, il cloramfenicolo e la spectinomicina.

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BLESITÀ

Difetto della fonazione che consiste nella deformazione o soppressione di alcune consonanti. Esistono b. di origine sensoriale, cioè dovute a sordità parziale della prima infanzia, per cui non vengono uditi suoni di frequenza alta b. organiche, dovute a malformazioni degli organi della fonazione funzionali da deficit dell’attenzione da impostazione errata o semplicemente da abitudine tramandata per generazioni. Per esempio il rotacismo, pronuncia della r in posizione più arretrata, può essere considerata b. in italiano, mentre è normale in francese e altre lingue. B. sono inoltre: sigmacismo (la s diventa th o sc), cappacismo, gammacismo, lambdacismo, tetacismo (consistenti nella mancata o alterata pronuncia dei fonemi ca, ga, la, ta).

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BLOCCO

Termine indicante, in senso generico, l’arresto o la grave compromissione della funzione di un organo o di una struttura anatomica, in rapporto a processi patologici di diversa natura che in vari modi ne ostacolino l’esplicazione. Così si parla per esempio di b. articolare quando sono impediti i movimenti di un’articolazione, di b. cardiaco quando l’impulso alla contrazione del miocardio si arresta in un punto qualunque delle strutture destinate a condurre l’eccitamento, di b. renale quando gravi lesioni del tessuto renale provochino cessazione della secrezione di urine ecc.

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BLOTTING

Metodica di laboratorio che permette il riconoscimento di proteine specifiche presenti in una miscela proteica complessa. Si utilizza il Western B. per l’identificazione di una proteina o di un anticorpo diretto contro di essa. Con il Southern B. si possono evidenziare frammenti di DNA, mentre con il Northern B. si rilevano frammenti di mRNA.

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BO - BQ
BOCCA

(O cavità orale), cavità di forma grossolanamente ovalare che comunica anteriormente con l’esterno attraverso le labbra e che posteriormente, attraverso l’istmo delle fauci, dà adito al tubo digerente e, in modo accessorio, all’apparato respiratorio.La b. è delimitata anteriormente dalle labbra, posteriormente dal palato molle e dall’istmo delle fauci, in alto e posteriormente dal palato, in basso dal pavimento della b., ai lati dalla faccia interna delle guance. Nella cavità fanno salienza le arcate dentarie e la lingua. Le arcate dentarie dividono la b. in due porzioni: una anteriore detta vestibolo buccale e una posteriore, che costituisce la b. propriamente detta. Il vestibolo buccale è foggiato a ferro di cavallo, delimitato dalla faccia interna delle labbra e delle guance e dalla faccia esterna delle gengive e dei denti. Posteriormente ai denti molari esso comunica con la b. propriamente detta. Questa è delimitata dalla faccia interna delle arcate dentarie, dal palato duro e dal palato molle (detto anche velo pendulo), dal pavimento della b. e dalla lingua che ne fa salienza. Tutta la cavità orale è tappezzata da una mucosa rosea che ne riveste le varie formazioni (esclusi i denti): è in continuazione, in addietro, con la mucosa faringea e, sulle labbra, in avanti, con la cute della faccia. Quella che in condizioni normali è una cavità virtuale, occupata pressoché per intero dalla lingua e dalle arcate dentarie e delimitata dalla lineare rima labiale, per l’abbassarsi della mandibola ed il divaricarsi delle arcate dentarie, assume l’aspetto di una cavità reale aprentesi verso l’esterno.Alla b. sono annesse le ghiandole salivari i cui secreti costituiscono la saliva. Questa contiene un enzima, la ptialina, che inizia il processo di digestione degli alimenti.Oltreché nella funzione alimentare svolta dalla masticazione e dalla salivazione, la b. è implicata, seppure in modo secondario, nella respirazione infatti offre passaggio all’aria inspirata agendo, con le tonsille palatine, come filtro contro i batteri. La b. inoltre esplica un fondamentale ruolo nella fonazione contribuendo, con la lingua e le labbra, all’articolazione della parola.La b. può essere sede di numerosissimi processi patologici a carico delle sue diverse componenti. Tali processi possono avere carattere congenito, per difetti di formazione embrionaria (labbro leporino, palatoschisi, agenesia dentaria), oppure essere di natura acquisita: infiammazioni (gengiviti, glossiti, stomatiti, flemmoni), tumori benigni o maligni.

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BOCCAROLA

Piccola lesione con aspetto di ragade che si forma agli angoli della bocca. È provocata da batteri che determinano l’infezione della cute in questa sede e di conseguenza la macerazione del tessuto. Si tratta di una lesione molto dolorosa, specie con i movimenti di apertura della bocca, che colpisce prevalentemente i bambini e i soggetti in scadenti condizioni generali è contagiosa.

Terapia
Prevede l’uso di vitamine e ricostituenti generali, e più di tutto un trattamento locale con toilette accurata ed applicazione di pomate antibiotiche o cortisoniche. Nei casi più resistenti, sono utili le toccature con soluzione di nitrato d’argento.

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BOLLA

Lesione cutanea caratterizzata dalla formazione di una raccolta di liquido nello spessore dell’epidermide o tra questa e il derma se di piccole dimensioni (diametro inferiore a 3 mm) viene definita vescicola.Il liquido contenuto nella b. può avere aspetto sieroso o siero-emorragico Le bolle si possono formare in seguito a ustioni o causticazioni (in tal caso vengono anche denominate flittene) o per l’azione sulla cute di diverse sostanze ad azione irritante, oppure esse possono comparire come elemento caratteristico in diverse malattie della pelle: dermatite erpetiforme, vari tipi di pemfigo, eritema multiforme e altre. Di solito le bolle si rompono lasciando fuoruscire il liquido contenuto residuano così delle lesioni ulcerate che poi vengono ricoperte da una crosta e guariscono. Se invece si infettano, il liquido contenuto assume un aspetto purulento e la lesione, che residua dopo la rottura, è ulcerata e essudante.La terapia varia a seconda della causa l’applicazione locale di antisettici o di antibiotici può facilitare la guarigione impedendo il sovrapporsi di processi infettivi.

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BOLO

Quantità di cibo masticato e commisto a saliva che viene spinto dalla bocca allo stomaco durante ogni singolo atto di deglutizione (b. alimentare).

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BOLO FARMACEUTICO

Nella medicina antica, rinascimentale e fino a tutto il XVII sec. bolus era usato nel significato originario di terra e indicava varie polveri cui erano attribuiti poteri astringenti, disseccanti, corroboranti in seguito, nel significato di boccone, ha indicato un preparato molle, deglutibile, fatto di medicamenti amalgamati con miele.Il significato moderno è lo stesso: preparato da somministrare per via orale, di volume maggiore della pillola, di consistenza molle, da preparare al momento dell’uso.È attualmente scomparso dalle consuetudini farmaceutiche e il suo uso è limitato al campo veterinario.

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BOLO ISTERICO

Sensazione particolare di nodo alla gola, di fastidioso ingombro faringeo di cui si lamentano generalmente soggetti isterici. A volte il sintomo assume caratteristiche meno precise: i pazienti riferiscono allora di un vago senso di costrizione retrosternale o di una pressione (legata a contrazioni spastiche) che si sposta spesso dall’addome verso la gola. Il b. isterico, specie nella sua forma classica di spasmo faringeo, accompagnato da disturbi della deglutizione, costituisce una delle cosiddette stigmate isteriche, consistenti in alterazioni della sensibilità nel senso di una diminuzione (ipoestesie) o di una abnorme acutezza (iperestesie).

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BOMBESINA

Ormone prodotto da cellule del sistema endocrino diffuso presenti nella mucosa del fondo e dell’antro dello stomaco, e in minor misura anche nel duodeno, digiuno, ileo e colon. È un peptide che agisce stimolando la secrezione della gastrina, incrementando l’attività contrattile della cistifellea e la motilità dell’intestino tenue. Sembra inoltre favorire la liberazione di calcitonina dalla tiroide.

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BONIFICA

Complesso delle misure igieniche intese a eliminare dall’ambiente condizioni di vita nocive alla salute.L’attività di b. può avere per oggetto l’ambiente naturale, oppure l’ambiente di lavoro (per eliminare polveri, gas, vapori, radiazioni o altri agenti dannosi alle persone che vi operano), o anche l’organismo umano (per es. operazioni di profilassi collettiva in corso di epidemie, disinfezione e disinfestazione di soggetti portatori di malattie, contumacia sanitaria, cioè isolamento, per evitare il diffondersi di infezioni).

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BORBORIGMO

Rumore borbottante o gorgogliante tipico dell’attivita peristaltica intestinale. Si può percepire tramite l’auscultazione dell’addome con il fonendoscopio o semplicemente appoggiando un orecchio sull’addome in fossa iliaca destra o sinistra.Una riduzione di tali rumori fisiologici indica una ridotta attivita intestinale, come nell’immediato post-operatorio (ileo paralitico), o in diverse condizioni patologiche in cui si abbia infiammazione peritoneale. Se invece il rumore è notevolmente aumentato ed assume timbro metallico in un paziente con vomito e stipsi ostinata, puo essere segno di occlusione intestinale.

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BORDERLINE

(Ingl., linea di confine), termine che indica una condizione prossima a quella patologica (per es., pressione b., ossia vicina all’ipertensione). In particolare il termine è usato per indicare lesioni la cui natura e gravità sono difficili da definire, perché prive delle tipiche caratteristiche. Il termine è usato soprattutto nel campo delle neoplasie, in cui esistono forme di cui non è chiara la benignità o malignità: difatti si fa diagnosi di tumore benigno, maligno e, tra essi, di tumore “potenzialmente maligno” o b.In psichiatria, b. indica uno dei disturbi della personalità, legato all’instabilità nei rapporti sociali e alle repentine variazioni di umore.Le persone b. quasi sempre presentano un disturbo dell’identità per cui non sanno come definirsi nei confronti di scelte quali il lavoro, l’orientamento sessuale, le mete a lungo termine, la scelta degli amici o dei valori esistenziali da adottare. Spesso tutto questo viene esperito sotto forma di sensazioni di noia o vuoto. Presentano oscillazioni di umore improvvise per cui passano facilmente dalla depressione alla rabbia, talvolta con scoppi improvvisi di violenza (che possono anche arrivare a dirigere su se stessi suicidandosi, graffiandosi o automutilandosi). Altre volte si buttano nell’uso di sostanze stupefacenti o di alcolici, possono presentare attacchi di bulimia, oppure lanciarsi in spese pazze o ancora in promiscuità sessuali. Nei confronti del partner oscillano dall’idealizzazione alla completa svalutazione, ma sono colti da angoscia di fronte all’eventualità vera o presunta di abbandono.

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BORDETELLA

Genere di Batteri di cui la specie più importante è B. pertussis o bacillo di Bordet-Gengou (altre specie sono la B. parapertussis e la B. bronchiseptica). È un coccobacillo Gram-negativo, agente causale della pertosse, piccolo, ovoidale, incapace di muoversi in maniera autonoma e poco resistente nell’ambiente esterno. Cresce e si moltiplica ottimamente sulla mucosa dell’albero respiratorio cui giunge qualora siano respirate le microscopiche goccioline di muco o di saliva emesse dal malato di pertosse, quando parla o tossisce. Così, infatti, è trasmessa la malattia, che è molto contagiosa.Penetrato nell’organismo con l’aria inspirata, il bacillo sceglie a propria dimora la mucosa del laringe e della trachea, vi si insedia e comincia a svolgere la sua attività lesiva. Le mucose irritate rispondono con fatti infiammatori e con la secrezione di abbondante muco, vale a dire di catarro.Inoltre, dalla disgregazione dei germi morti si libera una tossina particolarmente velenosa, che lede profondamente la mucosa della parete dell’albero respiratorio irritando le terminazioni nervose, scatena gli accessi di tosse spasmodica, che sono saltuari probabilmente perché saltuaria è l’emissione della tossina, che è legata intimamente al ciclo vitale del batterio (vedi PERTOSSE).

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BORDET-GENGOU, reazione di

(Prende il nome da J. Jean Bordet, biologo e medico belga - Soignies 1870 - Bruxelles 1961), reazione immunologica di fissazione del complemento usata nei laboratori per alcuni esami sul siero del sangue. Tale reazione identifica la presenza di anticorpi specifici, ambocettori, che agiscono fissandosi con un’estremità all’antigene e con l’altra al complemento o alessina, sostanza sempre presente nel siero, impedendo di conseguenza l’azione emolitica di quest’ultima. La reazione di B.-Gengou, oltre ad aver spiegato alcuni meccanismi immunitari, ha avuto applicazioni pratiche diagnostiche, tra cui la reazione di Wassermann per l’individuazione della sifilide.

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BORRELIA

Genere di Schizomiceti appartenenti al gruppo delle spirochete hanno forma di filamenti flessuosi avvolti a spirale. Sono parassiti di roditori e possono infettare l’uomo, trasmessi dalla puntura di pidocchi e zecche, generalmente del genere Ixodes. Le specie più importanti sono B. recurrentis e B. duttoni, agenti della febbre ricorrente, B. vincenti, responsabile dell’angina di Vincent e B. burgdorferi della malattia di Lyme. Penetra attraverso la cute e si diffonde o superficialmente, dando luogo al caratteristico eritema migrante, o in profondità per via ematica, raggiungendo altri organi. Determina una iniziale depressione della risposta immunitaria che tende ad aumentare in un secondo momento quando cresce la produzione di composti proteici di origine batterica. I primi anticorpi iniziano a formarsi tra la terza e la sesta settimana di malattia.
L’habitat a rischio corrisponde a quello delle zecche (per l’Italia principalmente rappresentate dall’Ixodes ricinus), ovvero margini dei boschi, radure, cespugli, con alta umidità e temperature relativamente elevate (primavera, autunno). La prevenzione della puntura della zecca si attua fondamentalmente tramite: l’utilizzo di prodotti repellenti il ricorso a un abbigliamento specifico (che copra la maggior parte della superficie corporea) la pronta rimozione delle zecche attaccate agli animali e all’uomo lo sfalcio dell’erba nei giardini di casa l’ispezione puntuale degli animali casalinghi.

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BORSA

Formazione anatomica a forma di sacca, di varia origine, natura e significato.

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BORSA AMNIOTICA

Sacco costituito da due membrane, l’amnios all’interno ed il corion all’esterno. Il feto, contenuto nell’utero gravido, è avvolto dalla membrana amniotica e sospeso in 1500 ml ca. di liquido amniotico. Al momento del travaglio di parto, le contrazioni spingono il contenuto dell’utero (membrane, liquido amniotico, feto) in avanti, contro il collo uterino che, sotto tale spinta, lentamente si dilata. Quando la bocca uterina è dilatata e la parte fetale presentata, spinta dalle contrazioni, va a combaciare con il perimetro del distretto superiore, il liquido amniotico, che si viene a trovare davanti alla parte fetale presentata, non può defluire indietro. Si distinguono le acque anteriori, cioè quelle davanti alla parte presentata, e le acque posteriori, che fuoriescono dopo l’uscita del feto. Durante il travaglio di parto, quando la bocca uterina ha raggiunto la dilatazione di 3-5 cm, per lo più si ha la rottura spontanea delle membrane con la perdita delle acque anteriori.

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BORSA OMENTALE

vedi OMENTO

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BORSA SIEROSA

(O borsa mucosa), formazione anatomica a forma di vescicola contenente modesta quantità di liquido sieroso limpido, presente in diverse sedi dell’organismo, soprattutto tra tendini, tra questi e le ossa vicine, o tra i muscoli che scorrono l’uno sull’altro, o anche sotto la cute, nei punti in cui questa è sottoposta a pressioni o a sollecitazioni meccaniche.Le borse sierose possono essere divise in due gruppi: le borse tendinee e le borse muscolari. Le prime sono interposte tra tendine e superficie ossea sottostante, mentre le seconde sono site tra due muscoli che scorrono l’uno sull’altro. Si hanno poi le borse sottocutanee che si trovano in punti in cui la pelle è sottoposta a pressione, oppure là dove ci sono delle sporgenze ossee. Le borse sierose hanno la funzione specifica di facilitare lo scorrimento e lo scivolamento dei tendini sulle ossa e dei muscoli tra di loro annullando l’attrito reciproco. Tra le borse più importanti: alla spalla la b. sottoacromiodeltoidea e la b. sottoscapolare al gomito la b. retroolecranica, sottoolecranica e bicipitale all’anca le borse dell’ileopsoas e del grande trocantere al ginocchio le borse pretibiali, prerotulee, la b. sottoquadricipitale e la b. del tendine della zampa d’oca. Le borse sierose sono spesso sede di processi infiammatori acuti o cronici.

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BORSITE

(O igroma), processo infiammatorio a carico di una o più borse sierose. Può essere di tipo acuto o cronico.

Cause
Le cause più comuni delle borsiti acute sono i traumi e i processi infettivi da germi comuni (streptococchi, stafilococchi, diplococchi). Anche nella malattia reumatica si può avere un interessamento delle borse sierose. Nelle borsiti croniche aspecifiche hanno spesso influenza stimoli meccanici ripetuti ad azione traumatizzante (del calcagno da parte della calzatura nella epicondilite, detta anche gomito del tennista, da un eccessivo gioco del tennis).

Sintomi
Tumefazione, edema dei tessuti e dolore al minimo contatto se la cute non è ben pulita e se non si osservano alcuni accorgimenti (riposo della parte e freddo), il liquido contenuto può suppurare.

Terapia
Il trattamento delle borsiti acute consiste nell’aspirazione del contenuto purulento della borsa e nell’iniezione, locale, di antibiotici (soltanto nei casi più gravi si potrà giungere all’asportazione della borsa) nelle borsiti croniche il trattamento varia secondo la sede: all’inizio sarà quasi sempre di carattere medico e fisioterapico l’indicazione chirurgica può variare secondo la localizzazione e la gravità della malattia.

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BOTALLO, dotto di

(Prende il nome da Leonardo Botallo, anatomico italiano - Asti 1530 - dopo il 1571), corto collegamento vascolare che durante la vita intrauterina unisce l’arteria polmonare del feto con l’arteria aorta, avendo il compito di deviare in quest’ultima quasi tutto il sangue dell’arteria polmonare. Alla nascita il dotto di B. si atrofizza gradualmente: nell’adulto è rappresentato da un legamento fibroso di colore biancastro (legamento arterioso di Botallo).La permanenza del dotto di B. dopo la nascita costituisce una grave anomalia congenita spesso incompatibile con la vita. Nel feto i polmoni non hanno alcuna funzione, cioè il sangue non si ossigena a livello di essi, in quanto l’ossigenazione sanguigna, come pure gli scambi nutritivi, avvengono attraverso la placenta. Nel feto, il sangue che proviene dalla vena cava inferiore, mescolato con parte di quello ossigenato della vena ombelicale, è convogliato all’atrio destro da questo, attraverso il foro ovale di Botallo, all’atrio sinistro e al ventricolo sinistro, che lo pompa nell’aorta ascendente. Il sangue, invece, che proviene dalla vena cava superiore penetra nell’atrio destro, poi nel ventricolo destro, e da questo è pompato nell’arteria polmonare. Dato che nel feto i polmoni non hanno alcuna funzione, quasi tutto il sangue dell’arteria polmonare finisce nell’aorta, passando attraverso il dotto arterioso di Botallo. Con la nascita entrano in attività i polmoni ai quali viene convogliato, dall’arteria polmonare, il sangue per essere ossigenato. Il dotto di Botallo, cessata ogni funzione, va incontro a un processo di regressione che si completa di solito entro 3 o 4 mesi, lasciando in sua vece un legamento esteso dall’aorta all’arteria polmonare. Questo normale processo di obliterazione del dotto di Botallo a volte, per fattori tuttora sconosciuti, non ha luogo. Il dotto in questo caso resta aperto ed è perciò responsabile di tutta una serie di disturbi dovuti al fatto che, attraverso esso, continua a passare sangue, non più dall’arteria polmonare all’aorta, ma in senso inverso, e cioè dall’aorta all’arteria polmonare, poiché è maggiore la pressione del sangue nella prima rispetto alla seconda.

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BOTALLO, foro di

(O forame ovale), foro di comunicazione fra atrio destro e sinistro del cuore, normalmente esistente nel feto e indispensabile alla sua nutrizione. Il foro di B. si chiude alla nascita. La sua permanenza costituisce una grave malformazione che è possibile correggere soltanto con un intervento chirurgico. Il miglior periodo per l’intervento è compreso tra il 5° e l’8° mese di vita.

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BOTRIOCEFALO

Nome comune del parassita intestinale Diphyllobothrium (o Bothriocephalus) latum, verme platelminta responsabile di una grave forma di anemia: la botriocefalosi.

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BOTRIOCEFALOSI

Malattia parassitaria dovuta alla presenza nell’intestino umano del botriocefalo (Diphyllobothrium latum). Può rimanere silente come provocare disturbi intestinali o una anemia macrocitica importante.

Cause
Le uova del parassita, emesse dall’uomo attraverso le feci, si schiudono in acqua dolce dando origine a larve che invadono il corpo di crostacei copepodi del genere Cyclops e Diaptomus, nei quali si sviluppa il secondo stadio larvale i crostacei vengono ingoiati dai pesci in cui avviene il terzo stadio l’uomo si infetta con pesce poco cotto e il parassita diventa adulto nell’intestino.

Sintomi
La b. dà una lieve sintomatologia intestinale (nausea, vomito, dolori, stipsi e diarrea alternate) e nervosa (cefalea, insonnia, scialorrea) talvolta si instaura un’anemia macrocitica ipercromica secondaria, con quadro ematico simile a quello dell’anemia perniciosa.

Diagnosi
Esame parassitologico delle feci con dimostrazione delle uova del parassita.

Terapia
Consiste nella somministrazione di antielmintici (praziquantel, niclosamide) e antianemici. La profilassi consiste nell’evitare l’ingestione di pesce d’acqua dolce (come trota, luccio, salmone) poco cotti.

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BOTRIOMICOMA

(O granuloma piogenico), piccola escrescenza della cute, peduncolata, di colore rosso, che può svilupparsi sulle mani, sul volto, sul capo. È espressione di una reazione esuberante del tessuto a una infezione da germi piogeni.

Terapia
La terapia consiste nell’asportazione chirurgica o nell’elettrocoagulazione della lesione.

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BOTTONE D’ORIENTE

Lesione cutanea dovuta ad infezione della cute da parte di un protozoo (Leishmania tropica) meglio nota con il nome di leishmaniosi cutanea. È detta anche bottone di damasco per la sua frequenza in quelle regioni anche se è diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. La lesione è caratterizzata all’inizio dalla formazione di una piccola papulo-macula che si trasforma rapidamente in una papula e poi in un nodulo sottocutaneo che può rimare tale per mesi o scomparire. Le zone cutanee piu’ frequentemente colpite sono il volto, le mani, i piedi, gli avambracci. Esiste anche una forma cosiddetta rurale, non conosciuta in italia, caratterizzata dalla formazione di un’ulcera, generalmente pruriginosa e non dolente.La terapia è quella della leishmaniosi.

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BOTTONE GUSTATIVO

(O calice gustativo), formazione anatomica di forma ovoidale, visibile al microscopio, deputata alla ricezione di quegli stimoli di natura chimica dai quali dipende la sensazione gustativa. Nell’uomo sono presenti in totale ca. 9.000 bottoni gustativi, che sono distribuiti nella mucosa della lingua (sulle pareti laterali delle papille fungiformi e vallate) e, in minor numero, anche nella mucosa della faringe e dell’epiglottide. Ogni b. è costituito da un gruppo di 5-8 cellule di forma fusata, provviste di un prolungamento apicale che sporge in una piccola apertura dell’epitelio mucoso detta poro gustativo il corpo di queste cellule, che sono gli elementi recettori specifici, è avvolto dalle espansioni terminali di fibre nervose. Tra gli elementi recettori si trovano cellule di sostegno. L’impulso nervoso che si genera a livello delle cellule recettrici viene trasmesso ai centri del sistema nervoso attraverso le fibre dei nervi facciale, glossofaringeo e vago.

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BOTULINO

Microrganismo appartenente al genere Clostridium (Clostridium botulinum), anaerobio Gram-positivo produce spore molto resistenti al calore. Le spore sono presenti nel terreno e nelle acque marine e stagnanti e possono contaminare gli alimenti conservati in maniera artigianale particolarmente in quelli conservati in scatola e non cotti, in salumi, in prosciutti. Produce una sostanza tossica di natura proteica (tossina botulinica), responsabile di tre forme di intossicazione: b. alimentare (forma più frequente), b. infantile e b. da ferita (raro)

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BOTULISMO

(O allantiasi), grave intossicazione determinata dall’ingestione di alimenti inquinati dalla tossina botulinica deve il suo nome al fatto che, quando venne riconosciuta, si notò la sua frequente comparsa dopo ingestione di salumi (lat. botulus, salsiccia). Oltre ai salumi, però, anche i cibi conservati in scatola o sotto vuoto, se inquinati dalle spore del bacillo botulino, possono costituire un ambiente favorevole al loro sviluppo con produzione della tossina.Oggi il b. è raro ad osservarsi, nonostante la gran diffusione commerciale degli alimenti conservati, in quanto le tecniche di conservazione attuali hanno praticamente eliminato tale pericolo i casi osservati sono quasi sempre in rapporto con il consumo di conserve alimentari preparate in casa con tecnica impropria.

Sintomi
I sintomi dell’intossicazione si manifestano in genere entro 12-24 ore e, di solito quanto più sono precoci tanto più grave è la malattia. Essi possono variare da un lieve malessere che non richiede l’intervento del medico, fino ad un quadro di malattia fulminante che porta a morte in pochi giorni. I primi sintomi sono caratterizzati da debolezza, vertigini, secchezza della gola ad essi fanno seguito i segni della paralisi, soprattutto a carico di muscoli innervati dai nervi cranici: difficoltà alla deglutizione e alla fonazione, disturbi visivi (strabismo, visione doppia, abbassamento delle palpebre) nei casi gravi si ha la morte per paralisi dei muscoli respiratori. Se il paziente sopravvive la ripresa è rapida e completa.

Terapia
Ai primi segni di malattia è necessario trasferire il paziente in un centro di rianimazione, ove si possa praticare la respirazione artificiale in caso di necessità si può ricorrere inoltre alla lavanda gastrica e alla somministrazione endovena di antitossina botulinica, per neutralizzare quella parte di tossina che eventualmente non si fosse ancora fissata alle terminazioni nervose (50-100 mL al dì per via endovenosa o intramuscolare).Esistono altre due forme di b., molto più rare:- b. infantile: causato dallo sviluppo di tossine all’interno dell’intestino di bambini al di sotto di un anno di vita. L’evoluzione è di solito più lenta e la sintomatologia varia dal rifiuto dell’alimentazione a sintomi più preoccupanti come difficoltà respiratoria e la paralisi dei nervi cranici.- b. da ferita: rappresenta la forma più rare delle tre. Si manifesta come la forma alimentare senza, ovviamente, tutti i sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea).

In generale, tutti i cibi conservati che non vengono fatti cuocere e che hanno un basso grado di acidità (pH sopra 4,6), possono costituire un ambiente adatto alla crescita del botulino. Secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention americani, il principale veicolo della tossina botulinica è rappresentato dalle verdure in scatola e conservate. L’acidità e il contenuto in sale contribuiscono a controllare lo sviluppo del batterio, riducendo quindi la possibilità della produzione della tossina. Infine, è importante non consumare conserve che, all’apertura, siano maleodoranti o che presentino contenitori rigonfi in modo anomalo.

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BOUILLAUD, malattia di

(Prende il nome da Jean-Baptiste Bouillaud, medico francese - Garat 1796 - Parigi 1881). vedi febbre REUMATICA

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BOURNEVILLE, malattia di

(Prende il nome da Désiré-Magloire Bourneville, neuropsichiatra francese - Garancières, Eure 1840 - Parigi 1909). vedi SCLEROSI TUBEROSA

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BOWEN, morbo di

(Prende il nome da John Templeton Bowen, dermatologo statunitense - Boston 1857-1940), malattia della cute che colpisce soggetti di età adulta e si manifesta con la comparsa di una o più chiazze rilevate, di color bruno, ricoperte da squame di cheratina, che si estendono molto lentamente. Tali lesioni compaiono di solito nelle parti coperte (tronco, arti inferiori, ano ecc.) e sono l’espressione di una proliferazione atipica, tumorale, delle cellule epidermiche, proliferazione che determina ispessimento dell’epidermide stessa, ma che per lungo tempo (anche per 15-20 anni) non infiltra gli strati sottostanti. Dopo un periodo più o meno lungo, tuttavia, si può manifestare in seno alla lesione la comparsa di un nodulo a più rapido accrescimento, segno che la proliferazione cellulare ha assunto i caratteri infiltrativi di un vero e proprio tumore maligno.La terapia si basa sull’asportazione chirurgica.

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BOWMAN, capsula di

(Prende il nome da William Bowman, medico britannico - Nantwich 1816 - Dorking 1892) o capsula glomerulare, membrana che riveste il glomerulo renale. È costituita di un foglietto viscerale, in intimo contatto con i capillari del glomerulo e di un foglietto parietale che si continua nel tubulo contorto di primo ordine. Nella capsula di B. avviene la filtrazione glomerulare.

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BOWMAN, membrana di

Membrana basale particolarmente sviluppata nell’uomo, su cui appoggia l’epitelio della cornea dell’occhio.

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BPCO

vedi BRONCOPNEUMOPATIA CRONICA OSTRUTTIVA

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BR - BZ
BRACCIO

Parte dell’arto superiore compresa tra la spalla e il gomito. Lo scheletro è costituito da un solo osso, l’omero, che si articola superiormente con la scapola, inferiormente con l’ulna e il radio. L’omero è un osso lungo, pari, situato ai lati del torace, interposto fra la scapola e le ossa dell’avambraccio. Vi si distinguono due epifisi e una diafisi. L’epifisi prossimale (testa dell’omero) è voluminosa e rotondeggiante e si articola con la cavità glenoidea della scapola l’epifisi distale (paletta omerale) è invece schiacciata in senso antero-posteriore e si articola con le ossa dell’avambraccio. La diafisi, o corpo, appare limitata da tre facce, esterna, interna e posteriore L’articolazione scapoloomerale è una enartrosi e consente al b. di muoversi in tutte le direzioni al gomito il condilo dell’omero si articola con la fossetta glenoidea del radio, mentre la troclea si articola con la grande incisura sigmoidea dell’ulna. L’omero ha una lunga diafisi a sezione triangolare, con una faccia anteriore, una mediana e una laterale.Gli spigoli, e in modo particolare la doccia sulla faccia posteriore, dimostrano un andamento a spirale, che testimonia il processo di torsione subìto dall’osso nello sviluppo filogenetico. La testa dell’omero, dalla forma di un terzo di sfera, è unita all’osso da un collo anatomico che forma un angolo di 130° ca. con l’asse della diafisi. L’epifisi superiore è munita di due tuberosità: grande, o trochite, su cui si inseriscono i muscoli sopraspinoso, sottospinoso e piccolo rotondo piccola, o trochine, su cui si inserisce il muscolo sottoscapolare. Tra le due tuberosità, una doccia alloggia il tendine del capo lungo del bicipite. Sul terzo superiore dell’omero si inseriscono i muscoli della spalla e quelli che formano i pilastri anteriore e posteriore dell’ascella oltre ai quattro citati, sono: il deltoide, il grande rotondo, il grande dorsale, il grande pettorale, il coracobrachiale.I muscoli del b. sono contenuti in due logge, anteriore e posteriore, separate tra di loro da due aponeurosi intermuscolari, rispettivamente interna ed esterna, che profondamente si inseriscono sulle due docce dell’omero e superficialmente si congiungono all’aponeurosi brachiale, che circonda tutta la muscolatura.Nella loggia anteriore si trovano il bicipite, il brachiale anteriore, il coracobrachiale in quella posteriore il tricipite.Il fascio nervovascolare formato dall’arteria omerale, dal nervo mediano e da due vene satelliti decorre sul fondo della doccia bicipitale dell’omero, nella loggia anteriore in quella posteriore decorrono il nervo radiale, l’arteria brachiale profonda e le vene satelliti medialmente il nervo ulnare e più superficialmente il nervo muscolocutaneo. Due vene superficiali si trovano nel tessuto adiposo del sottocutaneo: la vena cefalica e la vena basilica.Il b. può essere colpito da difetti di sviluppo durante la vita fetale, ma raramente è colpito in modo isolato nei casi più frequenti o vi è aplasia totale di tutto l’arto, oppure mancano tutti e due i segmenti intermedi, b. e avambraccio, mentre si è sviluppata la mano (focomelia).Anomalie in tal senso possono presentarsi anche in caso di farmaci presi dalla madre durante la gravidanza, soprattutto nei primi 3 mesi che sono i più pericolosi per lo sviluppo dell’embrione.

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BRACHIALE

Termine che si riferisce a organi o a formazioni anatomiche aventi relazione con il braccio.

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BRACHIALE, arteria

(O arteria omerale), continuazione dell’arteria ascellare che, a livello del gomito, si dirama nell’arteria ulnare e radiale. Si estende dal margine inferiore del grande pettorale alla piega del gomito. Decorre medialmente all’omero, tra i muscoli coracobrachiale e bicipite. A livello del gomito è situato nel punto di mezzo tra epicondilo ed epitroclea.

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BRACHIALE, plesso

Rete formata, mediante scambi di fibre, dai rami ventrali dei nervi V, VI, VII, VIII cervicale e I toracico. Riceve anche un piccolo contingente di fibre del IV nervo cervicale e del II nervo toracico. Presenta numerose anastomosi e suddivisioni, largamente variabili da individuo ad individuo. Vi sono tre tronchi principali (superiore, medio ed inferiore). Il plesso ha la forma di un triangolo, con la base rivolta alla colonna vertebrale e l’apice nel cavo ascellare, a livello della faccia posteriore del muscolo piccolo pettorale. Il plesso dà numerosi rami collaterali e terminali: tra questi ultimi i nervi destinati all’arto superiore.Le diverse affezioni che possono colpire il plesso sono: radicoliti, nevriti, interruzioni con conseguente paralisi e anestesia del territorio innervato.È da ricordare la nevralgia o plessite brachiale, caratterizzata da dolore intenso e improvviso, quasi sempre localizzato alle articolazioni. Altro quadro significativo è la lesione del plesso brachiale in ostetricia, dovuta per lo più ad uno scorretto disimpegno delle spalle durante il parto spontaneo: si verifica soprattutto nelle distocie meccaniche.

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BRACHIALE, vena

(O vena omerale), vena duplice che accompagna il decorso dell’arteria brachiale.

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BRACHIALGIA

Sindrome dolorosa dell’arto superiore dovuta a irritazione dei nervi ad esso destinati.

Cause
Molto spesso la b. è conseguenza di un’artrosi cervicale, che restringe gli spazi tra le vertebre nei quali transitano le radici nervose in altri casi è dovuta a ernie del disco cervicali oppure ad anomalie della settimavertebra cervicale o del sistema muscolo-legamentoso del collo. Spesso le brachialgie riguardano singoli tronchi nervosi, caso che si verifica in compressioni o dislocazioni del tronco nervoso a opera di formazioni patologiche (esostosi, esiti di fratture).

Terapia
La terapia delle brachialgie, se si prescinde dalle cure generiche antinevritiche, deve essere rivolta alla causa responsabile della malattia, da rimuovere con presidi medicamentosi o con interventi chirurgici.
Molto importante è il controllo del proprio assetto posturale, che potrebbe essere alterato e necessitare di un riallineamento. Restare davanti a un computer per tempi prolungati cristallizza alcune masse muscolari e giunture in posture bloccate, sottoponendo altre a sollecitazioni estreme. Le scorrette posizioni, fisse e mantenute a lungo, finiscono così per provocare spasmi muscolari nella parte cervicale della colonna vertebrale e una sofferenza del disco intervertebrale, che già con l’età invecchia e tende a perdere la sua peculiare capacità ammortizzatrice.

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BRACHICEFALIA

Forma rotondeggiante della testa (e del cranio), in cui la larghezza equivale pressappoco alla lunghezza (il rapporto fra queste due misure oscilla da 0,82 a 1). Questo carattere è diffuso in tutti i continenti e fra tutte le popolazioni viventi, sia pure con qualche eccezione: è assente per esempio negli Australiani. La forma tondeggiante della testa predomina rispetto a quella allungata, detta dolicocefala, nella fascia centroeuropea e nordhimalayana, mentre è poco frequente in Africa. Poiché nessuna forma di ominide fossile presenta mai cranio tondeggiante, si tende a ritenere questo come un carattere differenziatosi tardivamente, anche se oggi non è correlato né a una maggiore capacità cranica, né a una differenziazione fisionomica più fine, nel confronto con le forme dolicocefale. L’insorgenza tardiva di tale carattere viene generalmente messa in stretta correlazione con la grande capacità polmonare solitamente riscontrabile nei tipi umani provvisti di b. Questa capacità deve infatti essere stata una condizione assai favorevole alla sopravvivenza in periodi di difficoltà ambientali dovute al freddo e all’umidità, come quelle affrontate dagli uomini mesolitici e neolitici, alla fine dell’ultima glaciazione, quando appunto la b. comincia a essere un carattere comune accanto alla dolicocefalia.

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BRACHIDATTILIA

Malformazione congenita caratterizzata da una brevità abnorme delle dita. Può interessare un solo dito o, più spesso, tutte le dita della mano, in relazione a un minor sviluppo in lunghezza dei diversi segmenti scheletrici a volte si associa ad altre anomalie malformative (fusione congenita di due o più dita). Si osserva frequentemente in pazienti con sindrome di Down.

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BRACHIESOFAGO

Malformazione caratterizzata da un’abnorme brevità dell’esofago.Può essere congenita, per insufficiente sviluppo in lunghezza dell’organo o acquisita. Come conseguenza il tratto addominale dell’esofago e parte dello stomaco vengono attratti nella cavità toracica formando un’ernia attraverso lo iato diaframmatico. Tale condizione, soprattutto se di lieve grado, può non dare alcun sintomo nel bambino o manifestarsi solo con disturbi lievi (rigurgiti, dolori allo stomaco, vomito), che tendono a scomparire col tempo, col passaggio alla posizione eretta e a un’alimentazione solida. Nelle forme più gravi si ricorre a un intervento chirurgico, per riportare lo stomaco nella cavità addominale.

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BRACHIO-RADIALE, muscolo

Muscolo laterale dell’avambraccio, origina dal margine laterale dell’omero, il suo ventre si porta in basso occupando una posizione superficiale e prosegue in un lungo tendine che si inserisce al processo stiloideo del radio. È innervato dal nervo radiale e contraendosi flette l’avambraccio sul braccio.

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BRACHITERAPIA

Tecnica di radioterapia antineoplastica con applicazione delle radiazioni a diretto contatto o in prossimità della sede del tumore. Si effettua, ad esempio, nei tumori della cervice uterina e dell’utero tramite speciali applicatori intravaginali creati su misura per ogni paziente.

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BRACHITIPO

Uno dei tipi morfologici costituzionali. È caratterizzato da statura poco elevata e quindi da un’eccedenza dello sviluppo del tronco rispetto a quello degli arti la massa corporea tende perciò a distribuirsi più in senso trasversale che longitudinale. Il cranio è grande, il collo corto e tozzo (collo taurino). Il torace è corto, di forma quadrata, con spazi intercostali ristretti e coste a decorso orizzontale l’addome è invece globoso. Gli arti sono brevi, soprattutto quelli inferiori. Generalmente è abbondante il tessuto adiposo sottocutaneo.

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BRADICARDIA

Rallentamento della frequenza cardiaca al di sotto delle 60 pulsazioni al minuto.

Cause
Questo disturbo può essere conseguenza di alterazione della conduzione (blocco atrioventricolare), per cui non giunge alla muscolatura dei ventricoli l’impulso alla contrazione originato a livello del nodo senoatriale (SA) lo stimolo insorge allora in centri situati più in basso, il cui automatismo non è però capace di dare un numero di impulsi uguale a quelli del nodo senoatriale. La bassa frequenza delle pulsazioni può essere anche dovuta a disturbi del sistema nervoso vegetativo con aumento del tono del parasimpatico che, attraverso il nervo vago, inibisce l’attività cardiaca. Possono agire a questo modo situazioni patologiche come intossicazioni, malattie infettive, itteri e aumento della pressione endocranica da tumori cerebrali che, determinando irritazione o compressione a livello dei centri bulbari, sono causa di eccitazione vagale altre condizioni bradicardizzanti sono l’ipotiroidismo, l’ipotermia, epatopatie avanzate, grave ipossia, acidosi, ipercapnia ed ipertensione acuta. Nella maggior parte dei casi non si rilevano disfunzioni del nodo SA.

Sintomi
I sintomi possono essere l’affaticamento a seguito di una diminuita portata cardiaca. In casi di veri e propri blocchi sinusali possiamo avere capogiri ed episodi sincopali, soprattutto nei casi in cui non intervengano pacemaker inferiori in senso compensatorio. Alcuni soggetti rispondono in senso marcatamente bradicardico a seguito di assunzione di digitale, betabloccanti, chinidina e verapamil. Con il termine sick sinus syndrome si intende un insieme di sintomi (capogiri, confusione, sincope, astenia, insufficienza cardiaca congestizia) causata da una disfunzione SA con spiccata b. Esistono condizioni in cui la b. si alterna con aritmie ipercinetiche (sindrome b.-tachicardia).

Terapia
La terapia, se necessaria, prevede l’utilizzo di pace-maker (che sostituiscono la funzione del nodo SA).La b. infine può essere legata alla costituzione del soggetto: in tal caso non costituisce una condizione patologica, consentendo invece prestazioni fisiche superiori alla norma come avviene per certi atleti.

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BRADICHININA

Polipeptide originato per opera di enzimi proteolitici dalle proteine del plasma in corso di reazioni infiammatorie o allergiche (di tipo immediato). In particolare ha proprietà vasoattive ed aumenta la permeabilità capillare: si verifica una vasodilatazione arteriolare e un’adesione dei globuli bianchi all’endotelio delle venule, oltre che un aumento della permeabilità. Importante, in questo senso, la cooperazione con l’istamina.

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BRADILALIA

Disturbo della favella caratterizzato da un rallentamento nell’articolazione della parola. È un sintomo di frequente riscontro nel morbo di Parkinson e nel parkinsonismo postencefalitico.

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BRADIPNEA

Diminuita frequenza degli atti respiratori. Condizione rara ad osservarsi: esprime una grave sofferenza dei centri respiratori situati nel bulbo, con diminuzione della loro eccitabilità.Compare negli avvelenamenti acuti e mortali da ipnotici, negli stati di commozione cerebrale grave, nell’agonia.A tutti è noto che i movimenti respiratori possono essere modificati con la forza della volontà. Il fatto stesso che si possa trattenere il respiro oppure compiere delle inspirazioni ed espirazioni forzate è indice delle possibilità di un controllo volontario della respirazione. Si deve ricordare, però, che la funzione ventilatoria è un atto involontario e continua il suo ritmo anche quando l’organismo si trova in uno stato di non coscienza: è quanto avviene, per esempio, nel sonno. Gli impulsi che garantiscono questa autonomia della respirazione dalla volontà provengono da un centro nervoso, detto appunto centro respiratorio, situato nella parte più bassa dell’encefalo (il bulbo) in questo centro respiratorio è possibile distinguere un centro inspiratorio e uno espiratorio. Superiormente, a livello di un’altra struttura encefalica, il ponte (di Varolio), esiste un altro centro, il centro pneumotassico, che è collegato con entrambi i centri bulbari (inspiratorio ed espiratorio) e che può essere considerato come un secondo centro espiratorio. L’andamento ritmico della respirazione è dovuto al fatto che l’attività del centro inspiratorio non è continua, ma viene periodicamente inibita da impulsi provenienti dai centri espiratori. Gli impulsi provenienti dai centri respiratori, attraverso i nervi, raggiungono i muscoli respiratori e li fanno contrarre ritmicamente, assicurando il regolare abbassamento ed innalzamento delle coste e il rilasciamento e la contrazione del muscolo diaframma. I centri bulbari del respiro sono sottoposti a impulsi riflessi provenienti sia dalle formazioni nervose superiori (corteccia, ipotalamo), sia dalla periferia (propriorecettori cutanei, viscerali, nasofaringolaringei, broncopolmonari, chemiorecettori e pressorecettori senocarotidei, cardioaortici, termorecettori cutanei). Gli impulsi provenienti dalla periferia raggiungono i centri respiratori determinando cambiamenti ventilatori a volte anche notevoli per esempio, la percezione di un odore pungente da parte delle cellule olfattive causa l’immediato invio di stimoli al centro respiratorio e come conseguenza il subitaneo arresto del respiro. In genere, si può dire che la stimolazione di quasi tutti i nervi sensitivi (quelli cioè che hanno il compito di condurre al cervello gli stimoli di percezioni interne o esterne al corpo stesso), determina l’insorgenza di impulsi che raggiungono il centro respiratorio e come conseguenza si avrà un’alterazione del ritmo respiratorio con un continuo aggiustamento di quest’ultimo. La respirazione comunque viene controllata anche per via chimica. All’altezza del seno carotideo e dell’arco aortico sono situati infatti due corpiccioli simili a piccole ghiandole, chiamati rispettivamente corpo carotideo e corpo aortico all’interno di queste formazioni sono contenute speciali cellule (dette chemiorecettori) che sono in grado di “analizzare” continuamente il contenuto di ossigeno, di anidride carbonica e il valore del pH nel sangue e di stimolare, pertanto, in via riflessa i centri respiratori. Così quando la tensione parziale di ossigeno diventa troppo bassa e quella dell’anidride carbonica troppo alta, con o senza variazioni del pH, essi provvedono a stimolare il centro respiratorio in modo che la ventilazione polmonare venga ad aumentare e si possa smaltire l’eccesso di anidride carbonica e correggere la condizione di ipossiemia. I centri respiratori sono anche sensibili a impulsi provenienti dai termorecettori, dei quali si distinguono un primo gruppo centrale (a sede ipotalamica), sensibile alle variazioni di temperatura del sangue e perciò responsabile della iperventilazione negli stati febbrili, e un secondo gruppo periferico (a sede cutanea), sensibile alla variazione della temperatura esterna e delle condizioni ambientali. I termorecettori periferici sono soprattutto importanti negli animali, specie nei cani, nei quali, mancando la secrezione sudorale, la regolazione della temperatura è affidata prevalentemente alla funzione respiratoria. I centri respiratori, infine, sono direttamente sensibili alle variazioni del pH ematico e della pressione parziale dell’anidride carbonica arteriosa. L’aumento di questa e la diminuzione del pH (acidosi), determinano iperventilazione un comportamento opposto si verificherà in caso di riduzione del contenuto in anidride carbonica e di aumento del pH (alcalosi).
Per tutti questi motivi sopra esposti, per quanti sforzi di volontà si possano fare, non è possibile trattenere molto a lungo il respiro: l’anidride carbonica che si accumula nel sangue, unitamente alla ipossiemia da bloccata ossigenazione del sangue, infatti, stimola in modo tale il centro respiratorio da causare una forzata inspirazione ed è per la stessa ragione che si può andare incontro a un arresto temporaneo del respiro dopo che sono state compiute inspirazioni ed espirazioni profonde e rapide.

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BRADIPSICHISMO

Condizione di globale lentezza di svolgimento di tutti i processi psichici che si osserva in diverse situazioni di patologia psichica e neurologica. Il b. si riscontra infatti in tutti gli stati confusionali sia di origine psicogena che traumatica, negli stati demenziali e nel morbo di Parkinson. Si manifesta come scarsa capacità di concentrazione, facile perdita dell’attenzione, lentezza dell’ideazione, difficoltà alla verbalizzazione, diminuita tendenza all’attività e ai rapporti estrinseci. Nel complesso il soggetto bradipsichico appare come sonnolento e invischiato in un suo mondo dal quale non sa uscire.

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BRADISFIGMIA

Diminuzione della frequenza delle pulsazioni rilevabili alla palpazione dell’arteria radiale, in corrispondenza del polso. Nella maggior parte dei casi è l’espressione di una bradicardia. Può essere dovuta alla scarsa efficacia di alcune contrazioni cardiache, così che l’onda di pulsazione non raggiunge le arterie periferiche si osserva soprattutto in alcuni disturbi del ritmo, quali il bigeminismo extrasistolico e la fibrillazione atriale.

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BRAILLE, alfabeto

Alfabeto usato dai ciechi, composto di segni riportati in rilievo sul foglio percepibili con il polpastrello. Vari tipi di scrittura in rilievo erano stati proposti nel secolo scorso ed erano tutti basati su semplificazioni delle lettere latine: di tali scritture è rimasto in uso solamente il sistema Moon.L’educatore francese Louis Braille (1809-1852) propose nel 1829 un sistema che sostituiva a ciascuna lettera (o altro segno di scrittura) un simbolo formato da punti in rilievo. I punti possono essere al massimo sei, disposti su due colonne di tre punti ciascuna. Vengono incisi con un punteruolo il foglio di carta è tenuto da una tavoletta munita di cornice e la scrittura viene orientata da una apposita guida mobile, fissata ai bordi. Tale sistema consente 63 combinazioni si possono cioè scrivere l’alfabeto, i segni di interpunzione, numeri, segni aritmetici esiste inoltre anche un sistema di notazione musicale. Testi redatti in alfabeto B. sono stampati da tipografie specializzate e in ogni nazione esistono biblioteche con libri in B.

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BRANHAMELLA

Branhamella catharralis è classificata insieme a Neisseria, Moraxella, Kingella, e Acinetobacter nella famiglia delle Neisseriaceae. La posizione tassonomica della B. catharralis è stata dibattuta da tempo è stato proposto che B. catharralis sia assegnata al genere Moraxella (M. catharralis) nella famiglia Moraxellaceae, o al suo proprio genere, Branhamella, nella famiglia Branhamaceae. Agli inizi del 1900, descrizioni di “N. catharralis “ nella flora orofaringea erano probabilmente scorrette. Le colonie di B. catarrhalis possono essere friabili nella consistenza, marrone rosato e opache. Se Neisseria spp. ha un’ottima crescita a 35°C-37°C, B. catharralis cresce bene a 28°C. B. catharralis non è frequentemente isolato dall’orofaringe di adulti sani, ma può trovarsi in quello di bambini e anziani. B. catharralis causa infezioni localizzate acute, come otiti medie, sinusiti, e bronchopolmoniti, malattie sistemiche che includono endocarditi e meningiti. I meccanismi con cui causa queste infezioni non sono ancora conosciuti.

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BRANHAMELLOSI

Affezione delle vie respiratorie causata dalla Branhamella catharralis, una volta nota come Neisseria Branhamella catharralis e poi ribattezzata in onore della batteriologa americana Sara Branham. Nota anche con il nome di Moraxella Branhamella catharralis.

Cause
La Branhamella è un diplococco aerobico Gram-negativo reniforme, intra o extracellulare, che è un commensale innocuo delle vie respiratorie, ma che può diventare patogeno provocando forme di bronchiti e meno spesso di polmoniti, soprattutto in soggetti affetti da patologie respiratorie croniche, sinusiti e otiti infantili.

Sintomi
La sintomatologia iniziale è caratterizzata da tosse persistente produttiva, febbre poco elevata, infiltrati polmonari sparsi all’esame radiologico nei casi più gravi. Di solito l’infezione ha un’evoluzione favorevole.

Terapia
La terapia si fonda sull’uso di antibiotici quali eritromicina, cefalosporine, tetracicline.

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BREATH TEST

È un test semplice ed efficace per diagnosticare l’infezione da Helicobacter pylori, microrganismo presente nella stragrande maggioranza dei pazienti alle prese con ulcere e gastriti, e implicato anche nella genesi del carcinoma gastrico. Il paziente beve una soluzione contenente urea, “marcata” con un tracciante non radioattivo poi soffia con una cannuccia in una provetta e un analizzatore automatico rivela l’eventuale anidride carbonica “marcata”. Infatti, l’Helicobacter pylori possiede un enzima, l’ureasi, che scinde l’urea in ammoniaca e anidride carbonica, la quale, dopo essere stata assorbita, passa in circolo e viene eliminata col respiro e misurata con uno specifico sistema di lettura. Un test positivo, però, non è sinonimo di malattia gastrodudenale ma rappresenta un importante fattore di rischio. L’Urea B. Test rappresenta il metodo ideale per confermare l’eradicazione del batterio dopo un adeguato trattamento anti-Helicobacter.

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BREGMA

Punto situato sul cranio in corrispondenza dell’unione tra l’osso frontale e le due ossa parietali, all’incontro tra la linea di sutura coronale (tra frontale e parietali) e quella sagittale (tra i due parietali).Nel neonato questa zona è detta, fontanella bregmatica e si ossifica circa 16-18 mesi dopo la nascita.

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BRENNER, tumore di

Raro tumore dell’ovaio. È una forma molto rara che deriva da residui embrionali  compare in donne di età superiore ai 40 anni, di solito dopo la menopausa  di norma si accresce molto lentamente, senza provocare sintomi caratteristici e può raggiungere volumi molto variabili: in alcuni casi può non superare il volume di una nocciola, mentre in altri può raggiungere quello della testa di un uomo adulto. Quando è di piccole dimensioni, non dà segni della sua presenza  quando ha dimensioni maggiori, i sintomi da esso determinati non si distinguono da quelli degli altri tumori benigni dell’ovaio e allora si manifesta, alla palpazione dell’addome, come una massa a limiti netti, localizzata al bacino. In rari casi insorge contemporaneamente in entrambe le ovaie. Può avere un aspetto simile a quello del fibroma o del cistoma pseudomucinoso. È un tumore benigno, a lenta evoluzione, che non recidiva dopo la semplice asportazione chirurgica  solo in casi molto rari si ha un’evoluzione maligna. Il tumore di B. viene riconosciuto per il suo caratteristico aspetto istologico.

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BRETILIO

Farmaco antiaritmico indicato nelle aritmie ventricolari (tachicardia e fibrillazione). Agisce come bloccante sinaptico post-gangliare ed inibitore del re-uptake della adrenalina, pertanto potenzia l’azione delle catecolamine somministrate. Si somministra per via endovenosa o intramuscolo. È controindicato in caso di infarto recente, feocromocitoma, aterosclerosi coronaria o cerebrale.

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BREVILINEO

vedi BRACHITIPO

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BRIGLIA AMNIOTICA

Aderenza patologica che si forma all’interno della cavità amniotica quale espressione di difettosa separazione delle sue pareti. Tali aderenze, di aspetto nastriforme, possono attraversare la cavità amniotica in un punto qualsiasi e persistere fino all’espletamento della gravidanza senza dare alcun segno della loro presenza. In alcuni casi interferiscono con il regolare sviluppo del feto potendo determinare gravi menomazioni anche di tipo sindromico, soprattutto agli arti che si presentano poi mutilati alla nascita.

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BRITISH ANTI-LEWISITE

vedi BAL1

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BRIVIDO

Termine onomatopeico che indica la contrazione involontaria, ritmica o irregolare, di estesi gruppi muscolari, simile a un tremore, e accompagnata da senso di freddo e orripilazione (erezione dei peli o “pelle d’oca”). Costituisce una reazione con cui l’organismo, mediante un aumento dell’attività muscolare, aumenta la produzione di calore per mantenere costante la sua temperatura, e si manifesta tutte le volte che il corpo perde un’eccessiva quantità di calore. Il b. è innescato da un centro nervoso situato nell’ipotalamo posteriore esso riceve gli stimoli provenienti dai recettori termici della cute, ed è stimolato anche dalla temperatura del sangue. Il b. può insorgere inoltre come reazione a forti stimoli psichici o per alterazione dei centri che regolano la temperatura corporea, come si ha nella febbre. In questo caso esso è sintomo importante di molte malattie infettive: polmonite, sepsi, influenza, malaria, ascesso polmonare, scarlattina, meningite epidemica ecc. Può aversi b. anche dopo trasfusione di gruppo sanguigno non compatibile, o per iniezione endovenosa di soluzioni contaminate da tossine o prodotti batterici.

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BROMIDROSI

Secrezione di sudore dall’odore intenso e sgradevole. Può essere un carattere costituzionale, oppure può essere dovuta ad alterazioni della cute di certe regioni (dita dei piedi) con macerazione degli strati più superficiali dell’epidermide (in talune infezioni da funghi). Nel corso di alcune malattie il sudore può acquistare un odore caratteristico: così nell’uremia può avere un odore urinoso, nella tubercolosi un odore acre, nella brucellosi odore di paglia bagnata.

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BROMISMO

Intossicazione da ingestione di preparati a base di bromo, soprattutto di bromuro di potassio. Gli effetti acuti più importanti sono a causa di inalazione (tosse, affanno, bruciore, irritazione prime vie aeree, sintomi neurologici con il bromoformio), contatto con la pelle (arrossamento, bruciore, dolore), contatto con gli occhi (arrossamento, dolore, gravi ustioni), ingestione (crampi addominali, bruciore, gola secca, collasso). Importante non fare bere e non indurre il vomito consultare subito il medico. Gli effetti cronici comprendono dermatiti, acne bromica, edema polmonare, colorazione gialla dei denti, congiuntivite, torpore, allucinazioni, alterazioni di memoria e riflessi, danni epatici, azione cancerogena su rene, tiroide, stomaco e intestino.

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BROMOCROPTINA

Alcaloide della segale cornuta, con attività dopaminergica. Essa viene utilizzata con successo nella terapia del Parkinsonismo, nelle iperprolattinemie, nel gigantismo.Gli effetti collaterali comprendono disturbi gastrointestinali (anoressia, nausea, vomito, stipsi), cardiovascolari (ipotensione, arirmie), discinesie, psichiatrici, che regrediscono con la fine del trattamento.È controindicata in soggetti con infarto miocardico recente o con storia di turbe psichiche.

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BROMURI

Composti del bromo (bromuro di sodio, di potassio e di ammonio) ad azione depressiva del sistema nervoso centrale. Hanno trovato impiego in passato come sedativi e antiepilettici.Il Bromuro fu il primo farmaco introdotto nella terapia dell’epilessia da Locock nel 1857.Trascurato in favore dei barbiturici, viene usato nei casi in cui questi ultimi sono controindicati (porfirie).Dosaggio:3-6 gr/die. Emivita: circa 12 giorni.Frequenti gli effetti collaterali come eritemi cutanei, sedazione e alterazioni comportamentali.

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BRONCHIECTASIE

Con il termine di bronchiectasia si indica una dilatazione bronchiale su base anatomica, vale a dire permanente.Le b. si possono suddividere in due grandi categorie: le congenite e le acquisite le forme congenite si osservano già nel neonato e sono riconducibili a fatti malformativi locali molte volte secondari a fattori tossici (alcolismo dei genitori) le forme acquisite possono essere secondarie ad altre malattie delle quali rappresentano una complicanza (ascessi polmonari, neoplasie, corpi estranei presenti nei bronchi) oppure primitive.

Cause
Tra i fattori che portano alla formazione di b. possiamo distinguere fattori predisponenti, fattori infettivi, fattori meccanici. Il fattore predisponente, caratterizzato da un’alterazione della struttura della parete bronchiale con conseguente diminuita resistenza, è indispensabile perché gli altri fattori possano determinare lo stato morboso in questione. I fattori meccanici sono considerati come il primo movente nell’insorgenza della bronchiectasia: i colpi di tosse nella bronchite, nella pertosse, sono molte volte chiamati in causa per spiegare l’insorgenza del processo morboso. Non vanno neppure trascurati i processi retraenti, secondari a malattie infiammatorie a interessamento peribronchiale, polmonare o pleurico che portano a stiramento e a deformazione dei bronchi.

Sintomi
La malattia è a lungo decorso, a insorgenza in genere estremamente lenta e progressiva. Nella fase iniziale i sintomi sono di modesta entità e compaiono a intervalli, con tosse, escreato scarso, specie mattutino, di colorito giallastro. L’umidità e il freddo facilitano la comparsa della sintomatologia funzionale a carico dell’apparato respiratorio. In una fase successiva la sintomatologia diventa più ricca e più costante nel tempo. Spesso si ha la comparsa di febbre, di astenia, di dimagramento, di anemia. Caratteristica in questo periodo è l’espettorazione in genere molto abbondante (talora raggiunge anche i 1000 ml) l’escreato a volte può essere emesso sotto forma di vomica e assume un aspetto nettamente purulento e un odore in genere cattivo che può diventare anche fetido non è rara l’emissione di escreato striato di sangue.Attualmente si ritiene che la malattia bronchiectasica sia la più frequente causa di emottisi (emissione di sangue dalla bocca), emottisi che, a volte, possono essere anche di tale entità da pregiudicare la vita del soggetto.La malattia ha un decorso estremamente lento, in genere progressivo facili sono le complicanze, oltre all’emottisi si può manifestare infatti l’ascesso polmonare, il pneumotorace spontaneo secondario, la polmonite o la broncopolmonite, che spesso aggravano ulteriormente le condizioni già difficili del paziente. Con il tempo si stabilisce una fibrosi del tessuto polmonare, con riduzione del letto circolatorio e aumento della pressione nel piccolo circolo: come conseguenza si avrà una ipertrofia del ventricolo destro, cui può far seguito uno scompenso cardiaco (cor pulmonale).

Diagnosi
La diagnosi deve sempre essere suffragata da un esame broncografico, vale a dire dall’introduzione nell’albero bronchiale di un mezzo radiopaco che permette di evidenziare la presenza delle caratteristiche alterazioni cilindriche o sacciformi o ampollari dei bronchi. La tomografia assiale computerizzata (TAC) può sostituire almeno in parte l’indagine broncografica che in ogni caso va comunque praticata in caso di intervento chirurgico.

Terapia
Il trattamento radicale delle b. è il chirurgico di exeresi. Non sempre però tale provvedimento è indicato e attuabile specie se la sintomatologia emoftoica e/o infettiva è modesta, in quanto le b. si possono riformare col tempo nel polmone residuo (favorite dall’assetto toracopolmonare postintervento) e inoltre molto frequentemente già sin dall’inizio vengono a interessare estesamente tutte le vie bronchiali.Nel caso di b. secernenti, nelle fasi di riacutizzazione, è indispensabile un trattamento antibiotico protratto per almeno 15-20 giorni condotto possibilmente sulla guida di un antibiogramma che permetta di stabilire l’antibiotico al quale il germe o i germi (eventualità molto frequente) isolati dalle secrezioni bronchiali del paziente risultino sensibili. Il trattamento antibiotico se non porta ad alcun miglioramento in caso di somministrazione orale o parenterale può essere attuato (talora con evidenti risultati) per via locale endobronchiale (instillazioni bronchiali).Sempre in presenza di b. secernenti è indispensabile, anche nelle fasi di relativo benessere, attuare un trattamento fisiochinesiterapico respiratorio consistente in particolare modo nell’assumere, specialmente durante la nottata, posizioni che maggiormente favoriscano il drenaggio delle secrezioni dalle aree bronchiectasiche.

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BRONCHIOLITE

Malattia infettiva broncopolmonare acuta più grave e più diffusa nei bambini al disotto dell’anno d’età.

Cause
L’eziologia è virale: il virus respiratorio sinciziale (VRS) è responsabile del 50% dei casi nei primi mesi di vita è spesso dovuta alla Clamidia e (indipendentemente dall’eziologia) è sempre particolarmente grave. Il virus danneggia in modo particolare i rami bronchiali più sottili (bronchioli) provocando edema della mucosa, ipersecrezione di muco e necrosi delle cellule epiteliali bronchiolari tutto ciò comporta una notevole riduzione del lume bronchiale, che nel bambino piccolo è già, di norma, molto ristretto. Il VRS si diffonde attraverso le goccioline di saliva e provoca piccole epidemie particolarmente in inverno e primavera.

Sintomi
L’esordio della malattia è acuto: dopo 1 o 2 giorni di banale raffreddore, con poca tosse e febbre modesta (di rado superiore ai 38°C) compare la dispnea che fa precipitare le condizioni del bambino. Per la grande difficoltà respiratoria, il quadro clinico diventa, nello spazio di poche ore, drammatico: il respiro si fa sempre più frequente (oltre 70 atti al minuto), compaiono tachicardia, pallore, tosse insistente e altri evidenti segni di difficoltà respiratoria: alitamento delle ali del naso, rientramenti inspiratori al giugulo (base del collo), intercostali ed epigastrici. Il bambino attiva ogni meccanismo disponibile, nel tentativo spasmodico di attirare l’aria nei polmoni, attraverso i bronchioli parzialmente, o totalmente, ostruiti dal processo infiammatorio. La febbre è elevata solo nei casi complicati da una superinfezione batterica.

Diagnosi
Il reperto auscultatorio del torace conferma l’ingresso d’aria nei polmoni molto ridotto e la presenza d’ostruzione bronchiolare. Il decorso della b. è drammatico, ma fortunatamente breve (3 o 4 giorni) tuttavia poiché le condizioni del bambino sono gravissime è sempre necessario il ricovero in ospedale.

Terapia
La malattia, un tempo assai pericolosa, se ben curata, può oggi guarire. La terapia si basa essenzialmente sulla somministrazione d’ossigeno umidificato, utilizzando apposite tende per ossigenoterapia oppure le culle termiche per i più piccini sono inoltre necessarie l’idratazione e la nutrizione per via venosa, per risparmiare ogni fatica al bambino, che non sarebbe comunque in grado di assumere liquidi per bocca. Come supporto terapeutico si somministra antibiotici (utili ad evitare le complicanze batteriche) e farmaci broncodilatatori e/o cortisonici per migliorare la funzione respiratoria.Nei casi più gravi la comparsa di cianosi o di crisi convulsive (da anossia) rendono necessaria la ventilazione assistita del lattante.

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BRONCHIOLO

Diramazione dell’albero bronchiale che costituisce la parte compresa tra i piccoli bronchi e gli alveoli. Il diametro del b. è inferiore a 1 mm la parete, priva di impalcatura cartilaginea, è ricca di tessuto muscolare liscio ed elastico, ed è tappezzata da un epitelio cilindrico semplice. Il b. si suddivide dando origine al b. terminale, di diametro inferiore a 0,4 mm, oltre il quale la parete si assottiglia e da essa protrudono alcuni alveoli. Questo tratto del b. (detto b. respiratorio) rappresenta l’inizio della porzione respiratoria del polmone (comprendente dotti alveolari, sacchi alveolari ed alveoli), a livello della quale avvengono gli scambi gassosi tra l’aria inspirata e il sangue.

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BRONCHITE

Processo infiammatorio della mucosa dei bronchi di grosso e medio calibro. In base al decorso e alle caratteristiche cliniche le bronchiti si distinguono in acute e croniche.Bronchiti acute

Cause
I virus sembrano essere in causa più spesso dei batteri nelle bronchiti acute, specie in quelle che colpiscono i giovani. Anche i batteri, però, sono causa di b. acuta. Essi possono giungere ai bronchi con l’aria inspirata, con il sangue, oppure possono appartenere al gruppo dei cosiddetti saprofiti, quei germi cioè che vivono normalmente sulle mucose dell’albero respiratorio (o altrove) senza provocare alcuna malattia. Indebolendosi per un motivo qualunque l’organismo o diminuendo le difese locali (il freddo, l’aria calda e secca, le polveri ecc. le diminuiscono), anche i saprofiti possono far insorgere la b.

Sintomi
Dopo un raffreddamento compare quasi all’improvviso una febbre in genere modesta (37,5-38,5°C), accompagnata da tosse spesso viene avvertito un dolore retrosternale, in mezzo al petto, che si fa più forte con i colpi di tosse in questi casi c’è una infiammazione anche della trachea (tracheo-bronchite). I dolori talvolta si estendono, meno violenti, a tutto il torace, e sono in questo caso i muscoli respiratori che dolgono perché sottoposti a uno sforzo notevole a causa della respirazione frequente e della continua tosse. La comparsa della tosse è il segno tipico della bronchite, anche se non è sintomo solo di questa malattia: essa rappresenta un altro meccanismo di difesa dei bronchi anche normalmente, infatti, i grossi bronchi rispondono alla stimolazione della loro parete, da parte di qualunque sostanza, con accessi di tosse che hanno il preciso compito di espellere il corpo estraneo stimolante. Nella b. acuta, la tosse si spiega con l’irritazione della mucosa bronchiale, dovuta al processo infiammatorio in atto, con l’eccessiva quantità di muco secreta dalla parete dei bronchi e, soprattutto, con la presenza di essudato, un liquido che esce dai piccoli vasi congesti della parete bronchiale, il quale, data la sua abbondanza, funziona a sua volta da corpo estraneo. Questa eccessiva formazione di muco e di essudato è causa di un altro sintomo immancabile: il catarro, con conseguente espettorazione. Scarso e tenace in un primo tempo, l’espettorato diviene poi abbondante e più fluido, potendo arrivare in casi rari a 1/2 litro al giorno e in taluni casi, anche se rari, sino a 1 litro questi casi, in cui l’abbondanza del secreto bronchiale è in tale misura eccedente la norma, vengono raggruppati in un tipo particolare di b. acuta, detta pituitosa. La presenza del catarro nelle vie bronchiali e i suoi spostamenti durante il passaggio dell’aria vengono avvertiti dal medico che ascolta il torace come rumori del tutto caratteristici, che consentono di porre facilmente la diagnosi. La b. acuta, se si presenta come fatto isolato, deve essere ritenuta come un episodio banale che guarisce entro breve tempo e non lascia nessuna traccia. Può però assumere un andamento grave specie nei bambini e nei vecchi, nei soggetti debilitati e in quelli affetti da b. cronica.

Diagnosi
All’esame del torace è tipico il reperto auscultatorio di sibili, ronchi e rantoli all’esame radiologico si nota semplicemente un’accentuazione del disegno broncovasale del polmone.

Terapia
La terapia richiede nella maggior parte dei casi la somministrazione di antibiotici, antipiretici, espettoranti, sedativi della tosse molto utile è anche la somministrazione di antibiotici e decongestionanti per aerosol.Bronchiti cronicheSono anch’esse dovute a batteri o virus, ma trovano la loro causa principale nell’irritazione cronica dell’albero bronchiale per inalazione protratta di gas, polveri e vapori irritanti, e pertanto rivestono spesso il carattere di malattie professionali in altri casi sono favorite da infiammazioni croniche delle prime vie aeree (riniti, rinofaringiti) o da turbe della ventilazione o della circolazione polmonare. Le alterazioni della mucosa bronchiale sono anche in questo caso rappresentate da congestione, edema e formazione di essudato più o meno abbondante, in genere mucopurulento l’epitelio bronchiale assume carattere pavimentoso.È una malattia a inizio subdolo, che progredisce in gravità gradualmente e lentamente attraverso gli anni e può portare a una vera e gravissima insufficienza respiratoria.
La b. cronica viene usualmente definita, con termini clinici, come un processo morboso caratterizzato da espettorazione (superiore ai 2 ml al giorno), con tosse cronica o ricorrente quasi quotidiana per un minimo di due mesi (anche non consecutivi) e per non meno di due anni consecutivi, escludendo naturalmente altre malattie quali la tubercolosi e le bronchiectasie che possono dare per lunghi periodi una sintomatologia analoga. La b. cronica è una malattia da non sottovalutare perché può portare a gravi complicazioni

Cause
Le cause della b. cronica non sono state ancora bene e completamente chiarite, quantunque si debba ritenere che esistano nella sua genesi tre importanti fattori: il fumo di sigaretta, le condizioni ambientali per esposizioni occupazionali o per residenza in un’atmosfera inquinata e l’infezione dovuta solitamente a microrganismi batterici o virali ad essi si possono in verità aggiungere fattori genetici, predisponenti verso le affezioni dell’albero respiratorio. Questa predisposizione, che l’individuo porta con sé sin dalla nascita, viene considerata di scarsa importanza e attualmente si ritiene che l’insorgenza della b. cronica debba farsi risalire, per la massima parte, alle abitudini igieniche e di vita. Il fumo di sigaretta e le condizioni ambientali, attraverso un’irritazione delle vie aeree, sono le cause iniziali dell’aumento di produzione di muco a livello delle cellule mucipare dell’albero bronchiale l’infezione solitamente si associa in un tempo successivo, favorita dalle condizioni anatomopatologiche della mucosa bronchiale, alterata dai precedenti fattori. Importanza determinante hanno gli inquinanti atmosferici (i gas, i vapori, le polveri), di cui è impregnata l’aria, specie in alcuni ambienti industriali dannosi sono l’ammoniaca, l’acetone, gli acidi acetico, cloridrico, fluoridrico, i fumi metallici, l’idrogeno solforato e l’anidride solforosa. Tra i più pericolosi sono il fosfogene e gli ossidi nitrosi che possono ledere irreversibilmente la mucosa bronchiale. A proposito dell’importanza dell’inquinamento atmosferico nell’eziologia della b. cronica, è stata documentata statisticamente l’esistenza di stretti rapporti tra inquinamento atmosferico e urbanizzazione con aumento della mortalità e morbilità da b. cronica. La situazione poi si complica se sopravviene un’allergia verso qualche sostanza inalata i bronchi, specie i più piccoli, diventano spastici, vale a dire la loro muscolatura si contrae, il lume bronchiale si riduce e l’aria trova ancora maggiori ostacoli a passare.

Sintomi
La tosse è il sintomo cardine, accompagnata da espettorazione (a tale proposito va tenuto ben presente che le donne e i bambini difficilmente espettorano in loro si forma il catarro che però non viene espulso di norma all’esterno, ma giunto nel retrobocca, spinto dalle ciglia della mucosa bronchiale, viene ingerito). In genere la febbre è assente o compare ogni tanto come febbricola, aumentando di solito durante le frequenti riacutizzazioni, specie nella stagione invernale in occasione di variazioni brusche di temperatura, di esposizione all’umidità, al freddo, al vento. Notevoli sono invece i sintomi respiratori: la respirazione comporta sempre una certa difficoltà e durante uno sforzo questo fenomeno si fa più evidente, tanto da limitare a volte marcatamente la capacità lavorativa del bronchitico cronico la parte più difficoltosa dell’atto respiratorio è l’espirazione, che si prolunga e richiede uno sforzo attivo da parte del soggetto, mentre è noto che l’espirazione nell’individuo normale è un fenomeno passivo dovuto semplicemente alla retrazione elastica del tessuto polmonare precedentemente disteso dall’atto inspiratorio. Il lume dei bronchi, cioè la via di passaggio dell’aria, è ridotto di ampiezza sia per la presenza in esso di un essudato e di abbondanti secrezioni mucose sia perché la parete bronchiale ispessita è tumida, rigonfia di sangue e di essudato e la muscolatura dei bronchi solitamente risulta contratta. Pure l’elasticità del parenchima polmonare è in parte compromessa, innanzi tutto perché le fibre elastiche che la costituiscono si sono in parte trasformate in fibre connettivali anelastiche e inoltre per fatti infiammatori peribronchitici che hanno fissato i bronchi ai tessuti circostanti impedendo loro le normali variazioni di calibro durante l’atto respiratorio. Tutto ciò ha come conseguenza un difficoltoso passaggio dell’aria attraverso le vie bronchiali e una maggiore resistenza opposta dai polmoni ai movimenti che la ventilazione impone. L’afflusso d’aria agli alveoli polmonari è ridotto, tanto da essere sufficiente, spesso, solo in condizioni di riposo. Uno sforzo muscolare richiede un aumento dell’ossigenazione dei tessuti, pertanto tutto il sistema entra in crisi ed ecco comparire la dispnea, ossia il paziente avverte la sensazione di ventilare e il viso diventa rosso-violaceo: in questi casi il paziente è costretto a sospendere la sua attività.
La dispnea è causata dal fatto che il malato cerca di aumentare la sua ventilazione, impegnando anche i muscoli sussidiari della ventilazione, nel tentativo da parte dell’organismo di compensare la scarsa ossigenazione del sangue a livello polmonare. La b. cronica è una malattia che si sta diffondendo grandemente: in Italia circa il 25% dei soggetti adulti è affetta da b. cronica e tale incidenza va aumentando di anno in anno. Ovviamente si tratta molto frequentemente di b. cronica in assenza di una ricca sintomatologia respiratoria, che il paziente riferisce alla sua abitudine al fumo e quindi trascura totalmente finché giunge a una vera insufficienza respiratoria.

Terapia
Il trattamento della b. cronica è in primo luogo la prevenzione, al fine di non fare progredire la malattia verso la comparsa o il peggioramento dell’insufficienza respiratoria. La massima parte dei pazienti bronchitici cronici è usualmente un fumatore attivo, raramente passivo: entrambe le modalità di inalazione del fumo vanno assolutamente abolite. Le sigarette non sono l’unico fattore responsabile della b. cronica, l’inquinamento dell’atmosfera è un problema estremamente serio che deve venire considerato con la massima attenzione dagli organi competenti. Infatti è estremamente utile lo spostamento dei pazienti con b. cronica nelle zone non inquinate per esempio il bronchitico cronico dovrebbe poter trascorrere alcuni mesi dell’anno in zone non nebbiose, lontane dalla propria casa. È inoltre necessario curare con scrupolosità le bronchiti acute tipiche della stagione invernale, osservando il riposo a letto durante il decorso della malattia e facendo un’adeguata convalescenza in casa sia per evitare il freddo e soprattutto le brusche variazioni di temperatura, sia per non respirare le nebbie o lo smog, quanto mai dannosi ai bronchitici. Gli ambienti dovranno essere ben riscaldati, senza peraltro esagerare, e con una sufficiente umidità (tenere sempre dell’acqua sulle stufe e sui termosifoni). Se le bronchiti si ripetono e si cronicizzano, e se si lavora in ambienti polverosi o ricchi di gas nocivi, sarà bene prendere in considerazione, secondo il giudizio del medico, l’eventualità di un cambiamento di professione. Si deve ricordare, comunque, che se il decorso della b. cronica non si arresta in tempo, gli esiti immancabili sono l’enfisema, cioè la perdita irreversibile di elasticità del parenchima polmonare con conseguente riduzione della superficie respiratoria polmonare, e in seguito il cuore polmonare cronico, cioè un’insufficienza cardiaca conseguente alle lesioni polmonari. La terapia medica propriamente detta completa i trattamenti di prevenzione al fine di limitare la progressione della malattia essa tende essenzialmente al controllo dei processi infettivi e dei fattori che impediscono, attraverso una riduzione del lume delle vie bronchiali (ostruzione bronchiale), una normale ventilazione alveolare. L’infezione è la più frequente complicanza della b. cronica. In questi pazienti, specie se con sintomatologia accentuata, è indicata la profilassi antinfluenzale e la profilassi con lisati batterici. È indicata soprattutto la terapia antibiotica con farmaci ad ampio spettro (penicillina, cefalosporina, chinolonici, macrolidi), da assumere all’esordio di ogni riacutizzazione della sintomatologia catarrale bronchiale, senza attendere che compaiano febbre o espettorato purulento. La terapia antibiotica va protratta per almeno 10-15 giorni, variando la famiglia dell’antibiotico se entro tre giorni dall’inizio del trattamento non si siano ottenuti apprezzabili miglioramenti della sintomatologia clinica. L’ostruzione bronchiale è molto importante nel favorire l’evoluzione negativa della b. verso un quadro di broncopatia cronica ostruttiva. Il miglioramento della ostruzione bronchiale può essere ottenuto migliorando la clearance delle secrezioni e normalizzando il calibro bronchiale. Il primo e più semplice provvedimento per favorire l’eliminazione delle secrezioni bronchiali è il mantenimento di un’adeguata idratazione orale (1,5-2,5 litri di liquidi al giorno). Stesse finalità vengono conseguite con una idratazione locale con aerosol caldo-umido, con mucolitici (ancora in discussione la loro effettiva utilità), con la fisioterapia respiratoria (specie per quanto attiene l’assistenza alla tosse in quanto molte persone non sanno tossire correttamente e utilmente e quindi non sanno espettorare), con il drenaggio posturale. Da quanto detto deriva che non è desiderabile sopprimere il riflesso della tosse nel bronchitico cronico e in genere in tutti i bronchitici (si ricorre a sedativi della tosse sole nel caso di una sintomatologia insistente e altamente fastidiosa).
L’ostruzione bronchiale oltre che al ristagno delle secrezioni può essere dovuta sia a edema e infiammazione della mucosa bronchiale sia a contrazione della muscolatura delle pareti bronchiali (broncospasmo). Nel primo caso si deve ricorrere ai cromoni e ai cortisonici, preferendo quelli per uso topico, nel secondo caso ai farmaci broncodilatatori quali i beta-2-stimolanti, gli anticolinergici, i teofillinici. Va tenuto comunque ben presente che questi farmaci vanno somministrati a tempo indeterminato avendo però l’accortezza di non superare mai i dosaggi terapeutici consigliati al fine di evitare effetti secondari talora molto seri.

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BRONCO

Elemento costitutivo dell’apparato respiratorio, di forma tubolare, strutturato in un complesso di elementi similari detto albero bronchiale. I due bronchi principali o bronchi di 1° ordine danno origine ai bronchi lobari o di 2° ordine questi danno origine ai rami segmentari o di 3° ordine e questi ultimi, a loro volta, si dividono in rami subsegmentari o di 4° ordine. Si procede così via via sino alle più piccole ramificazioni bronchiali periferiche, che entrano in rapporto con gli alveoli polmonari. Data l’esistenza di numerose variazioni anatomiche, la classificazione dei due alberi bronchiali, destro e sinistro, è alquanto complessa ed è stata oggetto di lunghe discussioni, prima di venire codificata nel corso di congressi internazionali. A destra il b. principale, che è più verticale, più largo e più breve del sinistro, dà origine, subito dopo l’entrata nel polmone, al b. lobare superiore, che si distacca ad angolo retto dalla sua parete laterale e si divide, dopo circa 1 cm, nei tre rami segmentari: apicale, anteriore e laterale. La diretta continuazione del b. principale destro è comunemente chiamata tronco intermedio: i suoi limiti sono dati in alto dall’origine del b. lobare superiore, in basso dall’origine del tronco lobare medio. Dalla parete anteriore del tronco intermedio origina, infatti, il b. lobare medio, che si porta in basso e in avanti e si divide, poi, nei suoi rami segmentari anteriore e laterale. Dalla parete posteriore del tronco intermedio, allo stesso livello dell’orifizio del lobare medio, nasce il b. apicale del lobo inferiore o bronco di Nelson. Il tronco intermedio si continua direttamente nel b. lobare inferiore, che si porta in basso e indietro, assottigliandosi progressivamente, e dà infine origine ai rami segmentari basali: infracardiaco o interno, anteriore, antero-esterno e posteriore. A sinistra il b. principale si divide in due grossi rami destinati rispettivamente al lobo polmonare superiore e al lobo polmonare inferiore. Il b. lobare superiore sinistro si porta in alto e all’esterno e dopo circa 1 cm si divide in un ramo superiore e in un ramo inferiore o b. della lingula. Il primo dà origine a tre rami segmentari: apicale, anteriore e posteriore il secondo, che corrisponde al b. lobare medio di destra, si divide nei due rami segmentari superiore e inferiore. Il b. lobare inferiore sinistro dà pure origine, dalla parete posteriore, al ramo segmentario apicale o b. di Nelson manca, invece, a sinistra il b. interno o infracardiaco, per cui il b. lobare inferiore termina suddividendosi nei bronchi segmentari: anteriore, antero-posteriore e posteriore. Queste suddivisioni dell’albero bronchiale sono il risultato dei moderni progressi dell’anatomia, della fisiologia, della radiologia, della clinica e della chirurgia toracica che hanno condotto alla concezione della struttura segmentaria dei polmoni: si è potuto cioè dimostrare che esistono delle unità, più piccole dei lobi polmonari e incluse in questi, che sono dotate di una propria autonomia. Queste unità, dette segmenti o zone bronco-polmonari, sono dotate di un proprio b., che è generalmente un ramo segmentario, di una propria arteria, di un proprio sistema di scarico venoso e linfatico, di una propria innervazione. La suddivisione segmentaria dei polmoni è risultata di grande utilità pratica soprattutto nel campo della chirurgia polmonare, consentendo interventi di asportazione circoscritta di uno o più segmenti polmonari, rispettando il tessuto polmonare sano. La precisa conoscenza delle ramificazioni dell’albero bronchiale è inoltre indispensabile per un’esatta localizzazione dei reperti endoscopici nel corso delle broncoscopie. La struttura dei bronchi è simile a quella della trachea: esiste un’impalcatura cartilaginea che nei bronchi principali è costituita da anelli incompleti di cartilagine ialina, completati posteriormente da uno strato di fibrocellule muscolari lisce disposte trasversalmente, mentre nei bronchi intrapolmonari è costituita da piastre cartilaginee, che si possono trovare in qualunque punto della circonferenza bronchiale. All’interno dello scheletro cartilagineo esiste una tonaca mucosa, ricoperta da epitelio di rivestimento cilindrico ciliato, ricca di piccole ghiandole sieromucose all’esterno esiste una tonaca fibroelastica. Il b. è costituito di una guaina di tessuto fibroso ricco di cellule muscolari lisce, rafforzato, con eccezione per le sue ramificazioni più fini dove la componente muscolare liscia è prevalente, da anelli cartilaginei sovrapposti nel senso della sua lunghezza che gli conferiscono solidità e ne conservano la struttura tubolare. All’interno il b. è rivestito da una mucosa ricoperta da epitelio a cellule ciliate e da un sottile strato di muco secreto da apposite ghiandole.
Tale struttura è conforme alle funzioni svolte dal b., che non sono soltanto quelle di fungere da canale trasportatore dell’aria ai polmoni, ma anche di provvederne all’umidificazione, alla regolazione della temperatura affinché sia il più possibile vicina a quella corporea e infine alla sua depurazione dalle particelle inerti o da batteri, che si fissano al muco e vengono poi convogliati verso l’esterno mediante i movimenti delle ciglia dell’epitelio. Una struttura un poco diversa si trova nelle più fini diramazioni del b., dove gli anelli cartilaginei vengono sostituiti da placchette e nei bronchioli respiratori, che sono le estreme diramazioni bronchiali prima degli alveoli polmonari. Nei bronchioli infatti la struttura canalicolare dà luogo a un aspetto irregolare con estroflessioni sacciformi e l’epitelio di rivestimento interno assume già le caratteristiche che consentono scambi respiratori. I bronchi sono vascolarizzati da rami delle arterie bronchiali, e innervati da fibre del sistema nervoso simpatico e parasimpatico queste ultime, provenienti da rami del nervo vago, determinano contrazione della muscolatura con riduzione del lume.I bronchi possono essere interessati da malformazioni congenite, da infiammazioni acute o croniche, da manifestazioni allergiche quali l’asma bronchiale, da alterazione della parete con sfiancamento e dilatazioni (bronchiettasia), da tumori benigni o maligni. Lo studio clinico dei bronchi si avvale di mezzi di esplorazione diretta (broncoscopia), funzionale (broncospirometria), radiologica.

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BRONCOASPIRAZIONE

Tecnica di raccolta delle secrezioni bronchiali a scopo diagnostico o terapeutico. Nel secreto bronchiale sono sempre contenute cellule sfaldate dell’epitelio della mucosa accanto ad altri elementi cellulari (globuli rossi, globuli bianchi, istiociti) che possono denunciare eventuali processi patologici a carico della mucosa stessa.La b. può essere eseguita nel corso di una broncoscopia, introducendo nel broncoscopio, sotto continuo controllo visivo, un sottile tubo metallico connesso all’estremità prossimale con un aspiratore ad aria o ad acqua con l’interposizione di un collettore di vetro per la raccolta delle secrezioni. Senza controllo visivo diretto la b. si può praticare, dopo avere realizzato un’anestesia locale di superficie delle vie aeree superiori, con le stesse tecniche usate per la broncografia, introducendo nell’albero bronchiale una sonda di gomma, opportunamente orientata e facendo assumere al paziente posizioni determinate in rapporto al segmento bronchiale che si vuole raggiungere. Il materiale ottenuto (broncoaspirato) viene esaminato al microscopio dopo essere stato debitamente trattato e colorato. La tecnica della b. trova impiego soprattutto nella diagnosi dei tumori polmonari.

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BRONCODILATATORI

Farmaci utilizzati nelle patologie da ostruzione cronica delle vie respiratorie, cioè bronchite cronica, enfisema e asma. Comprendono beta2-agonisti ed anticolinergici. I primi sono piu efficaci nell’asma, i secondi nell’enfisema e nella bronchite cronica. Nella crisi respiratoria severa, ove i b. succitati non siano sufficienti, viene associata la teofillina.

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BRONCOGRAFIA

Tecnica di indagine radiologica dell’albero bronchiale. Consiste nell’introduzione in trachea, mediante un sottile catetere, di un mezzo di contrasto radiologico che viene poi fatto defluire nei bronchi, con migliore risoluzione delle diramazioni più distali rispetto alla broncoscopia.Una volta eseguita la broncoscopia si inietta un mezzo di contrasto opaco nei bronchi e si eseguire una serie di lastre radiografiche. La b. peraltro si può eseguire anche indipendentemente dalla broncoscopia: in questo caso il mezzo di contrasto viene introdotto nell’albero bronchiale attraverso un sondino flessibile di gomma o di materia plastica che viene fatto scendere in trachea sotto osservazione laringoscopica indiretta, dopo un’anestesia di superficie della mucosa faringea e laringea.Apparirà tutto l’albero bronchiale come un tronco dai rami tutti scuri fino alle più fini diramazioni nel caso che un bronco sia ostruito (tumore, corpo estraneo) il quadro broncografico ne darà un’immagine tronca, che corrisponde al mancato riempimento da parte della sostanza radio-opaca iniettata.L’esame è utile per evidenziare infezioni, lesioni dei bronchi terminali, emorragie, tumori o malformazioni dei bronchi.Normalmente l’esame viene effettuato in regime di day surgery. Il paziente non deve aver bevuto né fumato.Dopo un’anestesia locale, viene introdotto un catetere nell’albero bronchiale, attraverso il naso (o la bocca). Quindi viene iniettata una sostanza di contrasto vaporizzata, opaca ai raggi X, che forma una specie di patina e rende i bronchi visibili fino alle più sottili diramazioni.Vengono quindi scattate diverse istantanee sia in inspirazione che in espirazione.

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BRONCOPNEUMOPATIA CRONICA OSTRUTTIVA (BPCO)

Malattia grave e diffusa e notevolmente debilitante.Bronchite cronica ed enfisema risultano frequentemente tra loro strettamente legati.La BPCO rappresenta un consistente problema socio-sanitario risultando una delle più frequenti cause di disabilità permamente nell’uomo oltre i 40 anni. Basti pensare che in Italia il 10% dei soggetti, in prevalenza di sesso maschile, è portatore di questo processo morboso e la sua incidenza è in costante progressivo incremento.

Cause
La broncopneumopatia cronica ostruttiva è una patologia soprattutto conseguente all’esposizione cronica al fumo di sigaretta, che agisce su un terreno costituzionale predisposto.

Sintomi
Bronchite cronica, ed enfisema concorrono nel determinismo della sintomatologia respiratoria. Il paziente pertanto accusa solitamente dispnea, tosse, espettorazione mucosa o, nelle fasi di riacutizzazione, purulenta, limitazione dell’attività fisica e cuore polmonare, ma l’aspetto più rilevante è la facile comparsa, al minimo insulto sul sistema respiratorio, di gravi insufficienze respiratorie acute (IRAC o, in inglese ACRF, Acute or Chronic Respiratory Failure), che si manifestano con dispnea ingravescente e impotenza fisica.

Terapia
Trattamenti opportuni possono indurre un evidente miglioramento del quadro clinico con regressione dell’ipercapnia, la terapia va allora condotta a tempo indeterminato in quanto è molto facile che questi pazienti vadano incontro a una recidiva dello scompenso respiratorio anche per modesti peggioramenti della sintomatologia bronchitica.La terapia attinge di volta in volta a quella della bronchite cronica e dell’enfisema secondo le condizioni cliniche del momentoÈ importante richiamare l’attenzione sull’assoluta necessità di cessare di fumare. Va tenuto ben presente che per la pneumologia non esistono sigarette “leggere”. Il fumo, qualunque sia la sua origine (sigarette, sigari, pipa), interferisce sui sistemi enzimatici alveolari che intervengono nella formazione delle fibre elastiche polmonari. Produce inoltre ossido di carbonio che, data la sua elevata affinità per l’emoglobina, sottrae quantità non indifferenti della stessa alla sua funzione fisiologica di trasporto dell’ossigeno dai polmoni ai tessuti ( -- vedi scheda BPCO).BRONCOPOLMONITEProcesso infiammatorio acuto del polmone, di solito distribuito in focolai multipli e irregolari, con interessamento della mucosa bronchiale, in particolare delle ultime diramazioni, nelle quali il processo infiammatorio ha inizio per diffondersi poi anche agli alveoli polmonari. La b. è una malattia frequente, soprattutto nell’infanzia e nell’età avanzata, e rappresenta spesso la complicazione di una malattia generale, poiché insorge quando le resistenze dell’organismo risultano affievolite.

Cause
I germi direttamente responsabili della b. possono essere streptococchi, stafilococchi, pneumococchi, bacillo di Friedlaender, virus, miceti spesso in associazione tra loro.Tra le condizioni che possono predisporne l’insorgenza sono da considerare: la stasi cronica che si ha, nelle parti basse del polmone, specie in soggetti giacenti a letto da molto tempo (b. ipostatica) l’aspirazione nell’albero bronchiale di materiale infetto, come alimenti, muco, corpi estranei, come si verifica in soggetti con difficoltà alla deglutizione per paralisi nervosa (b. ab ingestis) la presenza di zone polmonari non ventilate, come nei bambini o in soggetti con tumori polmonari che provochino l’occlusione di un bronco (b. atelettasica).

Sintomi
I sintomi, molto vari, dipendono dall’età del soggetto, dalla causa in gioco, dalla estensione dei focolai nei polmoni in molti casi, specialmente negli anziani, i sintomi possono essere tanto attenuati da passare inosservati.La malattia insorge in genere in modo graduale (non bruscamente come la POLMONITE), con la comparsa di febbre che aumenta progressivamente di intensità fino a 38-39°C, brividi, sudorazione con tosse, difficoltà respiratoria e scarsa espettorazione di escreato mucopurulento.L’ascoltazione del polmone in corrispondenza della zona interessata permette di rilevare rantoli a piccole bolle. Molto spesso non si ha un unico focolaio infiammatorio, ma più focolai in diverso stadio di evoluzione.

Diagnosi
I sintomi riferiti dal paziente insieme alla diagnostica per immagini (fondamentalmente basata sulla radiografia del torace in due proiezioni) permettono di formulare una diagnosi. Per individuare l’agente specifico bisogna ricorrere alla ricerca microbiologica del patogeno nei campioni di materiale purulento emesso dal paziente.

Terapia
La terapia, oltre che dell’impiego di chemioterapici (antibiotici, antimicotici,ecc.) si giova di farmaci analettici e cardiotonici che hanno lo scopo di sostenere il cuore e la circolazione, sedativi della tosse, ossigeno, vitamine, norme igieniche e dietetiche.

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BRONCOSCOPIA

L’esame diretto della trachea e dei bronchi (oltre a quello della laringe), compiuto per mezzo di particolari strumenti tubolari (rigidi o flessibili), introdotti dalla bocca con una tecnica particolare, si chiama tracheobroncoscopia.Questa metodica, viene eseguita preferibilmente in narcosi e non solo permette di compiere diagnosi di molte malattie dei bronchi, dei polmoni, ma può anche essere impiegata a scopo curativo, come per l’estrazione di corpi estranei, l’asportazione di piccoli tumori, il lavaggio di cavità naturali.Un esame broncoscopico viene di solito compiuto con l’ammalato completamente sdraiato e la testa estesa all’indietro: in questa posizione la bocca, la laringe, la trachea e uno dei bronchi principali vengono a trovarsi su un’unica linea retta, ciò che permette di introdurre un tubo metallico (broncoscopio), munito di lenti e di un apparato d’illuminazione, dall’esterno fino ai bronchi. All’osservatore si presenteranno dapprima gli organi dell’orofaringe (ugola ed epiglottide), poi la laringe con le due corde vocali, attraverso le quali, durante un atto d’inspirazione (vale a dire mentre le due corde si allargano), si fa passare il tubo  appare allora la trachea che termina alla biforcazione dove originano i bronchi. Inclinando leggermente il busto del paziente, si metterà il broncoscopio in asse con la trachea e il bronco di destra o quello di sinistra  l’esame potrà approfondirsi sempre più e, grazie a lenti prismatiche angolate, si vedranno anche le più fini diramazioni bronchiali laterali. Un esame cosi completo dell’albero bronchiale permette una visione in maniera diretta dei bronchi e delle diverse malattie che possono interessare il loro lume o la loro parete, sarà cosi possibile studiare i limiti di un tumore (e asportarne anche un pezzo per l’esame istologico)  osservare la fuoriuscita d’essudato da un bronco, prelevarlo e ricercare in esso i batteri che hanno causato la malattia, rilevare un corpo estraneo ed estrarlo e anche più semplicemente osservare lo stato della mucosa (in altre parole del rivestimento) dei bronchi nel corso delle più diverse malattie dell’apparato respiratorio.L’esame è indispensabile per la diagnosi ed il trattamento di affezioni bronchiali (p. es. tumori, infezioni, aspirazione di escreato e materiale inalato, biopsie, ecc.).L’esame viene praticato in ambiente ospedaliero  il paziente deve essere a digiuno dalle 12 ore precedenti e non deve aver fumato. L’esame infatti può provocare attacchi di tosse che possono essere acuiti dall’irritazione dovuta al fumo.Dopo aver anestetizzato con uno spray le zone interessate, viene spinto il broncoscopio per via orale fino ad arrivare ai bronchi periferici. Alle estremità del tubo è presente una mini telecamera che registra una serie di immagini proiettate, poi, su un monitor.In alternativa alla b. con strumentario rigido viene oggi largamente impiegata, soprattutto ai fini diagnostici, la b. con strumentario flessibile a fibre ottiche. Il broncoscopio flessibile ha una lunghezza di 60-80 cm e un diametro di 4-5 mm, può essere introdotto con facilità attraverso il naso o la bocca del paziente, e la posizione dell’estremità distale può essere controllata dal medico che può dirigerla, sotto controllo visivo, entro i segmenti bronchiali interessati. Dello strumento fa parte una pinza flessibile, pure manovrabile dall’esterno, per prelievi bioptici della mucosa bronchiale o addirittura per l’asportazione di piccole malformazioni.Il paziente è seduto, con anestesia locale di superficie delle mucose delle prime vie aeree, e l’endoscopia, in mani esperte, diviene così un’indagine relativamente semplice e ben tollerata.

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BRONCOSCOPIO

Apparecchio costituito da tubi metallici rigidi provvisti di un sistema ottico per la proiezione dei raggi luminosi e per l’osservazione, oppure da fasci di fibre ottiche flessibili. Il primo (b. rigido) consente, attraverso il sistema di lenti, prismi e specchi, di spingere l’osservazione nei diversi rami bronchiali, il secondo (b. flessibile) può essere sospinto direttamente nei bronchi da esaminare. Il b. flessibile ha una lunghezza di 60-80 cm e un diametro di 4-5 mm, può essere introdotto con facilità attraverso il naso o la bocca del paziente, e la posizione dell’estremità distale può essere controllata dal medico che può dirigerla, sotto controllo visivo, entro i segmenti bronchiali interessati.I broncoscopi sono corredati di accessori, quali pinze per biopsia, pinze per estrazione di corpi estranei, sonde ecc.La broncoscopia può essere eseguita in anestesia locale, spruzzando sostanze anestetiche sulla parte posteriore del cavo orale, faringeo, laringe e trachea, oppure in narcosi  in questo caso il b. viene raccordato direttamente all’apparecchio per l’anestesia. L’osservazione broncoscopica consente di valutare lo stato delle diverse sezioni dell’albero tracheobronchiale, di eseguire biopsie della mucosa, di asportare corpi estranei, aspirare secreti ecc. Si tratta di un metodo di esplorazione delicato ma semplice, ben tollerato dal paziente, e in grado di risolvere molteplici problemi diagnostici.

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BRONCOSPASMO

È un meccanismo fisiopatologico con cui si manifesta l’asma, insieme all’edema della mucosa e a tappi di muco denso e vischioso. Nell’asma i fattori scatenanti un broncospasmo sono: le infezioni virali, le infezioni a carico dei seni paranasali, il fumo di tabacco, acari della polvere, pelo di animale, aria fredda e esercizio fisico soprattutto nei bambini (vedi ASMA).

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BRONZINO, morbo di

vedi ADDISON, morbo di

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BROWN-SÉQUARD, sindrome di

(Prende nome da C. Édouard Brown-Séquard, medico francese - Port-Louis, Mauritius 1817 - Parigi 1894), insieme di sintomi conseguenti a lesione trasversa di una metà del midollo spinale, consistente in paralisi e perdita della sensibilità profonda dallo stesso lato della lesione e perdita della sensibilità dolorifica e termica dal lato opposto. Una zona di anestesia superficiale, sormontata da una zona di iperestesia, segna il limite superiore della zona della lesione.

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BRUCELLA

Genere di batteri di piccole dimensioni (fra i 0,4-0,6 µ), di forma coccoide o bacillare, Gram-negativi, asporigeni e immobili. Sono patogeni sia per gli animali sia per l’uomo. Sono sensibili al calore, quindi possono essere eliminati a 60° e con la pastorizzazione. Le specie che possono provocare malattie nell’uomo sono: Brucella melitensis, che si riscontra tra ovini e caprini ed è la responsabile della maggior parte dei casi nell’uomo (80%) Brucella abortus è l’agente dell’aborto tra i bovini e ha una minor capacità di infettare l’uomo Brucella suis e canis solo molto raramente infettano l’uomo. Il serbatoio naturale sono gli animali domestici ed importantissima per il contagio è la dismissione da parte delle mucche attraverso il latte. In questi animali infatti, la B. dà luogo ad una mastite cronica, in seguito alla quale il batterio viene eliminato anche per lunghi periodi, senza che le proprietà organolettiche del latte vengano compromesse. L’uomo può infettarsi o per il consumo di prodotti alimentari infetti, o per il contatto cutaneo con materiali animali abortivi, secrezioni vaginali animali, urine e feci infette, o per via aerogena o congiuntivale, dal momento che le brucelle resistono nell’ambiente per lunghi periodi. È intuitivo quindi che veterinari, agricoltori, macellai, siano categorie professionali particolarmente a rischio di contrarre questa infezione.

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BRUCELLOSI

(O febbre maltese o febbre ondulante o febbre melitense), malattia infettiva a decorso acuto, subacuto o cronico, propria dell’uomo e di alcune specie animali (bovini, ovini e suini), sostenuta da diversi tipi di microrganismi appartenenti al genere Brucella.

Cause
L’infezione avviene per contagio diretto, da animale ad animale e da animale a uomo, più raramente da uomo a uomo, in genere per via cutanea frequente è il contagio indiretto per via alimentare, per ingestione di latte o latticini non cotti, di carni insaccate non cotte, di verdure consumate crude e inquinate da urine o feci di animali infetti. Il contatto diretto è la via più frequente per alcune categorie professionali: veterinari, pastori, agricoltori. La porta di ingresso è rappresentata dalla cute non integra che venga a contatto con materiale infetto quale sangue, urine o prodotti abortivi. Al di là del rischio professionale, il contagio per ingestione di latte o latticini non pastorizzati si può manifestare ubiquitariamente: soprattutto i formaggi prodotti con latte di capra e di pecora a lavorazione artigianale comportano un rischio elevato. Veri e propri focolai epidemici si possono verificare fra i consumatori di alimenti contaminati.Le brucelle si diffondono in tutto l’organismo attraverso il circolo sanguigno, localizzandosi prevalentemente nella milza, nel fegato e nel midollo osseo, dove si osservano focolai infiammatori con aree di necrosi e formazione di piccoli granulomi.

Sintomi
Dopo un periodo di latenza di circa due settimane, la malattia si manifesta, talora in forma acuta, con febbre elevata, brividi, cefalea, dolori articolari e muscolari, più spesso in forma insidiosa con sintomi vaghi di malessere, debolezza, inappetenza, febbricola nelle ore pomeridiane e notturne. Nelle forme tipiche e nel periodo conclamato della malattia la febbre assume carattere ondulante, con periodi di 1-4 settimane di febbre elevata, continuo-remittente, intervallati da periodi senza febbre. Si associano sudorazioni profuse, debolezza, malessere generale, dimagramento, cefalea, dolori articolari, ossei, muscolari o nevralgici. Si rilevano ingrossamento del fegato e della milza e, all’esame del sangue, diminuzione del numero dei globuli bianchi con aumento dei linfociti. In seguito, per la localizzazione delle brucelle nei diversi organi, possono insorgere complicazioni come artriti, osteoartriti, spondiliti, meningoencefaliti, orchiepididimiti, ascessi epatici o renali, colecistiti. Data la lenta evoluzione della malattia la prognosi è nel complesso buona, tranne nei casi acuti a localizzazione pluriviscerale.

Diagnosi
Si basa sul rinvenimento delle brucelle nelle colture allestite con sangue, urine o liquido cefalorachidiano del malato e nella reazione di sieroagglutinazione secondoWright.

Terapia
Consiste nel trattamento con antibiotici in grado di entrare all’interno delle cellule (rifampicina e\o tetracicline), eventualmente associati a cortisonici nelle fasi più acute.

Profilassi
Oltre che con misure igienico-veterinarie sugli animali e sui loro prodotti, si realizza mediante la vaccinazione. L’isolamento del malato non è indicato come misura di prevenzione visto che il contagio interumano è assente. In caso di focolai epidemici si rivela utile l’indagine epidemiologica che permetta di risalire alla fonte del contagio (in genere alimenti: latte, formaggio).La pastorizzazione del latte risulta la procedura più valida di prevenzione.

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BRUDZINSKI, segno di

(Prende il nome da Józef Brudzinski, pediatra polacco - Bolew 1874 - Varsavia 1917), segno di frequente riscontro nelle varie forme di meningite e di irritazione meningea da sostanze chimiche iniettate, da emorragia subaracnoidea o da invasione neoplastica. A paziente supino, si cerca di flettergli la testa portando il mento a contatto con il torace. Il segno di B. è presente quando i tentativi di flessione della testa provocano la flessione delle gambe sulle cosce e di queste sul bacino.Un altro fenomeno osservabile nelle stesse condizioni morbose, pure individuato da Brudzinski, è il riflesso controlaterale: flettendo passivamente una gamba sul tronco, si ha lo spostamento consensuale dell’altra gamba nella stessa direzione.

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BRUNNER, ghiandole di

(Dal nome di Johann Konrad Brunner, anatomico e fisiologo tedesco - Diessenhofen 1653 - Mannheim 1727), ghiandole presenti nel duodeno, in particolare nel primo tratto. Queste ghiandole producono un muco alcalino che serve a proteggere la mucosa intestinale dall’acidità del chimo gastrico.

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BRUXISMO

Digrignamento dei denti durante il sonno. È un comportamento involontario di origine emotiva e conflittuale, e presente in grado lieve in circa l’80% della popolazione, mentre causa dei problemi clinici odontoiatrici, alla articolazione maxillo-facciale, cefalea, dolori al volto nel 5% dei casi. Per proteggere lo smalto dentale si può indossare una mascherina dentale protettiva durante la notte (il bite) o assumere un farmaco benzodiazepinico, con effetto miorilassante, prima di coricarsi. Bisogna effettuare controlli dentistici periodici ed un eventuale consulto psicologico o psichiatrico, per capire l’origine della tensione emotiva, qualora il problema peggiori.

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BSE

(Bovine Spongiform Encephalopathy).

vedi encefalopatia spongiforme

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BUBBONE

Nome dato all’adenite acuta quando si ha tumefazione delle ghiandole linfatiche inguinali. Il b. è caratteristico della peste (peste bubbonica) si riscontra nell’ulcera venerea, nella sifilide, nel linfogranuloma di Nicolas-Favre. Il b. della peste è costituito da un linfonodo singolo o da un gruppo di linfonodi, è dolente e tumefatto e si localizza all’inguine nel 70% dei casi non risulta aderente al piano cutaneo o sottostante e la cute sovrastante spesso presenta una reazione eritematosa.

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BUCCINATORE

Muscolo proprio della regione della guancia la cui contrazione determina l’allungamento trasversale della bocca. L’azione dei due buccinatori interviene nello zufolare, nella masticazione e nel suonare gli strumenti a fiato (donde il nome).

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BUDD-CHIARI, sindrome di

Quadro morboso che si manifesta quando processi patologici di varia natura (trombosi venose, flebiti, proliferazioni tumorali, infiammazioni con formazione di cicatrici) provochino una ostruzione delle vene sovraepatiche, attraverso le quali il sangue proveniente dal fegato raggiunge la vena cava inferiore, o della vena cava inferiore stessa a questo livello.

Sintomi
La malattia può comparire a qualunque età e avere un decorso acuto e grave oppure evolvere in modo lento si manifesta con aumento di volume del fegato accompagnato da dolore, versamento di liquido in cavità addominale (ascite), comparsa di vene dilatate sotto la cute dell’addome. Queste ultime sono espressione di una circolazione collaterale che si stabilisce per scaricare nella vena cava il sangue proveniente dalla vena porta, che non può defluire attraverso le vene sovraepatiche occluse. Sono tuttavia assenti i segni e sintomi di un’insufficienza cardiaca congestizia (elemento caratteristico).La causa più frequente è la trombosi delle vene sovraepatiche, che si può verificare in numerose malattie ematologiche (policitemia vera, sindrome mieloproliferativa, emoglobinuria parossistica notturna etc.), tumorali (con invasione della vena), idiopatiche (ostruzione membranosa, frequente i Giappone).Anche i contraccettivi orali possono essere correlati con la presenza di questa sindrome.Prognosi e terapia variano in rapporto all’origine della sindrome.

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BUDESONIDE

Farmaco appartenente alla classe dei glicocorticoidi di sintesi, liposolubile, che pertanto ha il vantaggio di poter essere somministrato per aerosol, evitando gli effetti sfavorevoli tipici dei cortisonici somministrati per via sistemica. Costituisce un valido presidio terapeutico nell’attacco asmatico grave e nella terapia cronica. Riguardo agli effetti collaterali sistemici minimi, sono stati descritti casi di candidosi oro-faringea nel caso di somministrazioni a lungo termine, problema risolvibile con semplici gargarismi con acqua dopo ogni inalazione.

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BUFTALMO

(O idroftalmo), forma di glaucoma che si manifesta nella prima infanzia.

Cause
Il b. e dovuto a malformazioni congenite dell’angolo iridocorneale, e consiste nella presenza di una membranella connettivale che ricopre l’angolo irido-corneale, ostacolando il deflusso dell’umore acqueo possono coesistere altre malformazioni angolari e l’assenza congenita dell’iride (aniridia) la bilateralità è frequente.Come conseguenza l’umore acqueo aumenta la sua pressione, determinando uno sfiancamento progressivo della sclera (che nel bambino non è ancora rigida come nell’adulto) e quindi un aumento di volume dell’occhio.

Sintomi
Si manifesta alla nascita o nei primi anni di vita con l’aumento di dimensioni del bulbo oculare per effetto dell’aumento di pressione interna. L’occhio del bambino è infatti più elastico di quello dell’adulto, per cui risponde all’aumento di tono sfiancandosi: inizialmente i genitori possono anche apprezzare il fatto che gli occhi del bambino siano grandi, ma ben presto la malattia si manifesta nella sua gravità.

Diagnosi
Visita oculistica e tonometria oculare: la cornea è grande e brillante (megalocornea), con limiti poco precisi l’iride è tesa come una tenda, a volte con leggeri tremori, perché male sostenuta da un cristallino di dimensioni regolari. Quando il tono oculare supera i 40 millimetri di mercurio, la cornea diviene opaca. Il cristallino può diventare catarattoso oppure, in conseguenza della sovradistensione della zonula causata dalle aumentate dimensioni oculari, lussarsi all’interno dell’occhio la sclera diventa sottile e assume un colorito rosso grigiastro, con voluminose vene che percorrono la sua superficie.

Terapia
Il trattamento è chirurgico, e deve essere eseguito precocemente, per interrompere il processo che conduce alla cecità. L’intervento di elezione è la goniotomia che consiste nell’incidere con un apposito bisturi, e sotto controllo gonioscopico, la membrana che occlude l’angolo irido-corneale. Nella maggior parte dei casi non trattati la cecità sopraggiunge entro i 20 anni, e l’occhio, sede di crisi dolorose e ulcerazioni corneali, deve essere spesso enucleato.

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BULBARE, sindrome

Definizione generica di diversi quadri morbosi neurologici, detti anche sindromi alterne, in seguito a incidenti vascolari (emorragie, trombosi, embolie) a carico del bulbo rachidiano. La denominazione di sindromi alterne indica in modo significativo le caratteristiche di queste sindromi in quanto, per la particolare anatomia di questa regione, una lesione che interessi la metà del bulbo determina l’insorgere di una paralisi degli arti di un lato e quella di uno o più nervi cranici del lato opposto. Quale che sia il tipo di lesione in causa, la conseguente sindrome b. esordisce con un periodo breve di cefalee, vertigini, disturbi faringei, difficoltà all’articolazione della parola, per poi conclamarsi con aspetti paralitici crociati  le forme più gravi sono rappresentate dalle emorragie, di solito mortali.

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BULBI TERMINALI

vedi KRAUSE, CORPUSCOLI DI

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BULBO

Denominazione di diverse formazioni d’aspetto ovalare allungato per esempio: b. oculare, b. olfattorio, b. rachidiano.

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BULBO OCULARE

vedi OCCHIO

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BULBO OLFATTORIO

Piccolo rigonfiamento di forma olivare, grigio-roseo, situato in corrispondenza del polo anteriore della faccia inferiore dell’emisfero cerebrale costituisce il punto di incontro fra il 1° e il 2° neurone delle vie olfattive: riceve infatti fibre dalla mucosa olfattiva e le invia ai centri dell’olfatto, ove la sensazione diverrà cosciente.

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BULBO PILIFERO

Parte terminale del pelo che contiene la matrice e la papilla dermica.

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BULBO RACHIDIANO

(O midollo allungato), porzione dell’encefalo posta fra il ponte e il midollo spinale, conformato a tronco di cono, della lunghezza di 3 cm ca e con un diametro medio di 10-12 mm, la cui base maggiore è rivolta in alto e la minore in basso  inferiormente è delimitato dal midollo spinale per la presenza di un restringimento circolare, il colletto del b., e superiormente è limitato, sulla faccia anteriore, dal solco bulboprotuberanziale che lo separa dal ponte. Sulla superficie del b. sono presenti solchi a decorso longitudinale che si alternano a sporgenze pure longitudinali. I solchi sono rappresentati dalla fessura mediana anteriore e dalla fessura mediana posteriore, continuazione dei corrispondenti solchi del midollo spinale  dal solco preolivare, posto al davanti di una sporgenza detta oliva bulbare, dal quale emerge il XII paio di nervi cranici (ipoglosso)  dal solco retroolivare, posto dietro all’oliva, e infine dal solco dei nervi misti, dal quale emergono tre paia di nervi cranici, il IX (glossofaringeo), il X (vago) e il XI (accessorio). Si notano inoltre, in prossimità del ponte, le fossette sopraolivare e laterale del b., dove emergono il VII (facciale) e l’ VIII (acustico) paio di nervi cranici. Le sporgenze sulla superficie del b. sono rappresentate dalla piramide, anteriormente, dal cordone laterale (che fa seguito al cordone omonimo del midollo spinale) e dall’oliva bulbare lateralmente, dalla clava e dal tubercolo cuneato posteriormente. Dal solco bulboprotuberanziale, in vicinanza della linea mediana, emerge il VI paio di nervi cranici (oculomotore esterno o abducente). La metà superiore della faccia posteriore del b. concorre a costituire il pavimento del IV ventricolo  quest’ultimo è una cavità di forma piramidale compresa fra il b., il ponte e il cervelletto, la cui base corrisponde alla faccia posteriore del b. e del ponte e il cui apice si approfonda fra gli emisferi cerebellari. Dalla porzione alta del b., lateralmente al pavimento del IV ventricolo, si dipartono i peduncoli cerebellari inferiori o corpi restiformi, che si dirigono obliquamente in alto e lateralmente verso il cervelletto.Il b. rachidiano deriva dallo sviluppo di una delle tre vescicole in cui, negli stadi più precoci della vita embrionale, risulta espansa la parte anteriore del b. neurale, primo abbozzo del sistema nervoso centrale.La vescicola posteriore (romboencefalo) nelle fasi successive si suddivide in: metencefalo e mielencefalo  quest’ultimo, in condizioni definitive di sviluppo, corrisponde al b. rachidiano. La sua struttura è assai complessa: oltre che dare passaggio a fasci di fibre nervose, in esso si trovano i nuclei di origine o di terminazione di alcuni nervi cranici  inoltre è sede di strutture per il coordinamento di importanti funzioni riflesse ed automatiche. Tali strutture rappresentano centri vitali che presiedono alle attività del respiro, del cuore, della vasomotilità ecc.Eventi patologici (emorragie, trombosi, tumori, traumi ecc.) che colpiscono il b. rachidiano possono causare alterazioni della motilità, della sensibilità e anche la morte se la compromissione si estende a centri vitali quali i centri cardiaco e respiratorio.

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BULBO URETRALE

Parte posteriore del corpo cavernoso dell’uretra.

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BULIMIA

Termine che indica un forte aumento della fame, con un conseguente aumento della quantità degli alimenti che vengono ingeriti. Si manifesta con un bisogno continuo di cibo che porta il soggetto ad ingerire qualsiasi alimento, in grande quantità e in ogni occasione in cui ciò sia possibile.Le cause della b. possono essere molteplici: le più chiare sono quelle che fanno riferimento a squilibri organici. Disturbi al tubo digerente (ulcera gastrica e duodenale), malattie metaboliche (diabete mellito, obesità, gotta) e dell’apparato endocrino (ipertiroidismo, acromegalia, sindrome ipoglicemica) possono presentare la b. come sintomo. Un caso particolare è dato dalla sensazione di fame insaziabile derivata dalla presenza nell’intestino dell’organismo umano della tenia.Più problematica è invece l’identificazione delle cause che producono la b. nei disturbi di origine psicologica.I soggetti che ne sono colpiti, del tutto sani dal punto di vista organico, sono dominati da un irrefrenabile bisogno di mangiare, benché siano ossessionati da un ideale di magrezza, ed è proprio per ridurre gli effetti dell’assunzione abnorme di cibo che ricorrono a comportamenti di compenso, come provocarsi il vomito e fare forte uso di lassativi. In questi casi la b. si presenta come sintomo di più profondi e complessi disturbi della personalità: tramite il bisogno di mangiare, si coprono altri bisogni e pulsioni che il soggetto non riconosce, di cui non è consapevole e che fondamentalmente non accetta.

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BUPROPIONE

Farmaco antidepressivo eterociclico di seconda generazione. Esso ha una azione centrale di tipo dopaminergico, inibendo la ricaptazione di dopamina nei neuroni del sistema nervoso centrale. Non ha effetti collaterali di sedazione o antimuscarinici, ha una rapida comparsa dell’effetto antidepressivo e minore tossicità da sovradosaggio rispetto ai triciclici.Oggi viene largamente utilizzato anche nella terapia della disassuefazione dal fumo di sigaretta.

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BURDACH, fascicolo cuneato di

(Prende nome da Karl Friedrich Burdach, anatomico e fisiologo tedesco - Lipsia 1776 - Konigsberg, od. Kaliningrad 1847), fascio di fibre che decorre nella parte posteriore della sostanza bianca del midollo spinale. Esso trasmette ai centri nervosi superiori gli stimoli della sensibilità tattile ben discriminata e propriocettiva (senso di posizione e movimento degli arti nello spazio) provenienti dalla metà superiore del corpo (gli stimoli relativi alla metà inferiore decorrono in un altro fascio, situato vicino). Le fibre del fascicolo cuneato di B. si interrompono in un nucleo situato nel bulbo (nucleo cuneiforme): da questo origina un fascio di fibre, che giunge fino ai nuclei del talamo, e da qui un terzo tratto porta le sensazioni alla corteccia cerebrale, ove esse diventano coscienti.Lesioni del fascicolo cuneato di B., determinano abolizione della sensibilità profonda (senso di posizione e di movimento) e diminuzione della sensibilità tattile.

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BURGER, morbo di

(Prende il nome da Leo Buerger, chirurgo e patologo austriaco - Vienna 1879 - New York 1943) o tromboangioite obliterante, malattia che interessa soprattutto le arterie di calibro medio e piccolo degli arti inferiori, con un processo infiammatorio cronico che porta all’occlusione dei vasi colpiti e a gravi fenomeni di sofferenza dei tessuti.

Cause
Le cause sono sconosciute. Ne sono colpiti in particolare soggetti maschi di età inferiore ai 40 anni, specie in talune popolazioni (Polacchi, Ebrei, Russi) e forti fumatori.L’evento primario è una trombosi dei vasi, diversamente dalla vasculite classica. Ma l’intensa flogosi conseguente la fa appartenere alle vasculiti. È nota un’associazione con il fumo di sigaretta.

Sintomi
I sintomi sono caratterizzati da dolori all’arto interessato, simili a crampi muscolari, che compaiono dopo sforzi, associati a senso di freddo e intorpidimento delle dita, a infiammazione saltuaria di brevi tratti di vene superficiali (tromboflebite migrante) e fenomeno di Raynaud. Tali sintomi si aggravano lentamente e progressivamente fino a portare alla cancrena di tratti più o meno estesi degli arti. La malattia può interessare anche arterie viscerali, con manifestazioni diverse a seconda dei distretti colpiti. Sono interessati soprattutto i vasi distali.

Terapia
La terapia si vale di tutti quei presidi che possono migliorare le condizioni della circolazione periferica (abolizione del fumo, dieta ricca di vitamine, farmaci vasodilatatori, bagni caldi e freddi alternati, interventi chirurgici sul sistema nervoso simpatico) in caso di cancrena è necessaria l’amputazione delle parti interessate.

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BURKER, camera di

(Prende il nome da Karl Burker, fisiologo tedesco - Zweibrucken 1872 - Tubinga 1957), dispositivo che consente il conteggio al microscopio degli elementi figurati del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine). È costituita da una lastra di vetro su cui è inciso un reticolo composto da quadrati e rettangoli di dimensioni note. Fissando sulla lastra un apposito vetrino, si crea, tra questo e il reticolo, un’intercapedine di 0,1 mm in cui viene posta una goccia di sangue prelevato dal paziente e opportunamente diluito. Gli elementi da contare si distribuiscono sul reticolo per cui, conoscendone le misure, lo spessore dell’intercapedine e la diluizione del liquido, si può risalire al numero di cellule presenti in 1 mm3.

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BURKITT, linfoma di

Tumore maligno del tessuto linfatico, individuato nei suoi caratteri clinici e patologici dal chirurgo inglese D. Burkitt nel 1958 in bambini dell’area geografica dell’Africa centrale. Questa particolare distribuzione geografica fece pensare che la malattia potesse essere causata da un virus trasmesso all’uomo con la puntura di un insetto. In seguito il tumore di B. venne riconosciuto anche al di fuori del continente africano, sebbene con caratteri non del tutto simili. La proliferazione tumorale insorge frequentemente nelle ossa mascellari o nell’orbita, per diffondersi poi ad altre sedi: visceri dell’addome e del bacino, tessuti retroperitoneali, sistema nervoso centrale.Rappresenta il prototipo di malattia del tipo linfoma ad alto grado e si caratterizza per un tempo di crescita molto rapido e, oltre ai bambini, può colpire i malati di AIDS. Sebbene siano disponibili stadiazioni cliniche dettagliate la maggior parte dei casi risultano già disseminati al momento della diagnosi.

Terapia
Si basa sull’impiego di farmaci antineoplastici, coi quali si ottengono remissioni anche lunghe, a volte definitive. Più in particolare i protocolli terapeutici prevedono cicli di chemioterapia ad alto dosaggio, prevedendo l’alternanza di diversi farmaci che non interferiscano reciprocamente. L’associazione con fattori di crescita ha permesso di limitare i danni legati alla tossicità dei farmaci antitumorali, rendendo possibile anche un avvicendamento più rapido dei diversi cicli di terapia. La lisi tumorale può causare problemi durante la terapia, rendendo necessario il ricorso a sussidi terapeutici accessori (allopurinolo, bicarbonato di sodio, idratazione etc.). Chemioterapia ad alto dosaggio e trapianto di midollo allogenico permettono di raggiungere una guarigione in circa il 50% dei casi.

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BY-PASS

(Ingl., ponte di collegamento o congiunzione alternativa), tecnica di trattamento chirurgico delle malattie occlusive delle arterie consiste nell’applicazione di un canale vascolare che collega a ponte i tratti liberi a monte e a valle della zona di arteria occlusa. Il b.-pass, realizzabile su vasi di calibro anche ridotto (b.-pass aorto-coronarico), si effettua utilizzando tratti di vena dello stesso paziente (vena safena), l’arteria mammaria interna o protesi artificiali. Si ottiene una rivascolarizzazione di una o più arterie coronarie. Si effettua per alcune forme di cardiopatia ischemica, selezionando le indicazioni in base alla gravità dei sintomi e alla funzionalità complessiva del muscolo miocardio, laddove non siano sufficienti le terapie mediche. Oggi la mortalità è piuttosto basa (<1%), tuttavia il rischio di un successivo infarto sembra non essere significativamente ridotto. Un b.-pass vascolare può andare incontro a sua volta ad occlusioni: in tal caso è necessaria la sua rimozione e sostituzione.Il termine b.-pass è usato talvolta in chirurgia per indicare i cortocircuiti posti in atto sul tubo digerente quando esiste un ostacolo (spesso neoplastico) impossibile a rimuoversi (b.-pass derivativi). Altre volte viene proposto in casi di grande obesità per escludere parte del piccolo intestino (b.-pass digiuno-ileale). Quest’ultimo viene indicato in pazienti che siano sopra il peso ideale di oltre il 60% se uomini, 80% se donne. Vengono esclusi circa 5 m di tenue (riducendo di circa il 90% la superficie assorbente). Il calo di peso è notevole ma occorre bilanciare attentamente alcuni deficit nutrizionali inevitabili, soprattutto in merito all’apporto vitaminico.

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